La Groenlandia possiede risorse minerarie rilevanti, non eccezionali, non immediatamente utilizzabili ma è una finestra importante sull’Artico che il cambiamento climatico rende sempre più accessibile e appetibile. Lo scioglimento dei ghiacciai fa evaporare in quell’area un eccezionale, seppur  limitato alla ricerca scientifica, spirito di collaborazione e cooperazione fra i popoli.

Con il battage politico-mediatico alimentato da Donald Trump e la pretesa di inglobare, con le buone o le cattive, la Groenlandia negli Stati Uniti, si sta prepotentemente manifestando lo spirito coloniale ancora presente in tutti i paesi. Sul tema Groenlandia si verificherà anche la capacità, non ancora pienamente dimostrata, delle “democrazie” di rispettare le autonomie delle popolazioni comprese quelle indigene che da millenni vivono in quell’ambiente difficile.

Il potenziale minerario della Groenlandia è trascurabile

Che il potenziale minerario della Groenlandia sia trascurabile lo certifica l’United States Geological Survey: un’agenzia scientifica dipendente dal governo di Washington,  la cui analisi è stata  recentemente ripresa dalla rivista Aspenia edita dall’associazione privata Aspen Institute Italia guidata da Giulio Tremonti.

La Groenlandia detiene infatti riserve di terre rare stimate in circa 1,5 milioni di tonnellate, appena il 2% delle riserve globali, mentre la Cina ne possiede circa 44 milioni di tonnellate, cioè quasi la metà del dato mondiale, seguita dal Brasile con 21 milioni (24%), dall’India con 6,9 milioni (8%); persino gli stessi Stati Uniti dispongono di riserve leggermente superiori a quelle groenlandesi: precisamente 1,9 milioni di tonnellate.

Un confronto analogo vale per altri minerali definiti critici. Le risorse stimate di grafite si aggirano intorno ai 6 milioni di tonnellate, meno dell’1%, mentre il litio è valutato in circa 235.000 tonnellate, ancora meno percentualmente. Sono analoghe le valutazioni per altri materiali, come uranio o nichel, presenti nel sottosuolo groenlandese: quantità non comparabili con altri paesi minerari tradizionali, come Australia, Cile, Cina e Canada e che non giustificano investimenti.

Considerazioni analoghe valgono anche per il petrolio. Non a caso, l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, ha recentemente dichiarato che, per il greggio, alla Groenlandia preferisce la Norvegia

A questo dato si aggiunge un elemento trascurato nel dibattito politico, ossia la complessità geologica dei depositi groenlandesi. Studi geologici europei e analisi indipendenti sottolineano che molte delle mineralizzazioni, in particolare quelle di terre rare nel sud dell’isola, presentano una mineralogia complessa e atipica che rende l’estrazione, ma soprattutto la lavorazione industriale, tecnicamente difficile e costosa.

Inoltre le difficoltà non sono solo geologiche. Circa l’80% della Groenlandia è coperto di ghiaccio, la popolazione è estremamente ridotta e  le infrastrutture sono limitate. Molte aree sono raggiungibili, quando le condizioni climatiche sono favorevoli, solo via mare o con elicottero.

Il cambiamento climatico e il passaggio Nord-Ovest

L’argomento risorse minerarie non sembra essere l’elemento prevalente nel dibattito. Le affermazioni di Trump sulla Groenlandia e la proposta al Canada di diventare il cinquantunesimo stato dell’Unione si inseriscono in una visione nazionalista e neoimperialista dell’amministrazione americana avente come obiettivo strategico il controllo dell’Artico.

Una mappa inglese della regione artica (1895).

Per capire buona parte delle dispute in corso bisogna guardare il mappamondo da nord  e vedere che Russia, Stati Uniti, Canada ed Europa del nord si affacciano tutti sullo stesso grande mare: il mar Glaciale Artico.

A causa dell’estensione dei ghiacci l’Artico, fino a poco tempo fa, era di fatto inaccessibile mentre ora, a causa del cambiamento climatico, i ghiacci si stanno lentamente sciogliendo perciò sta diventando sempre più accessibile, conteso e importante. La Groenlandia, lo si vede dalla mappa, è in mezzo a tutto questo.

Per decenni l’attenzione per l’Artico era stata praticamente nulla. Mentre nel resto del mondo i paesi competono tra loro a livello economico e militare, nell’Artico hanno finora mantenuto un eccezionale spirito di collaborazione e cooperazione. L’interesse per la regione era limitato alla ricerca scientifica e, in alcune aree, alla pesca.

