Partire dalle persone, prima ancora che dalle loro condizioni. È questo il filo che attraversa la storia e il pensiero di Niki Leonetti, classe 1992, di Cavaion Veronese. Perito agrario, consigliere comunale nel suo paese ed educatore e da anni è impegnato accanto ai giovani, tra Scout, basket e attività amministrativa. Da diversi anni porta inoltre la sua esperienza nelle scuole, nelle associazioni e nelle biblioteche del Veneto, dove parla di inclusione partendo dalla propria esperienza. La sua storia è raccontata nel libro Si può fare, seguito da Si può fare, passo dopo passo. Nato prematuro e con una tetraparesi spastica infantile dovuta a un’ipossia cerebrale al momento del parto, Leonetti è cresciuto in una famiglia che ha scelto fin dall’inizio di accompagnarlo verso l’autonomia e le stesse opportunità dei fratelli e dei coetanei.

Nel libro la disabilità non occupa tutta la scena. Ci sono l’infanzia, le amicizie, lo sport, i campeggi, la patente, il lavoro e le difficoltà quotidiane, raccontate con ironia e senza edulcorare gli ostacoli. È lo stesso approccio con cui Niki parla oggi di inclusione: non mettere al centro la condizione, ma la persona, la sua storia e la possibilità di costruirsi una vita propria. Perché, nella sua esperienza, le sfide si affrontano «ammettendo i propri limiti, non vergognandosene, chiedendo aiuto e con il contributo di chi crede in noi». E forse è proprio questa la chiave del suo racconto: non chiedere agli altri di vedere la disabilità per prima, ma di imparare a vedere la persona.

Leonetti, quali sono oggi, secondo lei, le forme di fragilità più difficili da riconoscere?

«Credo che dobbiamo innanzitutto liberarci dalle etichette e da ogni pregiudizio. Dobbiamo incontrare le persone, accorgerci di chi abbiamo accanto. Perché molte volte non ce ne accorgiamo. Siamo bravissimi a mettere le persone dentro una scatola. E quella scatola, che dovrebbe servire a descrivere, finisce per chiudere invece di aprire. A volte pensiamo di avere già dato un giudizio giusto, ma quel giudizio ci impedisce di vedere davvero la persona. Penso al bullismo, alle parole che possono ferire, alle etichette che vengono appiccicate addosso soprattutto ai più giovani.

Niki Leonetti

E penso alle paure, che possono diventare un peso enorme. Possono anche contribuire a costruire un’identità, ma non devono diventare una gabbia. Quando diciamo “poverino”, per esempio, stiamo già guardando la persona attraverso una categoria. Ma io non sono “poverino”. Sono una persona. E allora dobbiamo partire dalle storie delle persone, ascoltarle e, soprattutto, domandare».

Lei ha vissuto sulla propria pelle il rischio di essere identificato prima di tutto con la sua disabilità. Come si evita questa trappola?

«Facendo vivere alle persone la propria vita. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia che non mi ha tenuto dentro casa. Mi hanno portato a fare fisioterapia e logopedia, ma anche al parco giochi. Mi hanno fatto andare a scuola, fare sport, uscire con gli amici. La cosa importante è stata poter fare esperienze. Anche sbagliare. Anche avere paura. Anche dovermi arrangiare. Se una persona viene sempre protetta, alla fine non le permetti di capire che cosa è capace di fare. E questo vale per tutti, non soltanto per chi ha una disabilità».

Nel suo libro racconta molte esperienze quotidiane con grande ironia. Quanto conta l’ironia nel modo in cui parla della sua storia?

«Conta tantissimo. Perché la mia vita non è fatta soltanto delle difficoltà che ho avuto. Ci sono state anche tante situazioni divertenti, tante persone, gli amici, lo sport, le vacanze, i campeggi. Io non voglio raccontare una storia che faccia pena. Voglio raccontare una storia nella quale le persone possano riconoscersi. Anche quando parlo della patente o delle difficoltà per ottenere quello che mi serviva, ci sono momenti assurdi e anche divertenti. Se racconto soltanto il problema, alla fine vediamo soltanto il problema. Se racconto la vita intera, allora vediamo Niki».

Che cosa significa, concretamente, parlare di inclusione?

«Bisogna stare attenti a non confondere l’inclusione con l’assistenza. A volte pensiamo di includere una persona semplicemente perché la teniamo accanto a noi, magari offrendole un’assistenza. Ma l’inclusione è qualcosa di diverso. Significa permettere alle persone di partecipare, di avere un ruolo, di poter contribuire. Lo vedo anche nelle famiglie. Ci sono genitori che si preoccupano del futuro dei propri figli, della possibilità che possano costruire una relazione, trovare un lavoro, avere una vita autonoma».

Quanto è importante che siano le stesse persone con fragilità a partecipare alla progettazione dei servizi di cui hanno bisogno?

«È fondamentale. Non possiamo continuare a progettare per le persone senza coinvolgere le persone. Penso alle persone con disabilità, agli anziani, ai giovani. Troppo spesso decidiamo dall’alto che cosa serve loro senza averli mai ascoltati davvero. Io quando vado nelle scuole non voglio dire ai ragazzi che cosa devono pensare della disabilità. Voglio parlare con loro. Voglio che facciano domande, anche quelle che magari hanno paura di fare. Se partiamo dalle esperienze concrete, possiamo capire che molte delle cose che consideriamo diverse fanno semplicemente parte della vita».

Quale ruolo devono avere amministrazioni, associazioni e Terzo settore?

«È difficile stabilire un confine netto. Credo che non ci sia un inizio e una fine. Un’amministrazione può programmare, finanziare e organizzare, ma ci sono cose a cui non riesce ad arrivare. Le associazioni e il Terzo settore possono compensare queste difficoltà, ma hanno bisogno di lavorare insieme all’amministrazione. Molte volte gli amministratori non hanno fondi, capacità o strumenti per arrivare dove servirebbe.

E soprattutto non sempre hanno il contatto diretto con le persone. Per questo è fondamentale un lavoro comune. Un buon Terzo settore può aiutare a costruire una buona amministrazione e una buona amministrazione può mettere il Terzo settore nelle condizioni di lavorare meglio».

Se potesse cambiare una sola cosa nel modo in cui Verona affronta il tema dell’inclusione, da dove partirebbe?

«Partirei da noi. Dalla capacità di mettere da parte i nostri egoismi e anche le divisioni interne ai singoli settori. Penso, per esempio, al mondo della disabilità: ci sono tante realtà che fanno cose simili, ma spesso ognuna vuole arrivare prima delle altre. Dobbiamo invece chiederci che cosa possiamo costruire insieme. Abbiamo bisogno di formarci e di crescere insieme. Più dei servizi ci serve una cultura condivisa. E questa cultura può nascere dalla rete, dal confronto e dalla fiducia.»

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