All’alba la laguna risplende e il mare le fa eco, in un continuo e suggestivo intrecciarsi di acque. L’afa di questi giorni si fa sentire con forza, ma chi vive qui lo sa bene: al Lido, a differenza di Venezia, c’è sempre una leggera brezza a rinfrescare l’aria. Nel frattempo, l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica procede a pieno ritmo, animata da una pluralità di temi intensi e contrastanti, autentici specchi delle realtà, delle idee e dei simboli del nostro tempo.

Il viaggio ha inizio in Gran Bretagna con un autore ribelle come Danny Boyle. Emerso negli anni Novanta durante il mito della Cool Britannia, il regista si è imposto sulla scena internazionale grazie a uno stile sfrontato, vertiginoso e a una straordinaria abilità nel forgiare atmosfere ciniche e oscure. Dagli esordi di “Piccoli omicidi tra amici” (1994) e il cult generazionale “Trainspotting” (1996), il suo percorso lo ha condotto ai trionfi globali di “The Millionaire” (2008), premiato con l’Oscar al miglior film, e al travolgente successo di pubblico di “Yesterday” (2019). Boyle apre la Mostra con INK tratto dall’omonima opera teatrale di James Graham che ha curato la sceneggiatura del film.

Londra, 1969. Fleet Street è il cuore pulsante del giornalismo britannico, sede di testate storiche come il Daily Mirror e The Guardian. In questo scenario, The Sun attraversa una profonda crisi che spinge alla sua vendita a Rupert Murdoch, ambizioso editore e produttore televisivo australiano naturalizzato statunitense. Per risollevare le sorti del giornale, Murdoch (interpretato da Guy Pearce) affida la direzione al giornalista Larry Lamb (un intenso Jack O’Connell): una figura apparentemente convenzionale che, tuttavia, non tarde a mostrare uno stile spregiudicato, arrivando per certi versi a superare lo stesso editore. Lamb raduna una redazione di giornalisti anticonformisti e reinventa completamente il quotidiano, puntando su titoli aggressivi, un linguaggio irriverente e un unico, chiaro obiettivo: dare al pubblico esattamente ciò che desidera. Se da un lato The Sun segna una rottura radicale rispetto all’informazione borghese e perbenista dell’epoca, dall’altro inaugura un modello spietato e diretto, in cui sesso, gossip, scandali e calcio diventano il fulcro dell’offerta editoriale. Prende così forma un nuovo paradigma della comunicazione nel Regno Unito, destinato a ridefinire profondamente il legame tra stampa, potere e società.

Nel film, il ritmo incalzante delle riprese restituisce tutta la frenesia della nuova redazione: memorabile è la sequenza dal basso in cui Murdoch e Lamb si muovono sotto le rotative tra pagine che scorrono rapide, così come il momento in cui viene presa la storica decisione di trasformare il quotidiano in un tabloid più compatto e maneggevole.

“Murdoch non è un mostro; nel panorama inglese degli anni Sessanta ha rappresentato una ventata d’aria fresca, sfidando i pregiudizi tipici del sistema britannico. Un innovatore, dunque, con le sue ombre, ma pur sempre un innovatore. Murdoch era un mago della carta stampata, un mezzo che oggi si trova minacciato dall’intelligenza artificiale”, ha dichiarato Boyle in conferenza stampa. Ma le domande non sono tardate ad arrivare, soprattutto dopo le incisive parole di O’Connell: “C’è sempre un costo quando rinunciamo alla morale”.

