Non fa più notizia che summit come il G20 stiano da anni perdendo influenza. E nemmeno che in incontri diplomatici e poco nulla strategici escano tutti con grandi sorrisi compiaciuti. Hanno tutti ragione, per citare un bellissimo libro di Paolo Sorrentino.

Il G20 indiano si è svolto in una città irriconoscibile, talmente Nuova da non sembrare più Delhi. Spariti i cumuli di immondizia dai bordi delle strade e milioni di cani randagi. Eliminate le baraccopoli sotto ai ponti stradali e ripulite le vie da scarti e sporcizia, anche umana. Scomparsi insomma tutti quei colori e odori potentissimi che da sempre accompagnano i visitatori, per fare spazio a maestose rotonde con statue, fontane e fiori, dove il traffico scorre lento ma fluido, lasciando il dubbio che anche gli automobilisti siano comparse di scena. In fondo, se c’è gente pagata per fare il verso delle scimmie, ci si può aspettare di tutto.

La dichiarazione congiunta

Al di là di chi ha o non ha incontrato chi, l’attesa era tutta per il “joint statement” finale, dove quell’aggettivo “congiunto” era tutt’altro che scontato in un contesto fortemente connotato dalle diverse fazioni rispetto alla guerra in Ucraina. Ci sono volute duecento ore di negoziati, trecento incontri bilaterali e ben quindici diverse stesure per arrivare a… niente.

Ma un niente suddiviso in 83 paragrafi, che rende meglio. È un messaggio finale che cammina sulle uova, terrorizzato dal poterne rompere qualcuna. Si fissano ancora una volta i soliti principi generalisti: non si può invadere un territorio straniero, va rispettata la sovranità, l’uso delle armi nucleari è inammissibile (anche se produrle e venderle è profittevole). Non solo manca un invito alla pace in Ucraina, nel testo la parola “Russia” non è proprio inclusa. Con una capriola, si dichiara invece che “questa non è un epoca di guerra”. Tutto bene, eh.

India

Il Paese ospitante ne esce alla grande. Il premier Modi ha stretto e fatto stringere mani che normalmente si sarebbero chiuse in pugno, con uno sforzo enorme e uno stuolo di diplomatici sparsi a lisciare fastidi e prevenire disastri. La percezione è di un Paese sempre più influente nel cosiddetto Global South e non stupisce che i commentatori preferiscano sottolineare l’ascesa di un nuovo leader sulla scena mondiale, specie se rivale della temuta Cina, piuttosto che soffermarsi sulla mancata presa di posizione sulla guerra.

Ucraina vs Russia

Invece, il portavoce ucraino Nikolenko denuncia che la dichiarazione “non è niente di cui si possa vantarsi”. Forse perché il suo Paese non è stato nemmeno invitato a parlare al summit, dove in effetti era presente solo uno degli stati in guerra, la Russia. Che è presente e potente, più di quanto si potrebbe immaginare leggendo i giornali nostrani. Il ministro degli esteri Lavrov gongola di aver «impedito il tentativo occidentale di “ucrainizzare” l’agenda», sfruttando il fatto che gli USA non potessero insistere molto, rischiando di inimicarsi Modi, il nuovo migliore amico in ottica anti-cinese.

La bandiera dell’Ucraina in Piazza Bra in segno di dissenso alla guerra di aggressione subita dalla Russia. Foto di repertorio di Osvaldo Arpaia.

Brasile

Il presidente Lula merita una menzione speciale come più sveglio del mazzo. Prima invita ufficialmente il presidente Putin al prossimo G20 di Rio, dichiarando alla stampa indiana che «se viene e sarò io il presidente del Brasile, non verrà arrestato». Peccato che la Corte di giustizia internazionale lo scorso marzo abbia spiccato un mandato a carico di Putin, per presunti crimini di guerra e Lula sembra dimenticare che il Brasile, firmatario dello statuto di Roma, dovrebbe procedere all’arresto. Con un laconico «non sapevo esistesse questo tribunale internazionale», Lula si arrende pochi giorni dopo a «quanto deciderà la magistratura».

Unione Europea

Prima di partire per Delhi, la presidente von der Leyen proclamava di volere una condanna unanime all’invasione russa in Ucraina. Di altro tono i commenti a fine summit, quando ammette che «ha prevalso la diplomazia ma sono stati fissati punti importanti». Stessa linea ribadita dai rappresentanti dei Paesi membri, con il cancelliere tedesco Scholz che sottolinea «l’enfasi sul concetto di integrità territoriale» e riporta come la Russia avrebbe «smesso di fare resistenza a tale soluzione perché tutti gli altri si erano mossi nella direzione opposta».

