L’8 giugno di ogni anno, in occasione dell’anniversario della Conferenza Mondiale su Ambiente e Sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani (World Ocean Day), della cui importanza abbiamo già accennato in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente. Lo scopo principale è ricordare quanto essi siano fondamentali per la vita della Terra e anche attirare l’attenzione sul rischio di distruzione del luogo dal quale gli esseri viventi come noi sono emersi circa 600 milioni di anni fa e dal quale traggono nutrimento e sostegno. Un “polmone del pianeta” che da qualche decennio sfruttiamo, oltre ogni sua capacità di recupero, come discarica dei nostri rifiuti.

L’appuntamento di quest’anno dà inoltre inizio al Decennio sulla scienza oceanica per lo sviluppo sostenibile (2021-2030), proclamato dalla Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione internazionale per lo sviluppo della ricerca scientifica e le tecnologie innovative che collegano la scienza oceanica con i bisogni della società, Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine.

L’ISPRA (Istituto per la protezione e la ricerca ambientale), a supporto del MITE (Ministero della Transizione Ecologica), ha colto l’opportunità di avviare un programma di misure a tutela del mare in base alla Direttiva europea (cosiddetta “Strategia Marina“) recepita dall’Italia nel 2010.

Per l’occasione il Segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha affermato: «Le pressioni di molte attività umane continuano a degradare gli oceani e a distruggere gli habitat essenziali, come le foreste di mangrovie e le barriere coralline […]. Queste pressioni provengono anche dalle attività umane sulla terraferma e nelle aree costiere, che portano negli oceani sostanze inquinanti pericolose, compresi i rifiuti di plastica».

UN, World Ocean Assessment

Tutto questo è ben descritto nel World Ocean Assessment  pubblicato dalle Nazioni Unite il 22 aprile scorso: si tratta di due volumi di oltre 500 pagine ciascuno, frutto del lavoro di oltre 300 esperti, un pool di oltre 780 ricercatori provenienti da tutto il mondo, che evidenzia in modo inequivocabile il ruolo dell’uomo nel degrado degli ecosistemi oceanici.

A rappresentare efficacemente la gravità della situazione sono le impressionanti immagini dei cosiddetti Trash Vortex, correnti marine che concentrano tonnellate di rifiuti in isole di plastica galleggianti, alcune estese migliaia di km quadrati, grandi come intere nazioni. La più nota è quella nel Nord Pacifico, conosciuta con il nome di “Pacific Trash Vortex“. Una vera e propria isola di plastica.

In effetti le plastiche sono le principali, non le uniche, cause di inquinamento dei mari. Per una nostra cattiva gestione dei rifiuti si riversano in mare trascinate a valle dai fiumi, ma provengono anche dalle attività che si svolgono in mare (attività di pesca, navigazione e trivellazione) o lungo le coste.

Si tratta prevalentemente di materiale usa e getta come filtri di sigarette, cotton fioc, plastic bags, bicchieri, corde e reti da pesca, buste alimentari per patatine, bottiglie e altro.

Non sono in alcun modo biodegradabili, sono nate apposta per non esserlo, e per questo finiscono per avere ripercussioni importanti su tutto l’ecosistema terrestre e non solo su quello marino. La loro pericolosità è aggravata dal fatto che con il tempo, gli agenti atmosferici e i microrganismi le scompongono nelle cosiddette microplastiche, infinitesimali particelle di polimero, non visibili dall’occhio umano, capaci per questo di entrare diffusamente nel ciclo della alimentazione avvelenandolo. Ormai tutto l’ecosistema ne è pericolosamente invaso.

Marine Litter Watch. Distribuzione rifiuti nei mari europei
Marine Litter Watch, distribuzione dei rifiuti nei mari europei

Per quanto riguarda l’Europa il Marine Litter Watch, osservatorio dei mari della Comunità europea, ci informa che delle stimate 610 mila tonnellate di rifiuti riversati nei mari europei ogni anno ben 510 mila (83%) sono costituite da materiale plastico non biodegradabile. Di queste, ben 250 mila tonnellate confluiscono nell’oceano Atlantico Nord-Orientale e 225 mila nel nostro Mediterraneo. Per quest’ultimo la quantità di plastica dispersa annualmente è particolarmente elevata se si considera che, trattandosi di un mare “chiuso”, la sua concentrazione aumenta esponenzialmente nel tempo causando impatti irreversibili nella catena alimentare mediterranea con conseguenti danni alla salute e all’economia.

Noi italiani siamo quindi particolarmente esposti a questo pericolo, forse più di altri paesi europei, e perciò dovremmo essere particolarmente interessati a ridurre l’uso di oggetti in plastica usa e getta, a una corretta gestione e recupero dei rifiuti, allo sviluppo di prodotti biodegradabili e all’ innovazione dei nostri sistemi di produzione.

Quindi per noi la celebrazione della Giornata Mondiale degli Oceani (World Ocean Day) non diventa solo occasione per esprimere indignazione nel vedere animali marini soffocati dei detriti, ma per seria riflessione su un tema che ci tocca molto da vicino.

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