Il Sun torna vertiginosamente in auge quando Lamb e i suoi collaboratori rivoluzionano il proprio approccio al giornalismo: accantonati i tradizionali approfondimenti politici, la cronaca e le recensioni intise di moralismo, il giornale si apre a un vero e proprio gossip da prima pagina, strizzando l’occhio alle pulsioni più istintive del pubblico con notizie scandalose, nudi e rubriche provocatorie come “la settimana delle mutande”. L’obiettivo primario e l’ossessione del caporedattore Larry diventano superare il Daily Mirror in termini di vendite e gradimento, traguardo raggiunto in modo clamoroso in seguito a uno scandalo che coinvolge direttamente la moglie di un collaboratore. Spingendosi oltre ogni limite, la linea editoriale di Lamb tocca vette di cinismo tali da scandalizzare persino uno spregiudicato editore come Murdoch, finendo così per stravolgere radicalmente la stessa essenza della professione giornalistica.

Grazie a una regia incalzante, a una solida interpretazione di O’Connell e a un ritmo serrato, il film cattura lo spettatore e stimola la riflessione, lasciando tuttavia aperte questioni cruciali: The Sun ha davvero rivoluzionato il giornalismo britannico, tradizionalmente statico e moralista, oppure ne ha tradito la missione, dando vita a un prodotto distante dall’etica professionale? Fino a che punto dipingere Murdoch come una figura illuminata corrisponde alla realtà? E ancora, come suggerisce O’Connell, ogni scelta comporta una responsabilità che si contrappone al cinismo? Scegliendo la via dell’ambiguità, la pellicola evita risposte facili e affida al pubblico l’arduo compito di giudicare.

The road to Gerico

Di ben altra natura è un’opera destinata ai circuiti d’essai, un raffinato documentario ibrido che fonde immagini ad alto valore simbolico, eventi reali, brevi interviste, frammenti poetici e partiture musicali. Amos Gitai, nato a Haifa l’11 ottobre 1950, è uno sceneggiatore, artista e produttore cinematografico israeliano noto per la sua ferma opposizione alle politiche del proprio governo, una presa di posizione che gli è valsa la censura e l’esilio, prima negli Stati Uniti e successivamente a Parigi. Gli anni Novanta hanno segnato un graduale rientro in patria, inaugurando una stagione di cinema antimilitarista teso alla ricerca del dialogo, di cui l’emblematico Kippur (2000), presentato al Festival di Cannes, costituisce uno degli esempi più alti.

The road to Gerico, spiega Gitai, è “un poema politico che nasce in un contesto tossico e ostile, dove non devono e non possono continuare ad esistere solo odio e divisioni. Il film nasce da un atto di colonizzazione israeliana segnato dalla chiusura di una scuola per i bambini beduini del deserto. Mi sono precipitato con la macchina da presa perché cosa può fare il cinema? Il cinema possiede un potere simbolico, e nulla più; il resto dobbiamo compierlo insieme, credendo nel dialogo e nella forza del racconto. Oggi il cinema non ha altri scopi: lo spettatore diventa così interprete e non semplice consumatore”.

Nel film compare anche un estratto di un’intervista a Yitzhak Rabin, ex primo ministro israeliano negli anni Novanta, in cui insiste sulla necessità di una pace reciproca e concordata anziché imposta, poco prima delle immagini drammatiche degli spari del novembre 1995 che ne decretarono l’assassinio, avvenuto a breve distanza dall’assegnazione del Premio Nobel per la pace. Il documentario si avvale del contributo di autori, scrittori e pensatori che hanno segnato il percorso filosofico e spirituale di Amos Gitai, sullo sfondo di pietre, colline e terre arse che hanno dato i natali alle tre religioni monoteiste.

Le riprese restituiscono volti di persone sfollate in rifugi di fortuna e spazi che accolgono un’umanità sofferente e complessa, perennemente divisa da aspre diatribe. In questo contesto, il dialogo si erge a fulcro dell’opera, mentre il cinema si trasforma in un messaggio simbolico, attivo e penetrante. Si tratta di un film unico nel suo genere, coraggioso e intriso di una profonda empatia, che al contempo custodisce tratti poetici capaci di evocare, pur nella distanza geografica e tematica, la cifra stilistica umile, creativa e artistica del regista giapponese Kore-eda.

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