Non è stata soltanto un’elezione parlamentare. Il voto che domenica ha confermato al governo il premier armeno Nikol Pashinyan rappresenta uno dei passaggi geopolitici più significativi degli ultimi anni nello spazio post-sovietico. In un Paese che per decenni è stato considerato parte integrante della sfera d’influenza russa, gli elettori hanno scelto ancora una volta una leadership che negli ultimi anni ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso l’Europa e l’Occidente.

Una vittoria filoeuropea

Secondo i dati ufficiali della Commissione elettorale, il partito Contratto Civile di Pashinyan ha ottenuto circa il 50% dei voti, staccando nettamente l’alleanza “Armenia Forte”, guidata dal magnate russo-armeno Samvel Karapetyan e considerata vicina alle posizioni del Cremlino. Il risultato garantisce al premier la possibilità di mantenere la maggioranza parlamentare e di proseguire sulla strada intrapresa negli ultimi anni.

La portata politica del voto va ben oltre i confini armeni. La campagna elettorale è stata infatti dominata da tre grandi questioni: il rapporto con la Russia, il processo di pace con l’Azerbaigian dopo la perdita del Nagorno Karabakh e la prospettiva di un progressivo avvicinamento all’Unione Europea.

Per molti osservatori, la vittoria di Pashinyan certifica una tendenza già emersa dopo il 2023: una parte consistente della società armena ritiene che Mosca abbia fallito nel garantire la sicurezza del Paese durante la crisi del Karabakh e guarda oggi all’Europa come a un modello politico e istituzionale più attraente. Non necessariamente come a un’immediata prospettiva di adesione, ma come a un orizzonte di libertà, stato di diritto e sviluppo economico.

La guerra in Ucraina ha avuto un peso rilevante anche in questa dinamica. L’invasione russa del 2022 ha infatti modificato profondamente gli equilibri dell’ex spazio sovietico. Da un lato ha mostrato ai Paesi vicini i limiti della potenza russa; dall’altro ha costretto Mosca a concentrare enormi risorse militari, economiche e diplomatiche sul fronte ucraino, riducendo la propria capacità di controllo sul cosiddetto “estero vicino”. È in questo contesto che l’Armenia ha iniziato ad affrancarsi gradualmente dalla tradizionale dipendenza dal Cremlino.

Il summit di Londra

Il voto di Erevan arriva inoltre a poche ore dal vertice di Londra che ha riunito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Un incontro che ha assunto particolare rilievo dopo il rifiuto di Vladimir Putin di aprire un confronto diretto con Zelensky.

Il summit non ha prodotto una svolta diplomatica immediata, ma ha avuto un forte valore politico. Regno Unito, Francia e Germania hanno ribadito il sostegno militare e finanziario a Kiev, chiedendo un cessate il fuoco immediato e riaffermando che qualsiasi processo negoziale dovrà coinvolgere attivamente sia l’Europa sia gli Stati Uniti.

L’incontro ha inoltre mostrato la volontà delle tre maggiori potenze europee di assumere un ruolo più incisivo nella gestione del conflitto. Non si tratta ancora di una vera e propria mediazione autonoma dell’Unione Europea, ma di un tentativo di costruire un asse politico europeo capace di affiancare Washington e di preparare il terreno per eventuali negoziati futuri.

Resta però evidente la distanza tra le dichiarazioni e la realtà sul campo. Il cessate il fuoco richiesto da Kiev e dagli alleati occidentali continua a essere respinto dal Cremlino, mentre gli attacchi missilistici e con droni proseguono su larga scala. Negli stessi giorni del vertice, Zelensky ha denunciato nuovi bombardamenti russi e ha chiesto un ulteriore rafforzamento delle difese aeree ucraine.

Per questo motivo il significato più profondo degli eventi delle ultime quarantotto ore potrebbe non essere tanto diplomatico quanto simbolico. Da Erevan a Kiev emerge infatti un messaggio comune: l’idea europea continua a esercitare una forte attrazione politica nei Paesi che si trovano ai margini dell’Unione. E mentre la Russia fatica a trasformare la propria forza militare in influenza politica duratura, l’Europa mantiene una capacità di attrazione che va oltre l’economia e le istituzioni, diventando per molti popoli un modello di libertà, sicurezza e prospettive future.

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