La piazza vuota della politica
Perché i disordini giovanili non sono una questione di ordine pubblico.

Perché i disordini giovanili non sono una questione di ordine pubblico.

Mentre in tutto il mondo si sommano le proteste dei giovani contro il carovita, i problemi delle scuole e dell’istruzione, le guerre in corso e un futuro sempre più cupo, la scena che viene mostrata dai media e supportata dalla politica nelle ultime settimane è identica in decine di città in Italia e in Europa: sirene spiegate, vetrine distrutte, transenne ribaltate, e il volto teso di una generazione che si prende la piazza a colpi di rabbia e distruzione.
Per i media e per i palazzi del potere la diagnosi è immediata, pigra, sfacciatamente rassicurante: si tratta di “maranza”, di teppismo, di una questione di ordine pubblico da reprimere a colpi di ordinanze restrittive e camionette della polizia.
Ma questa narrazione securitaria è una colossale menzogna consolatoria, e i governi di mezzo mondo hanno un problema ben più serio di qualche ragazzino che dà fuoco ai cassonetti o sfonda le vetrine di Louis Vuitton in via Montenapoleone.
Le piazze che bruciano non sono un problema di ordine pubblico, ma piuttosto il termometro di un’epidemia sociale che la politica ha cinicamente deciso di ignorare.
Quello a cui assistiamo nei centri storici e nelle periferie di molte città non è un semplice sfogo di noia distruttiva, ma l’urlo scomposto e arrabbiato di una generazione fino a ieri invisibile e che oggi, invece, sembra apparsa come la Madonna di Fatima a increduli esponenti di governi impreparati e colti da un panico politico sempre più evidente.
Ragazzi, spesso minorenni e di seconda generazione, a cui lo Stato ha tolto progressivamente ogni spazio, ogni diritto e ogni futuro economico, e che oggi restituiscono al mittente quel vuoto pneumatico nell’unico modo che è rimasto loro per farsi notare: rompendo il silenzio delle città, e facendo immancabilmente più rumore delle centinaia di migliaia di coetanei che in queste settimane hanno manifestato pacificamente in tutta Europa.
Ma la violenza e il risentimento non nascono dal nulla. Si alimentano nel terreno fertile delle disuguaglianze croniche, dell’emarginazione, della precarietà lavorativa e delle troppe promesse mai mantenute dalla politica.
Questo non significa in alcun modo giustificare la violenza, bensì ammettere che una comunità che si rifiuta di indagare le radici profonde di un disagio e pretende di cancellarne le conseguenze con la sola repressione autoritaria, è destinata a fallire.
Il disordine che infiamma le piazze non è quasi mai un calcolo politico; nella maggior parte dei casi, è piuttosto la manifestazione fisica di un malessere interiore che le istituzioni hanno, da molto tempo ormai, scelto di non vedere.
Negli anni successivi alla pandemia Covid-19, i dati sul disagio psicologico tra gli under 18 hanno descritto una vera e propria emergenza nazionale, ma la risposta della politica è stata drammaticamente frammentaria.
Il bonus psicologo, ad esempio, si è rivelato un palliativo temporaneo, una misura “una tantum” del tutto insufficiente a coprire la domanda reale.
La verità è che in Italia la salute mentale è un bene di lusso: senza la strutturazione dello psicologo di base all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, chi non ha le risorse economiche per permettersi una terapia privata viene semplicemente abbandonato a sé stesso.
A questo vuoto clinico si è sommata una desertificazione sociale scientificamente pianificata dai tagli ai bilanci comunali. Negli ultimi vent’anni, i Centri di Aggregazione Giovanile (CAG), i laboratori culturali gratuiti, le sale prove e le biblioteche di quartiere con orari estesi sono stati sistematicamente chiusi o definanziati.
La politica ha progressivamente sottratto ai ragazzi i luoghi della socialità protetta e della crescita collettiva, spingendoli letteralmente sulle strade. E quando la strada rimane l’unico spazio pubblico accessibile e gratuito, la piazza smette di essere un luogo di incontro e rischia di trasformarsi in una pentola a pressione pronta ad esplodere.
L’errore imperdonabile della politica è stato quello di smettere di investire nel “software” sociale, negli educatori di strada, nella mediazione culturale, nel supporto psicologico di comunità, preferendo spendere risorse per gestire gli effetti del disagio ex post, con i decreti sicurezza e la militarizzazione dei centri storici, anziché disinnescarne le cause.
E le periferie non sono solo luoghi fisici, ma spesso diventano spazi in cui si concentrano la carenza di servizi strutturali come trasporti, scuole e spazi di aggregazione, e la mancanza di opportunità lavorative. Questo crea un senso di segregazione rispetto alla narrazione dominante del successo e del consumo che, se non intercettato e disinnescato in tempo, rischia di creare nei giovani una frustrazione a lungo andare difficilmente contenibile.
Ovunque, le istituzioni scolastiche sono state ridotte a “esamifici” o luoghi di transito, perdendo così la loro funzione di formazione e di ascensore sociale.
Una misura economica e politica sempre promessa e mai realizzata, ad esempio, è quella del tempo pieno e delle scuole aperte oltre l’orario scolastico: lasciare le scuole aperte il pomeriggio, la sera e nei weekend offrendo sport, teatro, aule studio e laboratori, sottrarrebbe migliaia di ragazzi alla strada e a contesti di marginalità.
Così come anche la riforma e il potenziamento delle politiche attive per il lavoro giovanile sono rimasti carta straccia di un programma di governo che non ha centrato un solo obiettivo per i giovani: i fondi europei c’erano, ma i centri per l’impiego non sono mai stati riformati davvero per incrociare domanda e offerta e il sistema non è riuscito a intercettare la fascia più critica, i Neet (giovani che non studiano e non lavorano), lasciandoli ai margini della società e regalando all’Italia il triste podio per il numero più alto in Europa, in compagnia di Grecia e Bulgaria.
Continuare a trattare i ragazzi come clienti da sanzionare o come una minaccia al decoro urbano significa non voler vedere che quelle piazze rabbiose sono lo specchio dei fallimenti dello Stato e di una politica miope, che si presenta solo “il giorno dopo” per contare i danni e invocare il pugno di ferro.
Ma la sfida non si vince presidiando i centri storici con i blindati, ma riaprendo le scuole il pomeriggio, finanziando gli psicologi pubblici, garantendo salari dignitosi e restituendo ai ragazzi spazi di cittadinanza reale.
Fino ad allora, finché il palazzo sceglierà di rimanere sordo alle loro richieste, non potrà fare altro che rassegnarsi a sentire il rumore dei vetri che si infrangono.
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