C’è un gran correre a destra e a manca nei corridoi di Bruxelles attorno al tema dell’intelligenza artificiale. Ormai ho imparato a conoscere questa città e so che funziona a parole chiave. Buzzwords, come si chiamano in inglese. Qualcuno di ben introdotto riesce a mettere un tema al centro dell’attenzione e per mesi, anni se si è sfortunati, non si parla d’altro. Tutto viene messo in congelatore per seguire quell’esigenza, quella priorità che, spesso, contamina un po’ tutte le sfere delle politiche europee.

E con l’intelligenza artificiale è andata un po’ così. Il pifferaio magico ora suona questa musica. E tutti dietro a lui. Dobbiamo accelerare sull’IA perché, sennò, i russi ci fregano con le loro bombe, dice quello. O con gli hacker, risponde il suo amico. Oppure dobbiamo accelerare sull’IA, sennò rimaniamo indietro con la medicina e le scoperte mediche, aggiunge qualche esperto. Qualcun altro cita l’astronomia e i viaggi stellari. Altri ancora, gli enormi balzi in avanti nel sapere relativo al genoma e alla genetica. Senza dimenticare l’agricoltura di precisione. E la prevenzione dei disastri idrogeologici. Qualche articolo di fondo menziona l’importanza dei robot badanti e di quelli operai che, si sa, ci libereranno dai gravosi compiti del nostro futuro. E la musica continua con mille altre ragioni, più o meno futuristiche, che toccano un po’ tutti i temi, o quasi, dello scibile umano. Almeno quelli di competenza delle istituzioni europee.

E, per carità, ognuno ha il suo pezzo di ragione, capiamoci. Per dire, in un recente podcast ho scoperto che l’IA già vale metà di tutto il valore degli scambi alla borsa di New York. Che a sua volta vale il 250% del PIL americano. Insomma, roba che la bolla dei mutui subprime fa ridere in confronto. Quindi, sì, ovviamente è un tema.

Ma questa agitazione, questo caotico affanno regolatorio, oltre a non aver partorito quasi niente, rischia di lasciarci con più problemi che soluzioni, se non viene gestito.

E qui cominciano le dolenti note. Perché, come ci hanno insegnato fin da quando eravamo piccoli, niente è gratis. O meglio, per usare una frase da cioccolatini, solo le cose importanti della vita sono gratis. L’amore di qualcuno che ti ama. Un bel tramonto. Una brezza che ti sorprende mentre passeggi sulla spiaggia; a parte queste bellezze assolute ed effimere, tutto ha un prezzo. E l’IA si paga. In data center. Che io, in questo caso, chiamerò centri elaborazione dati (CED), perché non vedo per quale ragione non si possa usare il termine italiano, visto che esiste. A costo di apparire macchiettistico.

Credo che chi legge Vez lo sappia bene, ormai: i centri elaborazione dati hanno un costo ambientale e sociale non banale. I costi ambientali sono conosciuti: il grande uso di acqua di falda, principale ragione dell’incavolatura generale negli USA che ha portato al grosso movimento di opposizione in corso in quel Paese, guidato dalla famosa avvocata Erin Brockovich; il grosso consumo di energia elettrica; la forte emissione di calore di scarto; l’uso di refrigeranti PFAS in quantità industriali, per citarne alcuni. Senza toccare il tema del consumo di suolo. Certo, alcuni impattano meno, ma per la maggior parte… quello è.

Gli impatti sociali, invece, sono meno indagati. Perché sono un po’ più subdoli. L’arrivo di un CED in un territorio accaparra spesso molta della capacità di connessione alla rete, mettendo in secondo piano la possibilità di connessione dei privati. Il cavo regge fino a un certo punto e, quindi, deve dare priorità a questo o a quel cliente. Spesso lo fa con il cliente più grande, che gli garantisce i guadagni migliori. Il rinforzo della rete, poi, necessario a trasportare tutta la corrente di cui i centri dati hanno bisogno, si fa per lo più a spese della collettività.

