La sesta edizione del Festival del Giornalismo di Verona si è conclusa guardando ad est, verso quella parte di mondo che più di tutte, specialmente nel passato recente, è “in fiamme”, come recitava il titolo di questa edizione della rassegna organizzata da Heraldo.

Sabato 11 aprile a Palazzo Carlotti (Garda) – in una serata organizzata con il patrocinio del Comune di Garda e organizzato in collaborazione con l’Associazione Albergatori di Garda e Costermano sul Garda e il sostegno di Elettrotermica Dall’Ora – sono intervenuti il giornalista e direttore editoriale di atlanteguerre.it Emanuele Giordana e la giornalista e direttrice responsabile di Radio Bullets Barbara Schiavulli. Con la moderazione del giornalista e professore Stefano Verzé, i due corrispondenti di guerra hanno portato le loro testimonianze dal Medio ed Estremo Oriente.

Il dramma del popolo rohingya

Emanuele Giordana è stato in Myanmar per raccontare quello che è un vero e proprio pogrom che ha colpito questa minoranza di religione islamica. Dal 1982 questo popolo per legge non viene riconosciuto come gruppo etnico dal governo birmano e da più di 10 anni è vittima di un genocidio: più di 700 mila rohingya sono stati costretti alla fuga in Bangladesh – che oggi però non li accoglie più – mentre i 600 mila che ancora vivono in Myanmar sono oggetto di continue violenze. In migliaia sono morti a causa dell’azione dell’esercito birmano.

Giordana, con il collega Giuliano Battiston, è stato testimone di questa sequenza di crimini contro l’umanità, raccontando la storia del genocidio del popolo rohingya nel libro “Su due lati del confine”. Un modo anche per dare giustizia a persone di cui nessuno voleva parlare: «Ho interrogato i funzionari ONU e delle Nazioni Uniti, ma nessuno ha voluto parlare. Argomento troppo sensibile. È la prima volta che nessuno, ONG comprese, ha voluto parlare», ha spiegato il giornalista milanese.

L’Afghanistan dei talebani

Spostandosi verso il confine occidentale del continente asiatico si incontra invece l’Afghanistan. In questo percorso in cui il numeroso pubblico presente a Garda è stato accompagnato dai relatori c’è stato spazio anche per raccontare cos’è diventato l’Afghanistan dopo il ritiro degli americani e il ritorno dei talebani.

«È un paese più sicuro, che cerca di far affari e di intessere accordi internazionali. Ma è anche il posto peggiore al mondo per essere donna. In Afghanistan c’è il più alto tasso al mondo di suicidi di donne adolescenti», spiega Barbara Schiavulli. In più di trenta viaggi nel paese, la giornalista autrice del libro “Burqa Queen” – in cui racconta le storie di tre donne afghane – ha toccato con mano la costante privazione di diritti alle donne perpetrata dal regime talebano.

Una regressione culturale e sociale del paese che si manifesta anche nelle difficoltà di essere una giornalista donna che si reca in quel paese: «Andare come giornalista è una sfida. È più complicato. Anche solo se entri in un ristorante ti guardano, perché non c’è più la sala per sole donne», racconta.

La Cina dietro le quinte

Durante l’incontro si è anche arrivati a toccare la questione cinese. Il paese guidato da Xi Jinping, infatti, segue dalle retrovie il conflitto tra l’Afghanistan e il Pakistan, spiega Schiavulli. Un aspetto solo all’apparenza secondario visto il ruolo che Islamabad sta avendo nelle trattative di tregua tra Stati Uniti e Iran. Una posizione ottenuta in virtù della bomba atomica, di cui il Pakistan è in possesso, e delle buone relazioni con i paesi arabi del Golfo.

Anche in questi accordi si nascondono le manovre della Cina: «Molto probabilmente la Cina ha caldeggiato questa idea [del Pakistan come mediatore tra Iran e USA, nda]. Il Ministro degli Esteri pakistano è andato in Cina per discutere di cosa fare in merito ai piani di pace. I cinesi stanno usando una diplomazia sotterranea, sfruttando il caos provocato dagli USA», commenta Giordana.

Un caos che sta indirettamente colpendo gli alleati statunitensi nell’area, offrendo così alla Cina l’opportunità di strappare questi paesi all’influenza a stelle e strisce, prime su tutti le Filippine. Continua infatti Giordana: «Penso e spero che questa guerra finirà, perché sta facendo solo comodo a Israele. È una guerra che fa danni agli alleati della USA in Estremo Oriente. L’Indonesia è uscita subito dal Board of Peace; il Giappone e la Corea del Sud sono in seria difficoltà perché non hanno risorse energetiche e dipendono da Hormuz; e la Corea del Sud si è vista privata dei sistemi di difesa in un primo momento venduti sotto costrizione dagli USA».

Il silenzio davanti al genocidio di Gaza

L’ultimo appuntamento con il Festival del Giornalismo di Verona è stato infine un nuovo momento per tenere alta l’attenzione su ciò che sta succedendo a Gaza. Su questo Barbara Schiavulli ha raccontato al pubblico di Garda la recente esperienza in Libano, oggi sotto attacco israeliano: «Sono tornata da pochi giorni dal Libano, dove siamo all’inizio di quello che è già successo a Gaza. Quanto ci metteremo a parlare di nuovo di genocidio? Perché le parole ci fanno più paura delle armi? A Gaza dall’inizio della tregua sono morte 800 persone. La tregua è un’altra cosa».

Il genocidio dei palestinesi a Gaza ha portato con sé anche un attacco all’informazione e ai giornalisti che cercano di raccontare cosa sta succedendo alle porte del Medio Oriente. Spiega Schiavulli: «Oggi la scritta “PRESS” sul giubbotto antiproiettile non ti protegge, anzi ti mette un mirino adosso. I giornalisti sono stati presi di mira. Non è vero che adesso colpiscono zone di Hezbollah, colpiscono qualsiasi cosa. Ospedali, case, scuole. Quello che mi spaventa di più è la mancata reazione ad una cosa del genere».

Il pensiero della giornalista vincitrice di numerosi premi nazionali e internazionali per il suo lavoro sul campo va ai medici di Gaza: «Non so cosa ci sia di più eroico. Alcuni avevano il passaporto per scappare eppure hanno deciso di restare e continuare ad operare, in qualche caso nonostante avessero saputo della morte di un proprio figlio».

Questo “mondo in fiamme” potrà mai spegnersi? Schiavulli in risposta lancia infine una provocazione scherzosa, ma non troppo: «La guerra non può essere una soluzione politica nel 2026. La mia soluzione sarebbe togliere per 250 anni tutti gli uomini dal potere», mentre Giordana esorta a continuare a raccontare ciò che succede nel mondo, recandosi lì dove queste tragedie hanno luogo: «È nei posti che si vede la realtà. Se il nostro lavoro non lo si fa sul campo le cose non si vedono».

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