Il presidente francese Macron aggira l’ostacolo ricordando che «non è certo il G20 dove ci si possa attendere un progresso diplomatico sulla guerra», peraltro «di fatto condannata dalla maggioranza schiacciante dei partecipanti». La premier italiana Meloni ammette che la UE ha «lavorato per una dichiarazione che avesse un riferimento preciso all’Ucraina, ma non era un risultato scontato. E’ una dichiarazione di compromesso ma comunque molto importante». Ci accontentiamo di questo capolavoro andreottiano, in attesa si sveli il mistero sull’assenza della nostra premier nella lista degli incontri USA. Dimenticata o snobbata, forse non lo sapremo mai.

Stati Uniti

Per gli USA il vero obiettivo diplomatico si è reso evidente in corso d’opera. Nel rinunciare a fare pressioni per ottenere una posizione chiara sulla guerra, il presidente Biden rivela l’intenzione di sostenere il successo di Modi, che resta la “relazione più importante sul pianeta”. I diplomatici USA hanno rimarcato come nei BRICS ci siano tre importanti democrazie (Sudafrica, Brasile e India) e lo “sfortunato inconveniente” che la Cina invece non lo sia. Il sorpasso indiano pare non essere solo demografico, insomma. E l’Ucraina scivola in fondo alla lista di priorità di un presidente in aria di campagna elettorale.

Le novità

L’Unione Africana è stata accolta come membro permanente del G20, dove era solo “membro invitato” (unico membro effettivo del continente era il Sudafrica). Ora ha lo stesso status della UE e il suo presidente Assoumani ha raccolto i complimenti di tutti i leader mondiali e la soddisfazione di quelli africani. Concordano che sia l’occasione per dare potere e una vera voce internazionale all’Africa. Mettiamo il cinismo in freezer per un momento e gli auguriamo di cuore di aver ragione.

La proposta più intrigante, anche se ancora nebulosa, riguarda un nuovo progetto infrastrutturale e logistico est-ovest che snobba la via della seta e il corridoio settentrionale, figlio del mutato clima globale nei confronti dei rispettivi promotori (Cina e Russia allargata). Modi propone una via alternativa, che andrebbe a riunire in un unico grande progetto Paesi che si parlano poco, come Israele, Giordania Emirati e Arabia saudita.

I leader coinvolti direttamente (tra cui anche l’Italia) sono attesi presentare piani di fattibilità entro il G20 virtuale convocato da Modi tra 60 giorni per chiudere in bellezza la sua presidenza. In fondo, si tratta “solo” di trovare un accordo per unificare le griglie energetiche, installare cablature terrestri e sottomarine, creare connessioni digitali comuni. Piace a tutti: Biden lo definisce «un investimento epocale» e von der Leyen un «ponte digitale verde tra le civiltà». Vedremo.

Varie ed eventuali

Come in ogni summit che si rispetti, è stato affrontato anche il tema ambientale, decidendo – al solito – di non decidere. Nella dichiarazione c’è quello che il comunicato stampa definisce “il più ambizioso documento sull’azione climatica”, con impegni per triplicare la capacità energetica da fonti rinnovabili entro il 2030 e la quantificazione degli aiuti per supportare nella transizione le nazioni in via di sviluppo. Mancano però frasi dirimenti, impegni seri sui combustibili fossili, in particolare sul carbone. E pensare che erano presenti Paesi che cumulano oltre il 90% delle miniere mondiali.

Foto da Pixabay

Un’ultima nota di colore riguarda il miglio, cereale umile che secondo gli indiani (maggiori produttori al mondo) viene sottovalutato nella sua natura di “supernutriente”. Cresce ovunque, anche in aree molto calde, è resistente e necessita di poca acqua, molta meno del riso. Per lanciarlo a dovere, è stato servito un pranzo dedicato, con foglie di miglio croccanti e salsa allo yogurt, seguite da una quiche di miglio, riso rosso del Kerala, funghi di bosco e jackfruit (in pieno spirito vegetariano). Per dessert un meraviglioso budino di miglio al cardamomo. Insomma, abbiamo la nuova quinoa, daje!

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