Da circa due mesi il mondo assiste, col fiato sospeso, alla guerra che Israele e Stati Uniti hanno intrapreso contro l’Iran. In risposta ai bombardamenti, l’Iran ha chiuso lo stretto di Hormuz bloccando circa il 20% dell’offerta mondiale di prodotti petroliferi causando una delle più gravi crisi energetiche della storia recente, la seconda in quattro anni dopo quella innescata dalla guerra in Ucraina.

Si sta vivendo una crisi globale che crea instabilità geopolitica e colpisce, impoverendone la popolazione, soprattutto i paesi come l’Italia che hanno costruito il loro benessere sull’utilizzo dei combustibili fossili.

La prospettiva della transizione verso l’energia pulita come percorso di liberazione dai ricatti dei “petrostati”, ridurre la dipendenza dai fossili con energia pulita, dovrebbe essere ora più chiara che mai ma la politica italiana ed europea sembra non sapere che direzione prendere.

Si assiste a discussioni lunari sulla necessità di ricominciare a importare gas russo, investire in reattori nucleari, sospendere il meccanismo Ets (Emission Trading Scheme) che tassa le emissioni di gas climalteranti, elargire sussidi a pioggia e via discorrendo, solo per menzionare le ricette più gettonate. Tutte misure problematiche, dall’impatto incerto sui prezzi ma soprattutto inefficaci nel sottrarre il Paese dalla subalternità al mercato dei fossili.  

Nessun politico ricorda più il Green Deal, l’unico, articolato, completo piano strategico, approvato nel 2020 dall’Europa per abbandonare in modo sostenibile i combustibili fossili, assicurare più sicurezza energetica ai paesi Europei e mitigare la crisi climatica.

La politica italiana in particolare, di fronte alla evidente vulnerabilità del paese, sta mostrando più degli altri paesi europei tutta la sua incapacità a costruire un sistema energetico moderno e resiliente. Alcuni esempi di eclatanti ritardi italiani.

Alla mobilità piace Hormuz

Secondo le rilevazioni Aci (Automobile Club Italiano) il parco veicolare italiano continua inesorabilmente a crescere confermando la vocazione fossile della mobilità italiana.

Nel corso del 2025 le auto in circolazione sono aumentate di 455mila unità  raggiungendo il massimo storico di 41.795.962 auto, pari a 710 auto ogni 1000 abitanti. Un incremento notevole, superiore a tutte le autovetture elettriche attualmente circolanti, le BEV (Battery Electric Vehicle) erano poco più di 362mila al 31 dicembre 2025.

Parco auto circolante in Italia al 31 Dicembre 2025 (alimentazione e classe Euro)

Dai dati di vendita auto inoltre non si intravede un significativo cambio di passo. Mentre nei Paesi Bassi e nel Belgio un’auto su due vendute è elettrica e in Germania e Francia una ogni cinque, in Italia solo una ogni 15.  

La mobilità italiana non solo ha il più alto numero di auto per abitante in Europa ma continua a snobbare il passaggio all’elettrico, aumenta la sua dipendenza dai vari “Hormuz” e sembra che questo non le dispiaccia.

Impianti rinnovabili e autonomia energetica

Il 2025 ha segnato una fase di rallentamento nell’ installazione di fonti elettriche rinnovabili, registrando un calo dell’8,2% nella nuova potenza installata rispetto all’anno precedente. Il dato riflette principalmente il rallentamento del fotovoltaico, che è la tecnologia trainante del settore in Italia. Gli impianti fotovoltaici rappresentano il 90% delle nuove installazioni  rinnovabili.

ANIE rinnovabili. Trend storico della produzione rinnovabile in Italia

Analizzando i dati di produzione e consumo di energia elettrica si nota inoltre che, nel 2025, solamente il 41,1% del Fabbisogno Nazionale è stato soddisfatto da FER (Fonti energetiche Rinnovabili), in calo rispetto al 2024. Esaminando il trend storico della produzione rinnovabile in Italia si nota poi che negli ultimi dieci anni la copertura FER del fabbisogno elettrico nazionale è rimasto sostanzialmente stabile (nel 2014 era stata del 39%). Non si percepisce nessuna reazione commisurata alla  drammaticità del momento e all’urgenza di porvi rimedio, si tende piuttosto a galleggiare su un petrolio sempre più caro.

Flop del progetto CER

La direttiva europea FER II del 2018 indicava l’autoproduzione di energia rinnovabile come uno dei pilastri della transizione energetica: ogni cittadino o gruppi di cittadini (imprese o gruppi di imprese) possono produrre l’energia che serve loro, rinnovabile e a basso costo. Un cambio di paradigma epocale nella gestione energetica, una modalità efficace per ridurre drasticamente i costi e la dipendenza da fornitori e mercati.

In questi anni si è diffusa solo l’autoproduzione individuale possibile per coloro che possiedono spazi adeguati per installare impianti collegabili alla loro rete elettrica privata. La classica villetta con i pannelli sul tetto.

Questa possibilità è però preclusa alla maggioranza dei cittadini che abitano nei condomini, in caseggiati privi di spazi e di corretta esposizione al sole. A loro la direttiva FER II offre la possibilità di riprodurre la condizione del singolo autoproduttore aggregandosi in Comunità Energetiche Rinnovabili CER.

Il governo italiano nel 2021 ha emanato per questo una propria direttiva sul tema e, nel febbraio 2024, ha approvato un decreto per incentivare 210.000 progetti di “Comunità Energetiche Rinnovabili” in grado di coinvolgere due milioni di aderenti, installare entro il 2027 5 GW di nuova potenza rinnovabile.

Queste obiettivi sono stati messi nero su bianco in una lettera con cui Bruxelles ha dato il via libera al governo italiano.

A due anni dall’avvio del progetto e altrettanti dalla sua conclusione i progetti CER registrati nella piattaforma del GSE (Gestore dei Sistemi Energetici) sono 904, per una potenza di 0.095 GW e 8653 utenti aderenti. Molti degli impianti elencati non sono ancora allacciati alla rete elettrica.

L’impressione prevalente è che, dopo gli annunci roboanti, non si sia fatto niente perché le CER funzionassero.

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