L’aria che grava sulla Pianura Padana è pesante e non è solo una metafora politica. È il dato di fatto di una delle aree più inquinate del mondo, un catino geografico dove lo smog ristagna e la qualità della vita si misura, purtroppo, anche in polveri sottili. In questo contesto, Verona si trova a un bivio storico. La Giunta guidata da Damiano Tommasi, ormai alla fine del suo quarto anno di mandato e con ancora dodici mesi a Palazzo Barbieri, ha fatto una scelta di campo precisa: smettere di rincorrere l’emergenza per iniziare a disegnare una visione.

Non è un compito facile. Quattro o cinque anni sono un battito di ciglia per rivoluzionare un’urbanistica pensata per decenni intorno al motore a scoppio. Eppure, il cambiamento è in atto, e passa inevitabilmente per una sfida culturale che scuote le fondamenta delle nostre abitudini consolidate. Il punto di partenza è una constatazione oggettiva: Verona è, per sua natura, una città a misura d’uomo. Per gran parte dei residenti, le distanze casa-lavoro o casa-scuola rientrano in un raggio di pochi chilometri. Nonostante questo, la schiavitù dall’auto privata resta il paradigma dominante. Se l’elettrico fatica a decollare, frenato da costi ancora proibitivi e da una rete di ricarica che attende segnali più forti dal governo centrale, la soluzione non può che essere il cambio di mentalità.

Le piste ciclabili che sottraggono spazio alle carreggiate, la ZTL nel centro storico e la progressiva pedonalizzazione non sono dispetti ai commercianti o agli automobilisti, ma tentativi di restituire ossigeno a una città soffocata. L’ultimo terreno di scontro è Borgo Nuovo. La proposta è chiara: abbattere un vecchio cinema dismesso, da anni simbolo di abbandono, per far posto a una piazza, con un’arena a gradoni per eventi. Un luogo di aggregazione, di luce, di incontro. Che può essere anche luogo di cultura, come lo era la struttura che verrà abbattuta. Eppure, puntuale come un orologio svizzero, è scattato quello che potremmo definire un riflesso pavloviano delle opposizioni.

Le grida al degrado, lo spettro dei maranza e degli spacciatori che si impossesserebbero del nuovo spazio pubblico sono argomenti triti, già sentiti per la Piazzetta Molinari Brà. Oggi quel luogo è uno degli scorci più belli e vissuti di Verona, ma se avessimo seguito la logica della paura, oggi avremmo l’ennesimo spazio recintato o un parcheggio d’asfalto. La mentalità della chiusura vorrebbe, infatti, il cittadino sempre e comunque protetto da pareti: dentro casa, dentro l’auto, dentro luoghi privati dove l’accesso è rigorosamente controllato.

La Giunta Tommasi ha scelto un’altra strada, quella dell’apertura alle piazze, alle bici, all’aria aperta. Anche le numerose iniziative delle domeniche ecologiche, che coinvolgono i quartieri, sono volte verso quest’idea di riappropriazione del cittadino di quegli spazi solitamente occupati da lamiere e traffico. Certo, le resistenze sono enormi e cambiare le abitudini è un processo lento, specialmente con risorse limitate. Ma la strada è tracciata: o continuiamo a vivere chiusi nei nostri abitacoli mentre fuori l’aria diventa irrespirabile, o accettiamo la sfida di una città che ha avuto il coraggio di tornare a guardare al futuro. È una questione di mentalità diverse.

Foto da Unsplash di Marcin Wozniack

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