Mentre sembrano concludersi i negoziati tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Iran di Mojtaba Khamenei per porre fine alla guerra e riattivare il cordone ombelicale economico dello Stretto di Hormuz, crescono le aspettative per un recupero di tranquillità commerciale, riduzione dei prezzi dei prodotti petroliferi, controllo dell’inflazione.

Si tratta di un’aspettativa fondata o della classica semplificazione cui si è portati a credere per esorcizzare situazioni peggiori?

A riportare la discussione a dati di realtà ci pensa Fatih Birol, direttore esecutivo dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia) per il quale il mercato petrolifero rischia di entrare in una fase critica tra luglio e agosto, una vera e propria “zona rossa”. «La combinazione tra il forte calo delle scorte, la riduzione delle forniture provenienti dal Medio Oriente e il previsto aumento della domanda estiva» ha avvertito Birol «potrebbe creare forti tensioni sui mercati internazionali del greggio».

Secondo Birol «L’attuale fase di crisi potrebbe risultare persino più grave degli shock petroliferi del 1973, del 1979 e della crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022».

Più allarmante è il messaggio di Qasem Al-Ali. L’esperto di mercati energetici globali, riferendosi ad un grafico elaborato da JP Morgan, relativo all’andamento delle scorte petrolifere detenute dagli Stati dal 2019 ad oggi, ha definito il prossimo periodo come potenzialmente «il più spaventoso di tutti tempi».

Attenti alle scorte petrolifere

Per scorte si intende la quantità di prodotto contenuto nei serbatoi delle industrie di raffinazione, negli oleodotti, nelle navi, nella supply chain. Senza adeguate scorte gli impianti si fermano, non si produce più il gasolio per muovere gli autocarri, il bunker oil per far navigare le petroliere e il cherosene per far volare gli aerei.

Qualora si fermasse il flusso di petrolio si arresterebbero produzione e trasporto di fertilizzanti, prodotti chimici, pezzi di ricambio, medicinali, plastiche e, soprattutto, si sospenderebbe la fornitura di alimenti a Paesi che importano gran parte del cibo che consumano.

Dal grafico qui riportato si nota come, dopo il picco di 9 miliardi di barili di petrolio immagazzinato causa Covid nel 2020, le riserve si siano mantenute intorno agli 8 miliardi fino a marzo 2026, l’inizio della guerra in Iran.

Ad aprile, a causa del blocco di Hormuz, non potendo usufruire del greggio proveniente da Iran, Iraq, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo Persico, le riserve avevano già perso 0,5 miliardi di barili.

Secondo JP Morgan, continuando a  questo ritmo di riduzione, a giugno si raggiungerà il limite minimo sopportabile dal sistema energetico mondiale di 7,6 miliardi di barili. Se neanche allora Hormuz sarà riaperto, permettendo una normale circolazione del greggio, a settembre si raggiungerà una quota definita la “base operativa” del sistema petrolifero globale, passata la quale si verificherà il crash del sistema economico.

Occorre ricordare che il ritorno alla normalità non sarà comunque possibile in tempi brevi per la perdita, secondo le stime di Birol, di circa 14 milioni di barili al giorno di capacità produttiva dovuta alla distruzione degli impianti nell’area del Golfo e in Russia-Ucraina.

Il governo alzi la testa dalle accise

Preoccupata si dimostra anche la  Staffetta Quotidiana – Giornale dell’Energia che in un editoriale si chiede: «Cosa sta (e non sta) facendo l’Italia per prepararsi ad affrontare un futuro preoccupante? Cosa può davvero fare?».

Pochi temi dominano l’attuale scena pubblica, primo fra tutti “la riduzione delle accise” sui carburanti su cui Palazzo Chigi è costretto, combattendo di settimana in settimana con coperture finanziarie mancanti, a trovare una quadra sempre più difficile.

«Che senso ha in questo contesto tagliare le accise a oltranza?» si chiede la Staffetta. «Dopo centinaia di milioni già spesi in una misura non selettiva e che incentiva i consumi petroliferi, bisogna cambiare strada».

Cambiare strada

Dare alla popolazione un segnale di contenimento dei consumi non è più opzionale. Si tratta di una misura consigliata anche dall’OCG (Oil Coordination Group) che raccoglie esperti della Commissione europea, dei paesi UE, dell’AIE, della Nato e rappresentanti dell’industria petrolifera, riunitosi la settimana scorsa. 

«Che cosa si aspetta a fare campagne di sensibilizzazione per ridurre i consumi petroliferi?» si chiede ancora la Staffetta. Ma anche «L’Italia, sebbene una buona parte delle raffinerie siano già state vendute a fondi di investimento, per lo più statunitensi, è (ancora) un grande Paese raffinatore» nota il quotidiano e si chiede «Palazzo Chigi sta ragionando su come far leva su questa dotazione di impianti nell’interesse del Paese?».

Last but not least. Nei giorni scorsi in un vertice di maggioranza, il Governo Meloni ha concluso che la risposta all’emergenza energetica sarà il rilancio nucleare che, nella migliore delle ipotesi, non darà frutti prima di un ventennio. Perché viene trascurato lo sviluppo delle energie rinnovabili e l’elettrificazione dei consumi (vedi auto elettriche) che invece provocherebbero una riduzione della dipendenza  petrolifera in tempi molto più brevi?

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