Il simbolo di questa eccezionale collaborazione è stato il Consiglio Artico, un organo internazionale che riunisce tutti i paesi che si affacciano sull’Artico: Canada, Danimarca (tramite la Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti (tramite l’Alaska), Svezia e si aggiungono alcuni paesi «osservatori», tra cui l’Italia.

Lo scioglimento dei ghiacci sta gradualmente aprendo nuove rotte marittime che hanno il potenziale di cambiare i commerci mondiali. Si sta aprendo il leggendario, noto da secoli “passaggio a nord-ovest”, cioè una rotta che collega gli oceani Atlantico e Pacifico passando dal nord del Canada, così come il “passaggio a nord-est” a nord della Russia: rotte alternative più economiche a quelle meridionali.

Mar Glaciale Artico e le rotte commerciali (Wikimedia)

Interesse militare

L’interesse militare per quella zona del mondo è forte. Il paese più attivo è la Russia: controlla circa il 52 per cento delle coste che si affacciano sull’oceano Artico, e un quinto del suo territorio si trova a nord del Circolo polare artico, ha piazzato un gran numero di sistemi missilistici lungo le sue coste artiche, e conduce esercitazioni militari frequenti.  Possiede 41 navi rompighiaccio che le consentono grande mobilità mentre gli Stati Uniti ne hanno due.

La Cina, pur essendo piuttosto lontana, si è sempre definita un paese «semi Artico», per evidenziare il suo interesse verso le rotte commerciali e le risorse del nord.

Gli Stati Uniti ebbero una forte presenza militare in Groenlandia durante la Guerra fredda, con stazioni radar imponenti, 17 basi militari e fino a 15 mila soldati. Oggi è rimasta soltanto la base militare di Pituffik, che ospita circa 150 soldati per attività di sorveglianza e allerta.

L’interesse e l’impegno sta crescendo in tutti i Paesi: perfino l’Italia proprio questo mese ha annunciato la sua “Strategia per l’Artico”.

Popolazioni Indigene

Tutto questo,  le nuove rotte commerciali, lo sfruttamento delle risorse, la militarizzazione, avviene senza il consenso o a discapito delle popolazioni indigene che vivono nell’Artico. Sono popolazioni artiche, abitano le coste da più di 2000 anni, le più importanti sono: gli Inuit (che vivono in Canada, Groenlandia, e in alcune parti della Siberia); gli Yupik e gli Aleuti (Alaska); gli Jakuti, i Nenets e i Komi (Russia); e i Sami (Scandinavia).

Ciascuna di queste popolazioni vive in condizioni e con diritti anche molto diversi tra loro, ma tutte fino al recente passato hanno subìto discriminazioni e violenze. Riusciranno a sopravvivere ai risvegliati appetiti delle grandi potenze?

In Groenlandia, ora vivono 56.600 abitanti prevalentemente Inuit, la dominazione coloniale danese è iniziata nel 1814, durò formalmente fino al 1953; nel 1979, con l’introduzione della Home Rule, ottenne autonomia in politica interna e solo nel 2008 le è stato riconosciuto uno stato ancora parziale di autogoverno. Ciononostante, per il Regno di Danimarca il superamento del pensiero coloniale è ancora una grossa sfida, come testimoniano  recenti sconcertanti esempi di dominio.

Nel 1951, per facilitare una “modernizzazione” della società groenlandese, 22 bambini Inuit , tra i sei e i dieci anni, sono stati coattivamente separati dalle loro famiglie, portati in Danimarca per essere “educati”. Ne tornarono un anno dopo soltanto 16 che da quel momento, per preservare le abitudini e la lingua imparate in Danimarca, vissero in un orfanotrofio. 

Tra gli anni Sessanta e Settanta, per limitarne la popolazione, circa 4.500 donne di etnia Inuit, tra cui ragazze minorenni, furono sottoposte senza il loro consenso all’impianto di spirali contraccettive. Recentemente, per razionalizzare la capitale Nuuk,  la popolazione, abituata a vivere autonoma in territori ampi, è stata costretta a trasferirsi in grossi e inospitali condomini alla periferia della città.

La militarizzazione e lo sfruttamento delle risorse frammentano i territori e distruggono ecosistemi fondamentali. Lo sviluppo dell’Artico, così come si prospetta,  minaccia la vita delle comunità native con decisioni prese senza consultarle.

Il recente comportamento della Danimarca e il narcisismo di Trump dimostra che anche per le “democrazie” il rispetto dell’autogoverno dei popoli non è ancora scontato.

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