Dopo un lungo e travagliato percorso iniziato nel 1999, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay) si avvia verso la conclusione. Dopo la firma di Ursula von der Leyen, saranno necessarie le ratifiche dei rispettivi parlamenti nazionali per l’entrata in vigore. Questo trattato è stato molto contestato, soprattutto dal mondo agricolo e dagli ambientalisti. Ma cosa ci si aspetta da questo accordo? Sulla carta, i numeri sono imponenti: un mercato che coinvolge 450 milioni di abitanti dell’UE e 280 milioni del Mercosur, con un PIL rispettivamente di circa 19.900 miliardi di euro e 3.000 miliardi di dollari.

L’esperienza precedente del CETA

È utile un confronto con il CETA, il trattato di libero scambio UE-Canada entrato in vigore il 21 settembre 2017. Dopo sette anni, qual è stato l’impatto sull’economia europea e italiana? Dal 2018 al 2024 l’interscambio commerciale annuo tra Italia e Canada è cresciuto da 5.621 a 9.160 milioni di euro, con aumenti sia delle importazioni che delle esportazioni. Il saldo, positivo per l’Italia, è passato da 2.602 a 3.107 milioni. Numeri tutto sommato modesti: il CETA non ha aperto nuovi mercati significativi e l’aumento degli scambi è rimasto in linea con i trend precedenti. A livello macroeconomico non è cambiato quasi nulla. Considerate le battaglie e le manifestazioni che precedettero l’approvazione, la montagna ha partorito un topolino.

Con il Mercosur le conseguenze potrebbero essere molto diverse. I 280 milioni di abitanti del blocco sudamericano superano di gran lunga i 41 milioni del Canada. Inoltre, il PIL pro capite medio del Mercosur è di circa 12.000 dollari, rispetto ai 44.400 del Canada. Se con il CETA l’UE si confronta con un Paese relativamente piccolo ma ricco, con il Mercosur il confronto è con un’area dalla popolazione simile a quella europea, ma con un reddito pro capite molto più basso e un potenziale di crescita significativo.

Mercosur, chi guadagna e chi perde

Nel 2024, gli scambi commerciali tra UE e Mercosur sono ammontati a 111 miliardi di euro, risultando sostanzialmente equilibrati: 55,2 miliardi di esportazioni e 56 miliardi di importazioni. La riduzione dei dazi favorirà un aumento degli scambi, anche se probabilmente il saldo complessivo rimarrà vicino all’equilibrio. L’azzeramento dei dazi porterà vantaggi a alcuni settori e svantaggi ad altri, a causa della concorrenza di prodotti a costi inferiori.

I settori europei e italiani favoriti sono quelli a maggiore contenuto tecnologico e valore aggiunto: meccanica strumentale, macchinari, farmaceutica, chimica e agroalimentare di qualità. Al contrario, potrebbero soffrire la zootecnia, i cereali e il lattiero-caseario, cioè l’agricoltura di base. Questo spiega perché la Germania e altri Paesi del Nord Europa siano stati favorevoli fin da subito, vedendo opportunità di sbocco per la propria produzione industriale. Favorevoli anche la Spagna e il Portogallo per ragioni storiche e culturali. Netta opposizione, invece, da parte di Francia, Polonia, Irlanda e Ungheria, che temono per i loro settori agricoli e zootecnici. Il governo italiano ha recentemente dato il via libera all’accordo, dopo aver ottenuto in sede UE maggiori garanzie di reciprocità, fondi di compensazione per l’agricoltura e tutele per i marchi DOP e IGP.

L’accelerazione verso la firma del trattato con il Mercosur è stata probabilmente favorita anche da considerazioni geopolitiche. La chiusura del mercato russo a causa delle sanzioni legate all’invasione dell’Ucraina, i dazi imposti da Trump sul commercio con gli USA e le ripercussioni sui rapporti con la Cina hanno spinto a rivalutare il Sud America come destinazione alternativa, per diversificare i mercati di sbocco.

Al mercantilismo non piace il mercato interno

Ma serve davvero tutto questo? Nel 2024 il PIL italiano è stato di circa 2.200 miliardi di euro. L’export ha contribuito positivamente con 622 miliardi (+28,3%), l’import negativamente con -574 miliardi (-26,1%), per un saldo netto di +48 miliardi (+2,2%). Questi numeri mostrano una frenetica attività commerciale che ormai rappresenta una parte rilevante del PIL, ma che, annullandosi quasi completamente tra export e import, contribuisce in misura marginale alla crescita reale del Paese.

Il mercantilismo, tipico del liberalismo economico, ignora volutamente che il primo e più importante mercato di sbocco delle merci è quello interno. Da trent’anni, nella UE, questo mercato viene sacrificato a favore di una concorrenza fratricida sui costi, ottenuta comprimendo il costo del lavoro, cioè salari e stipendi. Ne deriva una frenesia commerciale che aumenta i costi di trasporto, l’inquinamento ambientale e l’impatto climatico, mentre la concorrenza sui prezzi avviene a scapito del lavoro e dello Stato sociale.

L’efficienza del mercantilismo economico mostra sempre di più di girare a vuoto, producendo ricchezza illusoria e impoverimento reale.

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