Il mondo si trova oggi a un punto di non ritorno. Il blocco delle esportazioni petrolifere in Medio Oriente, innescato dal conflitto in Iran, ha trasformato l’energia da risorsa commerciale ad arma geopolitica assoluta. Con lo Stretto di Hormuz sigillato a giorni alterni, l’Europa si riscopre vulnerabile, costretta a guardarsi allo specchio e a valutare la reale consistenza della propria autonomia. In questo scenario di economia di guerra, due modelli si osservano nel Mediterraneo, delineando strategie opposte per affrontare la tempesta.

In Spagna il Presidente del Governo Pedro Sánchez ha costruito la sua strategia su un dato che oggi appare come un’assicurazione sulla vita: il Paese iberico produce ormai oltre la metà della propria energia elettrica da fonti rinnovabili. Per Madrid la transizione ecologica non è un vezzo ambientale, ma uno scudo contro l’inflazione. I numeri rivendicati a Bruxelles parlano chiaro: mentre l’Italia e il resto d’Europa subiscono i picchi del mercato, la Spagna riesce a mantenere prezzi dell’elettricità drasticamente inferiori. Sànchez punta alla chiusura programmata del nucleare per scommettere tutto su sole e vento, convinta che il vero “riparto dei benefici” passi per una riduzione strutturale dei costi per cittadini e imprese.

Veduta aerea di Madrid – Foto da Unsplash di Jorge Fernandez Salas

In Italia, la risposta del Governo Meloni si muove su un terreno decisamente più cauto e frammentato. La recente riprogrammazione di sette miliardi di euro dei fondi di coesione per sostenere imprese e famiglie rappresenta un intervento di protezione immediata, ma solleva interrogativi sulla visione di lungo periodo. Se da un lato il Governo dichiara di voler investire nelle rinnovabili, dall’altro la realtà dei fatti racconta di una burocrazia che soffoca i nuovi progetti. Gli analisti energetici più critici, come quelli del think tank ECCO, sottolineano come il ricorso ai sussidi per calmierare i rincari sia una risposta parziale a un problema strutturale: la dipendenza dal gas.

Questa divergenza non è solo tecnica, ma filosofica. Laddove la Spagna vede nelle rinnovabili la chiave per la “nuova sovranità”, l’Italia sembra ancorata a una gestione difensiva, tentando di preservare gli equilibri industriali esistenti attraverso la diversificazione dei fornitori di fossili. Tuttavia, la crisi iraniana ha eliminato il lusso del tempo. Se il modello iberico trasforma il clima in un’opportunità di competitività industriale, l’approccio italiano rischia di rimanere intrappolato in una gestione perenne dell’emergenza, rincorrendo prezzi che non può più controllare.

Il bivio energetico è ormai ineludibile. La domanda che oggi attraversa i corridoi di Palazzo Chigi e della Moncloa non riguarda più solo l’ambiente, ma la sopravvivenza economica. L’energia del futuro sarà un bene autoprodotto e a basso costo, come suggerisce la rotta tracciata da Sánchez, o un debito infinito pagato a fornitori esteri in un mondo sempre più instabile? La chiusura dello Stretto di Hormuz ha già dato la sua risposta brutale; resta da vedere se l’Italia saprà coglierne l’urgenza prima che il costo dell’inazione diventi insostenibile.

Veduta aerea di Roma – Foto da Unsplash di Francesco Maria Achille

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