A Verona, quando si parla di mobilità, il dibattito prende spesso la forma di un duello. Da una parte i ciclisti, dall’altra gli automobilisti. In mezzo, quasi sospesi, i pedoni. Tre categorie, tre identità, tre interessi apparentemente inconciliabili. Ma basta fermarsi un istante, scendere dalla bici, spegnere il motore, alzare lo sguardo dal marciapiede, per accorgersi che questa divisione è più narrativa che reale.

Perché la verità è molto più semplice, e anche più scomoda: non esistono i ciclisti e gli automobilisti. Esistono le persone. E le persone, nella loro quotidianità, attraversano continuamente questi ruoli. Chi oggi pedala, domani guiderà. Chi oggi guida, magari nel weekend salirà su una bici. E anche il pedone più convinto, prima o poi, prenderà un’auto. Siamo tutti, alternativamente, abitanti della stessa strada.

E allora perché continuiamo a raccontarla come una guerra?

Questa narrazione conflittuale finisce per distorcere anche il senso degli interventi urbanistici. Prendiamo il tema delle piste ciclabili, oggi al centro degli investimenti dell’amministrazione guidata da Damiano Tommasi. Si tende a leggerle come uno spazio “tolto” alle auto e “dato” alle biciclette, come se si trattasse di un gioco a somma zero. Ma è una visione miope, quasi fotografica, che non tiene conto del tempo.

Le piste ciclabili non sono fatte per chi già usa la bici. O meglio, non sono fatte SOLO per chi usa già la bici, ma sono fatte anche (e soprattutto) per chi ancora non la usa.

Sono una promessa, più che una risposta. Un’infrastruttura che guarda al comportamento futuro, non solo a quello presente. È chiaro che oggi possano sembrare sottoutilizzate, quasi vuote in certi tratti. Ma ogni trasformazione urbana ha bisogno di sedimentarsi, di entrare nelle abitudini, di diventare normale. Le città non cambiano per decreto: cambiano per imitazione, per piccoli slittamenti quotidiani, per una lenta ma inesorabile riscrittura delle priorità.

In questo senso, l’obiettivo è evidente: ridurre progressivamente la dipendenza dall’auto privata, almeno per chi ha la possibilità concreta di farlo. Non si tratta di un’imposizione ideologica, ma di una necessità ambientale e sanitaria. Le nostre città sono soffocate dall’inquinamento, e Verona non fa eccezione. Continuare a difendere un modello di mobilità centrato sull’auto significa ignorare un problema che è già emergenza.

Eppure, ogni cambiamento culturale incontra resistenze. È fisiologico. Anche perché i tempi della politica, scanditi da elezioni ravvicinate, raramente coincidono con quelli delle trasformazioni profonde. Gli investimenti di oggi rischiano di essere giudicati troppo presto, quando i loro effetti sono ancora in fase embrionale. Ma è proprio qui che si misura la visione di un’amministrazione: nella capacità di seminare senza pretendere raccolti immediati.

La nuovissima piazzetta Molinari Bra

Il discorso sulle ciclabili si inserisce, non a caso, in un quadro più ampio di ridefinizione dello spazio urbano. Gli interventi su alcune piazzette cittadine, come quella recentissima di “Molinari Bra” vicino a Ponte Pietra, vanno nella stessa direzione: sottrarre spazio alle auto per restituirlo alle persone. Non è solo una questione di mobilità, ma di qualità della vita, di relazioni, di possibilità.

È un cambio di paradigma che, altrove, è già realtà. Basta uscire dai confini cittadini per accorgersi che molte città italiane ed europee hanno intrapreso questa strada ormai da anni. Verona, da questo punto di vista, è in ritardo. Ma il ritardo può diventare un vantaggio, se permette di imparare dagli errori altrui e accelerare con maggiore consapevolezza.

Certo, tutto questo richiede anche una certa dose di “forzatura”. Non nel senso autoritario del termine, ma come spinta gentile, come orientamento delle scelte individuali attraverso lo spazio pubblico. Le infrastrutture, in fondo, sono anche messaggi: dicono alle persone cosa è possibile fare, cosa è facile fare, cosa è desiderabile fare.

Una pista ciclabile non obbliga nessuno a usarla. Ma suggerisce una direzione.

E allora forse la vera domanda non è se togliere spazio alle auto sia giusto o sbagliato. La vera domanda è: che tipo di città vogliamo essere? Una città che continua a organizzarsi attorno al traffico, o una che prova a rimettere al centro chi la vive?

Perché, alla fine, non si tratta di scegliere tra ciclisti e automobilisti. Si tratta di scegliere tra modelli di futuro. E, in questo caso, la strada da percorrere sembra già tracciata. Anche se, per ora, qualcuno la vede ancora troppo vuota.

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