Ogni 25 Aprile, Festa della Liberazione dalle dittature fascista e nazista che opprimevano italiane e italiani, accade una cosa curiosa. Qualcuno, dalla Destra post-fascista, chiama alla pacificazione e propone una “festa comune” ai vincitori e ai vinti. Auspica insomma una festa che faccia riunire nel ricordo, e nel festeggiare, coloro che si sono battuti (e che sono morti) per la libertà; e coloro che erano dalla parte sbagliata. Dove la parte sbagliata è quella dei dittatori, degli oppressori, dei torturatori e degli sterminatori.

Perché una festa comune non è ancora possibile? Me lo sono chiesto più volte. La risposta è semplice e, grazie alla sua semplicità, ci porta a capire quanto sia complesso – anzi, impossibile – una pacificazione autentica e fondata sulla verità. E come sia impossibile una memoria condivisa, che mescola dolore e gioia, sconfitte civili e vittoria per i diritti.

Per una Festa della Liberazione comune occorrono almeno due condizioni. La prima è che il fronte antifascista riconosca il concetto e il valore della Patria; con il coraggio di dire, festante, che “l’Italia è una Patria democratica fondata sul lavoro e sui diritti”. La seconda condizione è molto più articolata e dal passaggio parecchio umiliante: ovvero che fascisti e post-fascisti, oltre a riconoscere quanto di disumano ha compiuto il fascismo, riconoscano che Mussolini e il regime fascista si fondano su un tradimento. Ovvero, il tradimento della Patria. Perché i fascisti, sin dalla loro costituzione, sono i grandi traditori dell’Italia.

La Patria come identità dinamica

Quando ero bambino ho imparato il concetto e il valore della Patria da due figure che sono sempre fondamentali nella nostra educazione esistenziale e civile: mio nonno Alessio Corte, classe 1903, socialista e cattolico, originario di Valli del Pasubio (Vicenza), luogo di confine nella guerra contro gli Austriaci, nel 1915-18; e la mia maestra Fattori, insegnante elementare nel quartiere Ponte Crencano di Verona.

La Patria – va precisato – è come l’identità: è dinamica, non è un fossile, un feticcio, un totem. Non è un credo immutabile; e neppure un fortino costruito per sparare sulle altre patrie e sui “diversi”, gli stranieri, i barbari e chi non ha la nostra stessa fede. Come l’identità, la Patria si nutre di valori, di dialogo con l’alterità, di relazioni e anche di conflitti che vengono gestiti prima di diventare guerra e violenza.

Ricordo un grande insegnamento sulla Patria da Sinistra – quando ero, nell’estate 2003, in Cile con mia moglie per adottare nostra figlia Stefani. A settembre incappammo nelle Fiestas Patrias che rallentavano la concessione del passaporto per la nostra bambina. “Adesso ci toccherà sorbirci sfilate militari, canti patriottici e rigurgiti fascisti per tre giorni“, mi dissi, in preda al pregiudizio. Durante le Fiestas Patrias nella località dove eravamo, 130 km a sud della capitale Santiago, sentii invece soltanto canti popolari; assistetti a balli tradizionali (come la cueca); e vidi sfilare studentesse e studenti del liceo Repubblica d’Italia. Niente militari, niente divise, niente armi schierate in quel paese in provincia di Rancagua, dove conobbi anche un esponente di Unidad Popular di Salvador Allende, che mi parlò di Patria.

Una festa comune e la verità sull’Italia

Una festa comune sull’Italia Patria liberata richiede che sia fatta chiarezza e detta la verità su come è nato il fascismo e sulle complicità internazionali che lo hanno portato – Marcia di Roma inclusa – al potere. Le azioni dall’estero sono le stesse che hanno consentito la nascita della Repubblica di Salò, nel 1944. E sono quelle che hanno cercato di impedire – senza riuscirvi – di dotare l’Italia di una Costituzione e di un regime scelto dal popolo e democratico.

Non c’è solo quel lontano e pesante passato, tuttavia. C’è tutta la strategia della tensione e il tempo delle stragi – dall’attentato del dicembre 1969 (Piazza Fontana) alle bombe 1992-1993 (Firenze, Roma, Milano) – che vedono la convergenza di uomini dello Stato, di fede fascista o neofascista, con potenze straniere che vogliono controllare l’Italia.

C’è anche il discorso brigatista, con una parte della Sinistra – non sappiamo se consapevole oppure utile idiota – che non ha voluto fare i conti con le complicità internazionali del terrorismo marxista-leninista (o sedicente tale). E ci sono poi la convergenza e le intersezioni tra terrorismo rosso, nero, apparati dello Stato e operazioni opache a danno dell’Italia.

Tutto questo si inquadra non soltanto nella logica della Guerra Fredda e del “pericolo comunista”. Si colloca anche nella guerra silenziosa – ma assai sanguinosa – contro la presenza scomoda dell’Italia nel Mediterraneo; e contro le relazioni dell’Italia con il Medio Oriente e con alcuni Paesi africani.

Né la Destra (quella democratica, ma anche quella post-fascista) né la Sinistra vogliono fare luce su quanto accadde dalla campagna interventista nella Prima Guerra Mondiale alla nascita del fascismo, dalla Repubblica Sociale Italiana alla macchina del fango contro Alcide De Gasperi, all’attentato a Enrico Mattei e alla strage in via Fani con il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro. Fino all’eliminazione scientifica del sistema politico italiano della cosiddetta Prima Repubblica, al tempo di Tangentopoli.