Ebbene, quando c’è un costo, soprattutto un costo sociale, è opportuno valutare a fronte di quale utilità quel costo venga sostenuto. Ed è qui che casca l’asino. Qual è l’utilità, di preciso? Stiamo costruendo i centri elaborazione dati per fare medicina di precisione e prevedere i dissesti? O per modificare la mia foto del profilo Instagram e sembrare più giovane? Per implementare nuove e più fantasiose funzioni nei siti a luci rosse? O magari per guidare i droni che ammazzano la gente da qualche parte nel mondo?

Il punto essenziale, infatti, è che non abbiamo veramente un piano di utilizzo, né una gerarchia, o una roadmap che definisca le priorità a breve, medio e lungo termine, sulla base della quale si potrebbe dire: ce ne servono dieci, cento, un milione. E allora, sulla base di quel fabbisogno e di quelle priorità, potremmo capire dove ci servono e quanto grandi debbano essere questi CED. E di conseguenza anche fissare un budget.

Ma, come per l’idrogeno («dobbiamo vincere la corsa dell’idrogeno contro i cinesi») tutto sembra partire non dalla domanda o dall’offerta, ma da ciò che sta in mezzo: l’infrastruttura. Priorità all’azione sul campo, perché dobbiamo triplicare i nostri centri dati in cinque anni. «Droniamoci e partite», potrebbe essere un’utile parafrasi.

E questo apparente caos regolatorio, tipico della politica che non decide, lascia le mani libere a chi vive di questo business infrastrutturale. Che poi, in questi casi, sono spesso multimiliardari. I soliti.

Che, se gli dici che vorresti mettere delle regole, gridano allo scandalo, al piano sovversivo sovietico che tarpa le ali all’innovazione privata, forti del megafono di centinaia di lobbisti in città.

Ecco allora che la già timida regolamentazione proposta dalla Commissione europea per introdurre etichette di efficienza e qualità per i centri elaborazione dati è sotto forte pressione e rischia di venire annacquata.

E il tema dei CED è, per esempio, quello che domina le richieste delle lobby del nucleare, e poco importa se oggi nessuno di quelli realizzati negli USA dalle grandi aziende informatiche, che avevano promesso di realizzare piccoli reattori nucleari per alimentarli, funziona con energia che non sia strettamente fossile. Ma domina, ovviamente, anche la produzione «strategica» di centrali a gas (non solo nella UE), che «sono le più rapide e le più pulite tra le fonti fossili». E, ancora, tutta la discussione sugli investimenti nelle reti elettriche europee viene dopata da questo tema. Ognuno, insomma, lo usa come jolly nella partita che sta giocando con le istituzioni europee, cercando di portare a casa tutto il piatto.

Per non parlare dell’obiettivo di efficienza energetica al 2040, che rischia di essere sacrificato perché l’efficienza «non può essere un mantra». Perché, si sa, alcuni Paesi vorrebbero essere liberi di consumare più energia, fossile e importata, per alimentare i centri elaborazione dati.

Tutto questo succede, credo sia evidente a tutti, perché non c’è visione. C’è, semmai, la solita, cercata e voluta, di-visione. C’è sempre la miope politica nazionale, che punta a fare delle regole, sì, ma solo a condizione «che non mi impediscano di costruire CED nel mio Paese». Perché va bene l’Europa, ma «io il centro dati lo voglio a casa mia e voglio farmi le mie strategie». Sì, d’accordo, free Mandela, ma free anche a mio cugino direbbero EELST (cit.).

La miopia dei governi europei, dei soliti capponi di Renzo manovrati dai vari multimiliardari americani o dagli oligarchi di questo o quel Paese, rimane il problema principale del nostro continente.

Potremmo essere noi europei quelli che finalmente stabiliscono regole di buon senso per l’IA e ne bloccano la crescita acefala e senza controllo? Certo.

Abbiamo le risorse umane ed economiche per riprendere in mano questo tema e dire la nostra sul piano mondiale? Probabilmente sì.

Lo faremo? Probabilmente no.

E la cosa divertente è che, se mettessimo tutte le variabili assieme in un prompt, la prima a suggerircelo sarebbe proprio lei, l’IA. Perché lei sì, ragiona con la logica.

L’articolo di Davide Sabbadin, uscito su Vez.News, partner di Heraldo.

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