La rotta balcanica è rimasta negli anni una delle frontiere più dure e invisibili d’Europa. Lungo quei sentieri, fra Bosnia-Herzegovina, Serbia, Ungheria, tra respingimenti, inverno e violenze sistematiche, nel 2016 nasce One Bridge to-, un’associazione veronese che ha scelto di costruire presìdi di aiuto dove le istituzioni si ritirano. Da allora il lavoro si è ampliato fino a raggiungere la Grecia, la Bulgaria e il Kurdistan iracheno, senza dimenticare Verona, dove al Porto San Pancrazio è attivo un Community Center dedicato alle persone più fragili. In mezzo ci sono migliaia di storie sospese, intere comunità sfollate, territori che vivono in equilibrio precario e una realtà – quella ezida – colpita da un genocidio recente che ancora lascia ferite aperte. 

Albi, per chi non vi conosce, che cos’è One Bridge to- e da dove nasce il vostro impegno?

«One Bridge to- nasce a Verona nel 2016 con un obiettivo semplice e necessario: portare aiuti lungo la rotta balcanica. Da allora non ci siamo più fermati. Le condizioni dei migranti e dei profughi sono peggiorate di anno in anno e questo ci ha obbligati a ripensare i progetti, ad ampliarne la portata. Oggi lavoriamo ancora lungo la rotta, in Grecia e in Bulgaria, ma anche qui a Verona con un Community Center stabile al Porto San Pancrazio. Dal 2018 siamo presenti inoltre nel Kurdistan iracheno, dentro il campo di Bajid Kandala

Campo di Bajid Kandala

Chi non ha familiarità con il Kurdistan iracheno spesso non immagina la complessità politica di quell’area. Può descriverla?

«Il Kurdistan iracheno è una regione autonoma all’interno dell’Iraq federale. Ha un proprio governo ed è dominato da una famiglia, quella dei Barzani, che controlla il territorio da oltre trent’anni. È un sistema molto diverso dal confederalismo democratico del Rojava. Eppure i due territori confinano, vivono gli stessi traumi storici e subiscono pressioni politiche e militari simili.»

Nel vostro lavoro quotidiano incontrate soprattutto la comunità ezida. Che cosa è successo loro nel 2014?

«Gli ezidi vivono da sempre tra Siria e Iraq, nella zona di Shingal. Tra il 2 e il 3 agosto 2014 hanno subito un genocidio a tutti gli effetti per mano del Daesh. Più di seimila uomini e bambini sono stati uccisi, oltre ottomila donne sono state rapite, ridotte in schiavitù e usate come merce di scambio o per generare prole. Trecentomila persone sono fuggite verso il Kurdistan iracheno. Il campo di Bajid Kandala, dove lavoriamo, ospitava sedicimila persone quando siamo arrivati. Oggi sono novemila. Le altre hanno cercato autonomia nei villaggi, cercato di migrare all’estero o provato a tornare in Shingal, un’area che continua a essere contesa da sette eserciti diversi.»

Una commemorazione del genocidio ezida

In Kurdistan si vive da anni una “guerra a bassa intensità”. Come si vive in una condizione del genere?

«Significa convivere con una tensione costante. Non vedi combattimenti strada per strada ma senti i droni militari, che producono un suono basso, inquietante, che vibra nel timpano. Basta quello per metterti in allerta. Ogni spostamento può diventare rischioso, ci si sveglia con esplosioni in lontananza, senza sapere che cosa stia accadendo. È un conflitto permanente, anche quando non sembra.»

C’è poi il tema dell’acqua, determinante per la sopravvivenza di quei territori. Quanto pesa la crisi idrica sul Kurdistan iracheno e sul Rojava?

«Pesa tantissimo e non è affatto un fenomeno naturale. La Turchia controlla le sorgenti del Tigri e dell’Eufrate e ha costruito dighe gigantesche come quella di Atatürk. In sei anni il paesaggio è cambiato radicalmente: villaggi sommersi, agricoltura distrutta, comunità costrette a spostarsi. È una strategia politica che abbiamo già visto in altre parti del mondo. Il controllo dell’acqua diventa un’arma per indebolire territori considerati scomodi, come il Rojava. Anche nel Kurdistan iracheno si registrano depressioni idriche in zone che un tempo vivevano grazie ai fiumi.»

Quali progetti state portando avanti oggi?

«“Il progetto principale si chiama Hêza Jinan. “Jinane” in kurmanj significa donna. Lavoriamo per rafforzare i servizi sanitari e l’autonomia femminile all’interno del campo. Con un’associazione locale, Imprint of Hope, gestiamo una clinica e un Community Center con uno spazio dedicato alle donne. Per loro significa avere un luogo sicuro, dove ritrovarsi anche dopo il tramonto, cosa impensabile fino a qualche anno fa. È un cambiamento culturale enorme, frutto di un lavoro paziente con i responsabili del campo e con le famiglie. Le ragazze seguono corsi, attività sportive, e la nostra squadra di calcio femminile quest’anno ha anche vinto il torneo della regione.»

Come può aiutarvi chi vive lontano da quei territori?

«Sostenere One Bridge to- significa permetterci di continuare a garantire cure, spazi sicuri e progetti di autonomia per chi ha perso tutto. Ci si può informare, partecipare agli eventi, sostenere economicamente le attività. Ogni contributo, anche minimo, ha un impatto reale sulla vita di queste persone.»

Team della clinica e Community center

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