Prima di XFactor c’erano i Water in Face. Nel 2007 aprono un concerto dei Marlene Kuntz e sembrano avviati verso prospettive importanti, compresa la possibilità di un tour negli Stati Uniti. Poi arrivano i dissidi, il cantante lascia il gruppo e tutto si ferma. Nevruz si ritrova praticamente da solo e qualche anno dopo, nel 2010, approda a XFactor nella squadra di Elio.

Ma il percorso musicale è soltanto una parte della storia. Da anni Nevruz porta avanti anche laboratori dedicati alla voce, iniziati nei centri sociali guardando al lavoro di Demetrio Stratos degli Area e sviluppati poi in esperienze con minori e persone con differenti fragilità. Ha collaborato a lungo con Trame 2.0 a Modena e racconta come fondamentale anche l’incontro con Dandy Bestia degli Skiantos, con cui ha vissuto per tre anni e con il quale ha condiviso molto.

A dare una chiave nuova a tutto questo è stata la scoperta della propria neurodivergenza AuDHD. «Per anni sentivo di essere diverso, ma non capivo perché». Appartiene a una generazione nella quale questi temi erano poco esplorati e dare finalmente un nome a quel personale “funzionamento” gli ha permesso di rileggere anche il proprio modo di stare sul palco. Da fuori può apparire sicuro, brillante, persino incontenibile; lui racconta invece il bisogno di ritualità, la difficoltà a gestire il carico emotivo e la necessità, dopo un concerto, di isolarsi per scaricare la tensione. Suonare da solo lo fa sentire «nudo»: avere altri musicisti accanto serve anche a «diluire il peso della canzone». Da qui si comprende meglio anche la definizione di “NeuroRock”, che per LeOssAPowerII è prima di tutto identitaria.

Il nucleo del progetto nasce dall’incontro con il batterista Simone “SiMMi JaRy”. L’intesa è immediata: le prime prove diventano quasi subito materiale da concerto, spesso ancora senza testi definitivi. Poi arriva VeRoNicA ZeTA KuRT.

Nevruz

Nevruz e Veronica si erano già incontrati attraverso amici comuni. Si ritrovano successivamente a Roma, durante un concerto di Morgan, e da lì il dialogo si trasforma in collaborazione. Veronica avrebbe voluto suonare, ma trova soprattutto nella scrittura il proprio spazio. Nevruz le riconosce una capacità particolare: tradurre rapidamente un suono in parole, attribuendogli un senso. Il procedimento creativo parte infatti quasi sempre dalla musica. Prima arrivano riff, ritmo e atmosfera; poi Veronica «veste» quel materiale con un testo, prevalentemente in inglese.

Attorno a questo nucleo LeOssAPowerII funzionano come una struttura aperta. Ci sono più batteristi; lo stesso Nevruz suona la batteria, ci sono il sociologo Luca Negrogno, Francesca che segue management e assistenza, il fonico e altre figure che entrano nel progetto condividendone l’idea di fondo. Una parola torna spesso: indipendenza.

Nevruz è molto critico verso i circuiti tradizionali della promozione musicale: «O hai molti soldi da investire oppure finiscono per sfruttarti». Le classifiche interessano poco: «Non facciamo gare, facciamo arte». Da qui la scelta di Bandcamp e di un rapporto il più possibile diretto con chi ascolta. Anche il disco fisico viene venduto soltanto durante i concerti, perché l’obiettivo è riportare le persone davanti a un palco. Se più artisti scegliessero modalità simili, sostengono, qualcosa nel sistema potrebbe forse cambiare. Per loro questa indipendenza è anche politica. Antimilitarismo e antifascismo vengono dichiarati senza particolari cautele, e al live del 9 agosto a Roncoferraro (MN), con Johnson Righeira come ospite, questo atteggiamento ha prodotto conseguenze molto concrete.

Durante il live Nevruz parla della necessità della pace e mostra una bandiera palestinese. Pochi spettatori reagiscono con insulti e provocazioni; la situazione richiede l’intervento della sicurezza e il concerto viene ridotto. Ma ridurre quella serata alla contestazione sarebbe fuorviante. Gran parte del pubblico resta, e nei giorni successivi, racconta Veronica, accanto ai commenti negativi arrivano numerosi messaggi di solidarietà e sostegno.

Resta però una domanda: come può un appello alla pace provocare una risposta aggressiva? Nevruz e Veronica parlano di propaganda e di ignoranza della storia. Ma soprattutto rifiutano l’idea che un musicista debba «limitarsi a cantare». La politica, spiegano, non appartiene soltanto ai partiti. Ogni scelta ha una dimensione politica, compreso il modo in cui decidiamo di lavorare e di costruire relazioni. «Stare insieme è un gesto politico». Forse è questa la frase che meglio unisce tutto il progetto.

Il passo successivo potrebbe essere la nascita di un’associazione culturale capace di raccogliere competenze differenti, sviluppare laboratori sulla neurodiversità e trasformare quei percorsi in esperienze artistiche da portare anche negli spettacoli. Nevruz cita il lavoro fatto con Francy, una sua allieva che non parlava e arrivata a comunicare attraverso il canto, come esempio di ciò che intende. Parla di libertà, indipendenza e umanesimo. Di una possibile «alternativa all’alternativa». Veronica, poco prima di salutarci, aggiunge una considerazione che sembra quasi completare il quadro: negli ultimi anni la musica è stata troppo edulcorata e l’arte anestetizzata.

L’individuo, dice, non è fine a se stesso. È collegato agli altri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA