Emergenza smog: la politica dorme sotto la nebbia padana
Il nord Italia resta intrappolato nell'inquinamento mentre chi potrebbe fare qualcosa continua a rinviare una vera svolta sulla mobilità sostenibile.

Il nord Italia resta intrappolato nell'inquinamento mentre chi potrebbe fare qualcosa continua a rinviare una vera svolta sulla mobilità sostenibile.

Da anni l’Unione Europea richiama l’Italia per i pessimi livelli di qualità dell’aria nell’intero bacino padano. Non si tratta solo di avvertimenti: il nostro Paese ha già collezionato due condanne definitive da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea per lo smog in Pianura Padana, e una nuova procedura di infrazione è ormai alle porte.
Viviamo in una delle aree più inquinate d’Europa eppure, di fronte a questo scenario, la politica italiana continua a non trattare il tema come una vera emergenza. Da troppo tempo assistiamo a misure simboliche e poco efficaci: blocchi del traffico che non incidono realmente, domeniche ecologiche che somigliano più a eventi ricreativi che a campagne di sensibilizzazione, e una sostanziale incapacità di promuovere sistemi di trasporto realmente alternativi all’uso dell’auto privata.
I dati più recenti dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sono passati quasi inosservati nel dibattito politico italiano. Eppure parlano chiaro: tra le 10 città europee con la peggiore qualità dell’aria su 761 analizzate, ben 8 sono italiane, tutte situate in Pianura Padana (tra cui Verona), affiancate solo da una città greca, Ioannina, e una croata, Slavonski Brod. A certificarlo è lo European City Air Quality Viewer, lo strumento che ogni anno fotografa lo stato dell’aria nelle città europee. In questo contesto, il settore dei trasporti gioca un ruolo centrale: è responsabile del 31% delle emissioni di gas serra, e circa la metà di queste emissioni è legata agli spostamenti in auto privata, soprattutto nelle aree urbane.

La mobilità sostenibile, però, non riguarda solo la lotta allo smog – che dovrebbe essere la priorità assoluta per le regioni padane – ma anche altri aspetti fondamentali della vita quotidiana: la riduzione della congestione del traffico e del tempo perso negli spostamenti casa-lavoro, il diritto alla mobilità per tutti, soprattutto in una società che sta rapidamente invecchiando.
Eppure, nelle ultime settimane, abbiamo assistito a segnali contraddittori. Da un lato, nel silenzio quasi totale della politica delle regioni del Nord, la legge di bilancio ha previsto un taglio del 75% dei fondi strutturali destinati agli investimenti per migliorare la qualità dell’aria. Dall’altro, il nuovo assessore regionale del Veneto, Ruzza, ha annunciato lo stanziamento di ulteriori 51,87 milioni di euro dal Fondo Nazionale Trasporti a sostegno del trasporto pubblico locale. Un passo importante, ma chiaramente insufficiente rispetto alla dimensione del problema.
Per uscire davvero da questa emergenza serve fare molto di più. Servono investimenti strutturali e una visione di lungo periodo per sviluppare politiche di mobilità sostenibile realmente efficaci.
Facilitare gli spostamenti quotidiani, offrire alternative affidabili all’auto privata, ridurre la congestione stradale, favorire l’intermodalità città-periferia, limitare l’espansione urbana incontrollata: i progetti di mobilità non sono semplici interventi tecnici bensì strumenti concreti per migliorare la qualità della vita delle persone, rendere le città più inclusive, più vivibili e più ricche di opportunità. La loro realizzazione richiede un impegno collettivo e investimenti importanti.
Un esempio interessante arriva dalla Francia, dove alla fine del 2023 è stata approvata la legge SERM (Services Express Régionaux Métropolitains), pensata per sviluppare servizi ferroviari metropolitani nelle principali regioni francesi sul modello della RER di Parigi. A febbraio 2025 sono stati approvati 26 progetti, con l’obiettivo di garantire treni ogni 10–15 minuti nelle ore di punta e l’introduzione del biglietto unico. L’investimento previsto nel breve-medio periodo è di circa 15 miliardi di euro.

Uno sforzo simile sarebbe necessario anche in Italia e le città del Nord dovrebbero farsi promotrici di questa istanza nei confronti dello Stato e delle Regioni: investire nei servizi metropolitani delle principali aree urbane italiane non rappresenterebbe solo un adempimento agli obblighi europei, ma un vero investimento nell’efficienza complessiva del Paese.
Le risorse, in larga parte, esistono: si tratta di decidere come utilizzarle e quali siano le vere priorità. Trovare 15 miliardi di euro per potenziare i servizi metropolitani delle principali città italiane è possibile, ad esempio ripensando alcune scelte di investimento infrastrutturale oggi orientate verso opere faraoniche e controverse (ogni riferimento al Ponte sullo Stretto è puramente voluto). Sta a noi, oggi, decidere quali siano le priorità per il futuro dei nostri territori.
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