Lo spazio mi costringe a fare solo qualche cenno; e a rinviare ai libri di Mario José Cereghino, studioso esperto di archivi angloamericani, e di Giovanni Fasanella, già quirinalista ai tempi del presidente Francesco Cossiga, giornalista investigativo e ricercatore.

Il primo cenno è a Benito Mussolini, di cui il presidente del Senato La Russa conserva il busto in casa propria. Secondo le fonti documentate e le argomentazioni contenute nel libro Nero di Londra, di Cereghino e Fasanella, Mussolini è stato per anni un agente segreto del servizio segreto militare della Gran Bretagna. Il suo nome in codice era The Count.

È la stessa Gran Bretagna, con l’ala più a destra dei Conservatori, a spingere l’Italia – con Mussolini propagandista – nella Grande Guerra; a organizzare la Marcia su Roma, a dare l’esempio sulle azioni delle squadracce fasciste. Da Londra parte la segnalazione per rapire e uccidere il socialista Giacomo Matteotti, che voleva rivelare queste e altre scomode verità.

È ancora Londra, infine, a creare le condizioni perché i tedeschi liberino Mussolini dall’hotel dove viene tenuto prigioniero sul Gran Sasso, il 12 settembre del 1943. Ne parla con una ricostruzione rigorosa la trasmissione Atlantide, su La7, condotta dal giornalista Andrea Purgatori.

Sulla macchina del fango contro Alcide De Gasperi è illuminante l’ultimo libro di Cereghino e Fasanella: La maledizione italiana. Dove la maledizione è quella che unisce in un destino di scomparsa – chi per delegittimazione a mezzo stampa, chi perché assassinato – tre italiani che erano davvero patrioti, nel senso di fare l’interesse dell’Italia, della sua democrazia e della sua economia: De Gasperi (diffamato nel 1954), Mattei (morto nell’attentato del 1962) e Moro (assassinato nel 1978).

Quanto alla strage di via Fani, come sottolinea il giornalista Giovanni Fasanella, già cronista a L’Unità, l’8 marzo 1978, nel luogo del rapimento di Aldo Moro “c’erano anche le Brigate Rosse”. Se poi passiamo al 9 maggio 1978, con il ritrovamento del corpo dello statista democristiano, il luogo dove viene lasciato Moro è tutto un programma: via Caetani non è a metà tra via delle Botteghe Oscure (sede del Pci) e Piazza del Gesù (sede della Dc). Via Caetani, il cui palazzo riporta per via indiretta alla Gran Bretagna, è in una zona con la maggiore concentrazione possibile di servizi di intelligence.

La domanda è, allora: come hanno fatto (e perché) i brigatisti rossi a portare il corpo di Moro nel centro di una capitale blindata e in una zona di servizi segreti? Ne parla il libro, di Eugenio Miccoli e Gero Grasso, Moro Leaks. Anche questo testo è documentato, fondandosi sulle risultanze di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro.

Una pacificazione (quasi) impossibile

Bastano questi cenni per farci comprendere perché una pacificazione, all’insegna dell’Italia liberata e sulla cui Storia si è fatta luce e verità, è adesso impossibile. Non perché Destra e Sinistra, post-fascisti e post-comunisti, cattolici, democratici, liberali e liberisti non possano trovare un terreno comune in nome del 25 Aprile e della Patria. Una pacificazione si fonda sulla verità storica. Portare alla luce le complicità internazionali rischierebbe tuttavia di mettere l’Italia in una posizione imbarazzante nei confronti di Gran Bretagna, Francia e anche Germania.

Tutti hanno sempre e solo pensato agli Stati Uniti – quali controllori e sovrani sull’Italia repubblica ad azione limitata – mentre i documenti angloamericani, su cui lavorano Cereghino e Fasanella, dimostrano chel’Italia è considerata da Londra, dal Risorgimento in poi, una “provincia britannica”. La sua base possiamo collocarla nella Toscana “inglese”.

Sui progetti egemonici di Winston Churchill sull’Italia – un politico anti-italiano, negazione della democrazia ed espressione del controllo imperiale sul nostro Paese – si sprecano i documenti nei libri di Cereghino e Fasanella. Sono documenti degli archivi britannici, perché la Gran Bretagna ha comunque rispetto per gli studiosi e declassifica (anche se non tutti) i documenti riservati dei propri governi e apparati statali.

A bloccare la verità sulle vicende italiane – verità su cui fondare il dialogo, il reciproco riconoscimento e quindi un 25 Aprile condiviso da tutte le parti politiche – è anche una parte del sistema dei media italici. Ogni potere, come ogni versione ufficiale dei fatti, si avvale dei media per influenzare la pubblica opinione; e per condizionare la narrazione nell’arena pubblica. A questo proposito, è illuminante – e ben documentato – un altro libro dei ricercatori Cereghino e Fasanella: Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano.

Di qui, purtroppo, il pessimismo su una pacificazione autentica, che sia fondata sulla verità storica e su una lettura scientifica della Storia d’Italia. Il tempo, tuttavia, non ci impedisce di sperare – in futuro – in un giorno che ci riunisca tutti. Intanto, festeggiamo il 25 Aprile Festa della Liberazione dalla dittatura nazifascista. È la festa di una libertà divenuta premessa indispensabile, insieme alla Resistenza, per l’Italia Repubblica democratica fondata sul lavoro, che quest’anno, il 2 giugno, compie 80 anni.

Il giornalista Fasanella e i segreti svelati della Storia d’Italia

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