L’intero scacchiere mediorientale è sconvolto da un’onda di guerra che sembra inarrestabile. Sono molte le analisi statistiche, tattiche e politiche presenti nei media. Sono apparsi paralleli con l’invasione russa in Ucraina, con l’intervento in Siria e perfino con la Libia. In effetti un postulato sembra essere dimostrato da tutte queste situazioni: non esiste la guerra lampo, l’operazione speciale dal nome eroico, pronta a chiudersi in pochi giorni. Non esiste neanche quando i rapporti di forza sono sbilanciati in modo tanto evidente.

A “complicare” i piani di vittoria istantanea concorrono sia alleanze esterne e fazioni interne, sia la conformazione del territorio e della società. Il presidente Trump pensava che una pressione militare potente avrebbe costretto il regime iraniano al collasso. Non è andata così, anzi forse gli iraniani si trovano oggi più uniti di un tempo. Al punto da negare l’esistenza di un negoziato, quasi non fossero interessati.

La strategia militare dell’Iran

La reazione da parte iraniana è stata sottovalutata, ha assunto una forma e un’estensione che anni di riavvicinamenti forse non lasciavano sospettare. Perché in effetti l’Iran negli ultimi tempi si era mostrato più cauto nel cercare lo scontro, si era anche pacificato con la parte sunnita del mondo islamico. Basti pensare all’accordo con l’Arabia Saudita, mediato dalla Cina nel 2023, un passo importante verso il miglioramento delle relazioni con altri Stati del Golfo e con l’Egitto.

Ora quegli Stati vengono attaccati da missili balistici e droni, prendendo di mira soprattutto le basi americane disseminate nel Golfo ma anche dove fa più male, negli interessi economici. Aeroporti a servizio ridotto, gli stessi che fino a ieri erano ai primi posti per traffico globale. Infrastrutture petrolifere, desalinizzatori. Perfino hotel di lusso. L’idea che traspare è convincere l’intera regione che quelle stesse basi militari sorte come deterrente all’instabilità siano ora diventate parte del problema di sicurezza. Le azioni coordinate allontanano gli investitori, mettono in pericolo l’accesso ai mercati dei capitali e i flussi turistici. Niente che le ricchezze naturali di alcuni non possano fronteggiare, ma comunque un cambiamento strategico significativo, avvenuto per fasi.

Soleimani

Siamo nel 2020. Donald Trump al suo primo mandato ordina l’assassinio del comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Qassem Soleimani. Una persona molto influente tra i leader militari, tra i personaggi più spietati che pur costellano in gran numero il regime degli ayatollah. Morte giusta, si potrebbe dire perfino che se l’è cercata. Morte extra-giudiziale, diranno altri. Come si scelga di definire l’evento non cambia il fatto che il vuoto creato nel processo decisionale iraniano porta l’Iran a lasciare la sua strategia di pressione calibrata attraverso la rete dei proxies (nel 2019 ricordiamo i droni Houthi sul petrolchimico arabo nel 2019 e l’attacco all’ambasciata USA di Baghdad).

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Dopo Soleimani, l’Iran mostra maggior cautela nel provocare lo scontro con gli Stati Uniti. Ma alla diminuzione delle azioni dirette corrisponde un ampliamento dei ranghi del proprio esercito dell’arsenale missilistico, oltre a un più intenso sviluppo dei droni. Il rumoroso ma efficace Shahed 136 viene progettato dall’Iran in quel periodo e venduto alla Russia, che ha bisogno di una nuova arma in Ucraina dopo il fallimento della sua “guerra lampo”. E quel fronte finisce per testare il prodotto, con 50mila lanci russi nel solo 2025 che perfezionano sia la meccanica, sia la tecnica di pilotaggio.

Gaza

Un nuovo cambio di paradigma avviene in seguito alla guerra israelo-palestinese. Prima del 7 ottobre 2023, l’influenza regionale dell’Iran appare in calo, vengono a mancare alcuni alleati storici. Con la fuga del dittatore siriano Bashar al-Assad, Teheran perde il suo storico ponte strategico verso il Mediterraneo; in Iraq l’ascendente sui gruppi armati è indebolito e in Libano Hezbollah resta forte per dimensione militare ma poco efficace. Restano solo gli Houthi in Yemen, insomma.

La calma apparente nei gangli del potere iraniano successiva alla morte di Soleimani viene interpretata dai nemici dell’Iran come debolezza e si arriva, durante la guerra di Gaza a uno scontro diretto: la cosiddetta guerra dei dodici giorni in cui vengono inflitti all’Iran pesanti danni alle infrastrutture nucleari. Una vittoria schiacciante e motivo di vanto forse esagerato da parte della formidabile coppia Trump-Nethanyahu.

Colpo finale?

Gli alleati si convincono che sia il momento di “eliminare per sempre la minaccia dei nemici della democrazia, della pace e dello sviluppo”. Scelgono di proteggere la pace con una guerra. E Teheran risponde all’attacco potente e massiccio, con un nuovo cambio di approccio strategico: anziché circoscrivere il conflitto, Teheran punta ad allargarlo. Basta con la rappresaglia militare, spazio alla minaccia di una crisi regionale ad ampio spettro, in grado di stravolgere i mercati energetici (e alimentari, anche se i fertilizzanti sono meno mediatici) globali e di destabilizzare il traffico marittimo e aereo internazionale.

L’Iran appare determinato a riproporsi come potenza dirompente nella regione, forte anche della risposta interna: nonostante le iniziali proteste di piazza (prontamente represse, come ci si attende da una dittatura), con il passare dei giorni la rabbia interna si sposta dal regime verso chi minaccia l’esistenza stessa del Paese. Per assurdo, l’assassinio del Leader Supremo Ali Khamenei sembra aver dato impulso anziché stroncare la sopravvivenza politica del regime.

Un fronte sempre più ampio

Sul campo, le notizie di attacchi coordinati tra Hezbollah e le forze iraniane, insieme ai crescenti scontri tra Hezbollah e truppe israeliane, suggeriscono che questo nuovo fronte potrebbe diventare il teatro centrale della guerra. Al contrario Yemen e Iraq mostrano attività più contenute, almeno per il momento. Certo che se le cellule dovessero attivarsi in pieno, oltre a Hormuz il mondo potrebbe perdere anche Suez.

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Cambia anche come si combatte. Da fonti emiratine, unico Paese a fornire dati con buona trasparenza, si nota come il numero dei missili balistici iraniani sia diminuito di oltre il 90%, mentre Teheran e i suoi alleati regionali si stanno orientando verso i droni, il cui numero cala ma restano di numero significativo. Tattiche da ribelli, da guerra civile, si oppongono allo strapotere militare USA.

Su tutti questi punti di svolta, strategici e militari, resta sospeso il dubbio più inquietante. A dispetto del duro colpo subito, l’Iran resta accreditato di grandi quantità di uranio arricchito e potrebbe condurre il suo primo test nucleare proprio nel corso della guerra. In una triste ironia del destino, era proprio Khamenei a sostenere il divieto religioso verso il nucleare e la morte del Leader Supremo ha di fatto eliminato tale vincolo.

Ora gli Stati Uniti si trovano di fronte al dilemma se proseguire nella guerra, in un contesto domestico sempre meno favorevole e con il rischio di creare un conflitto su larga scala, oppure dichiarare un successo strategico limitato e tornare alla consueta deterrenza. Sempre meglio che abbandonare e lasciare agli altri cantar vittoria… Vietnam, Iraq e Afghanistan avranno pur insegnato qualcosa.

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