La notizia del questionario “per schedare gli insegnanti di sinistra”, diffuso dalla costola giovanile di Fidi, Azione Studentesca, è su (quasi) tutti i giornali di questi giorni: si tratterebbe, a quanto pare, di un questionario – anonimo – con cui gli studenti possono segnalare lezioni (e docenti?) ideologicamente orientate.

Lo strumento, in sé, pare richiamare periodi piuttosto bui della nostra storia. Non la pensano così al Governo: il questionario viene così difeso o minimizzato da alcuni esponenti di Fratelli d’Italia come Donzelli (quello, per intenderci, che si vestì da nazista a Carnevale), Montaruli, Bignami, Frassinetti (tra l’altro, sottosegretario all’istruzione), a dimostrazione che la sensibilità del Governo è in linea con Azione studentesca; la non reazione della compagine governativa suona, quindi, come silenzio assenso. Intanto, per il Secolo d’Italia, l’accusa di liste di proscrizione non sta in piedi perché “è la tesi di una sinistra in cattiva fede, lo abbiamo spiegato e chiarito in diverse occasioni. Se continueranno a raccontare balle agiremo nelle sedi opportune”. Manca però un dettaglio: cosa sarebbe, allora? Silenzio, di nuovo.

Poiché non chiede nominativi, ammettiamo per pigrizia che si tratti di un semplice censimento dell’attività politica nelle nostre scuole, svolto da un’associazione di studenti ideologicamente orientata, tesa a dimostrare l’egemonia del pensiero della sinistra nella scuola italiana. Non proprio una scoperta sconvolgente. Molto più interessante, allora, diventa provare a ragionare sullo sviluppo del dibattito e sulle sue modalità dopo il post, divenuto virale, del professor Giorgio Peloso Zantaforni

Lo stimolo in sé sarebbe invero davvero interessante, perché ci costringerebbe prendere posizione e decidere su questioni che da tempo aspettano di essere affrontate dalla nostra società in merito all’istruzione dei nostri ragazzi: di chi sono i figli, come dovrebbe spingere ad interrogarci la storia della famiglia del bosco? I docenti devono formare cittadini, lavoratori o consumatori? Nel loro ruolo, devono essere distaccati e freddi impiegati o possono essere persone e far trasparire la loro posizione? Tutte le idee sono uguali? Dire in classe quello che si pensa diventa automaticamente indottrinamento? E se fossero i ragazzi a manifestare un’idea, il docente dovrebbe censurarli in nome di uno spazio obbligatoriamente neutro, come ci ha insegnato la vicenda di Palermo?

Domande toste, che ovviamente nessuno spazio hanno in questo dibattito perché, delle cose serie e a meno di un mese da Sanremo, non ce ne frega francamente niente.

Non rimane allora che concentrarsi sul tono della vicenda, che riprende schemi comunicativi dicotomici oramai usuali. Il modello d’oltreoceano, veicolato dai social nella modalità curva da stadio dopo un pomeriggio duro a caffè Borghetti, ha ridotto il tema a uno scontro quasi fisico tra sinistri fluidi woke propal elettrici e fasci razzisti antieuropeisti antislamici putiniani (perché trumpiani, con le muscolari scelte sui dazi dell’attuale presidente USA, risulta più difficile per un sovranista).

Di là, lo spazio politico si trova così stretto tra la pallottola che ha mancato di poco Trump (“sono stato salvato da Dio”) e l’assassinio di Charlie Kirk e, dall’altra parte, la siringa contro la deputata Ilhan Omar e l’omicidio di Melissa Hortman. In tema di scuola e coerentemente con la sua visione politica, Trump ha poi colpito le università di “sinistra” come Harvard, Columbia University, Cornell University, Northwestern University, Princeton University, University of Pennsylvania.

Da noi piccoli eventi indicano una direzione: se, infatti, come afferma Bocchino in un suo libro, l’Italia è un Paese storicamente di destra, a 81 anni dalla liberazione starebbe dunque tornando alle origini, volente o nolente. Solo a Roma, nel 2025, si sono contati oltre cento episodi di stampo fascista, xenofobo, omofobo. Questo ritorno avviene anche sulla spinta di quello che accade oltreoceano, riflesso lento ma inesorabile, dell’essere colonia culturale americana da molto tempo, anche in termini di comunicazione.

In Italia, la semplificazione si gioca, per il momento, sull’identificare la sinistra solo con i centri sociali più problematici, ignorando la posizione di tutti gli altri, e nell’idea che non possa esistere una destra razionale, liberale e laica, come dimostrano la marginalizzazione di politici del passato, come Fini, o l’attuale silenzio imbarazzato sul “manifesto Zaia”.

Per esistere bisogna apparire duri e puri; è necessario polarizzare il dibattito. Da anni le pagine social di FdI e della Lega, o le pagine personali dei personaggi di quei partiti, o testate come Libero o Il Giornale fanno una dura campagna contro docenti e giudici “di sinistra” cercando di delegittimarli e marginalizzarli. Ma l’oggetto del desiderio, ovvero la sostituzione dell’egemonia culturale di sinistra con personale e contenuti culturali di destra per adeguarla a questi tempi di ferro, non può avvenire con un banale spoils system, per il semplice fatto manca il personale ideologizzato dalla parte giusta e, a vedere dallo stato pietoso della RAI con l’attuale gestione, mancano pure i contenuti.

Tolkien evidentemente non può bastare; per quanto la si giri, la Costituzione è antifascista. Gli esempi di revisione storica finora visti, anche in Veneto, non hanno fatto breccia.

A questo punto, da queste colonne, ci si aspetterebbe una netta condanna in merito al questionario e alla sua presunta finalità, e non mi tirerò certo indietro; e, quindi, rientro volentieri tra i sinistri; ma, fatto il compitino, la sensazione che ci sia qualcos’altro oltre resta.

Ipotizziamo, in grande: un modo per saggiare l’opinione pubblica per vedere se si può spingersi più in là? Il solito argomento fantoccio, un flashbang visto che in economia le cose vanno male e le promesse su accise, Fornero sono rimaste promesse? Oppure, più modestamente, si tratta solo di un’azione messa in atto dagli studenti di destra per saggiare la situazione, magari in una polemica interna contro la Rete degli Studenti Medi, o semplicemente per misurare un bacino di studenti simpatizzanti potenziali, su cui i partiti vestono le solite parti in commedia? Chissà.

Che la questione, in fondo, possa essere strumentale per arrivare da qualche parte, ce lo suggerisce proprio il presidente di Azione studentesca, Riccardo Ponzio, sempre dalle colonne de il Secoloditalia: “Poi una preoccupazione su tutte: quello che avverrà il 10 febbraio in occasione della Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e degli esuli giuliano-dalmati. In passato la narrazione è stata a senso unico”.

Ecco, forse, il senso del questionario, nascosto in quel “in passato”. Ora, lascia intendere Ponzio, le cose potrebbero cambiare, con un po’ di can can mediatico, un po’ di rabbia schiumante dai social e in classe, e un po’ di inquietudine per tutti.
Probabilmente, ancora con il silenzio del Governo. Un silenzio assenso, ovviamente.

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