Il problema della sicurezza nella zona di Porta Vescovo non è solo una percezione destinata a creare clamore mediatico, ma una realtà concreta che incide profondamente sulla vita quotidiana dei residenti del quartiere Veronetta. Non è un caso, infatti, la raccolta di oltre 300 firme dei residenti che chiedono un intervento deciso delle istituzioni per affrontare un disagio sociale ormai al limite della sopportazione. Tuttavia, il leitmotiv “c’era una volta Porta Vescovo” spesso citato risulta riduttivo, poiché la zona, purtroppo, è stata spesso teatro di problemi sociali, come negli anni ‘70 e ‘80 con la piaga dell’eroina e il consumo di sostanze stupefacenti.

La prospettiva di intervenire con un vero e proprio “disinfestamento” per allontanare le persone in evidente stato di difficoltà, accusando implicitamente la Ronda della Carità di peggiorare la situazione, appare fuorviante. Porta Vescovo è diventata simbolo di insicurezza, degrado ed emergenza. Ma quanto c’è di reale in questa immagine? E quanto invece deriva da una narrazione semplificata? Per approfondire, abbiamo parlato con Alberto Sperotto, ex presidente della Ronda della Carità e volontario attivo sul territorio, che da anni è in contatto diretto con le persone senza fissa dimora. 

Sperotto, da quanto tempo è impegnato nel volontariato a Porta Vescovo? E come ha visto cambiare la zona nel corso tempo?

«Ho iniziato diversi anni fa, sono stato anche presidente della Ronda e oggi continuo a collaborare come volontario, occupandomi soprattutto degli aspetti organizzativi e della comunicazione. Questo mi permette di avere una visione abbastanza ampia e stratificata nel tempo. Se devo essere sincero, più che parlare di cambiamenti nella zona in senso stretto, mi colpisce il modo in cui viene raccontata oggi. In questi giorni, ad esempio, si è creata una narrazione molto netta: si tende a collegare automaticamente disagio, degrado e insicurezza alle persone senza dimora. Questo è un passaggio pericoloso, perché semplifica una realtà complessa e rischia di trasformarsi in stigmatizzazione. Il problema principale oggi è la percezione. Si costruisce una cornice narrativa in cui alcune categorie di persone diventano automaticamente il simbolo del problema. Ma bisogna essere chiari: non tutte le persone senza dimora sono criminali. Anzi, la maggior parte non lo è. Se qualcuno commette un reato, è giusto che venga perseguito, ma non si può generalizzare.»

Porta Vescovo, simbolo del quartiere, costruita da Teodoro Trivulzio e terminata nel 1520

In questo processo che ruolo hanno i media?

Un ruolo fondamentale. Esiste un codice deontologico, la Carta di Roma, che tutti i giornalisti conoscono o dovrebbero conoscere. Stabilisce chiaramente che non bisogna associare automaticamente migranti o persone marginali a fatti di cronaca nera. Eppure accade spesso il contrario. Ti faccio un esempio: se un reato è commesso da una persona italiana, viene raccontato senza particolari etichette. Se invece è commesso da uno straniero, si sottolinea subito la provenienza, lo status, la condizione. Questo crea un meccanismo mentale molto semplice: lo straniero diventa sinonimo di pericolo. Ed è una costruzione mediatica, non una realtà. Spesso gli intervistati parlano di una piazza trascurata, poco vissuta, con pochi eventi. Poi però il servizio viene costruito inserendo immagini di persone che dormono per strada, anche se non sono state citate. Questo crea un collegamento implicito: degrado uguale persone senza dimora. Ma è un collegamento artificiale, costruito.

Dal suo punto di vista , chi sono le persone che vivono questa realtà?

Sono persone molto diverse tra loro, ma nella maggior parte dei casi si tratta di persone che desiderano migliorare la propria condizione. Molti cercano di integrarsi, alcuni lavorano, altri stanno cercando un lavoro. Poi ci sono anche situazioni più difficili, persone che vivono di espedienti. Ma bisogna chiedersi: cosa farebbe chiunque di noi in quella situazione? Sono persone vulnerabili, spesso più vittime che responsabili. La microcriminalità, ad esempio, spesso le sfrutta. Sono state fatte multe per bivacco a persone che semplicemente non hanno un posto dove andare. Parliamo di persone che dormono in strada perché non hanno alternative. Eppure vengono sanzionate. È un paradosso: si punisce una condizione, non un comportamento. Tra l’altro molte di queste sanzioni vengono poi annullate perché si tratta di stato di necessità. Ma nel frattempo il messaggio che passa è molto forte: si criminalizza la povertà.

Come si potrebbe intervenire in modo diverso?

«Prima di tutto, bisogna distinguere le situazioni. Chi commette reati deve essere perseguito senza ambiguità. Ma chi vive in strada per necessità ha bisogno di soluzioni, non di repressione. Quando si effettuano sgomberi, ad esempio, non si può intervenire solo con la polizia. È necessario offrire alternative concrete. Inoltre, bisogna sfatare un’altra narrazione: quella secondo cui alcune persone “scelgono” di vivere in strada. Nella mia esperienza, non è così.»

Perché?

«Perché i dormitori, che dovrebbero essere la prima alternativa, hanno molte limitazioni. Non puoi entrare con un cane, le coppie vengono separate, gli spazi sono molto condivisi e spesso difficili da gestire. E poi c’è il tema delle dipendenze: chi ha una dipendenza spesso viene escluso. Ma sono proprio queste le persone più fragili, che avrebbero più bisogno di aiuto.»

Quante persone assistete e quali sono i bisogni principali?

Distribuiamo circa 250 pasti ogni sera. Non significa 250 persone senza dimora, ma è comunque un dato significativo. I bisogni principali sono molto semplici: casa e lavoro. Sono strettamente legati tra loro. Senza una casa è difficile mantenere un lavoro e senza lavoro è impossibile avere una casa.

E sul piano burocratico?

«È un altro grande problema. Senza residenza perdi diritti fondamentali: non puoi avere un conto corrente, un medico di base e, in alcuni casi, nemmeno un documento valido. È un circolo vizioso da cui è difficilissimo uscire.»

Esistono strumenti per spezzare questo meccanismo?

«Sì, ad esempio la residenza fittizia. I Comuni possono iscrivere le persone senza dimora in una “via virtuale”, permettendo loro di accedere ai diritti fondamentali. È una misura semplice, ma essenziale. Senza di essa, tutto il resto diventa quasi impossibile.»

Allora perché non si interviene di più in questa direzione?

«Perché è meno “visibile” e meno conveniente politicamente. La paura è uno strumento potente: fa vendere giornali e porta consenso. È più facile costruire una narrazione emergenziale che investire in soluzioni strutturali.»

Il problema della sicurezza a Porta Vescovo è reale o amplificato?

Alberto Sperotto

È una zona complessa, questo sì. Ma lo è da sempre. La presenza di persone senza dimora è legata anche alla conformazione dell’area: portici, sottopassi, luoghi riparati. Se si vuole affrontare il problema, bisogna studiarlo, capirlo, parlare con le persone e con chi lavora sul campo. Spostare o arrestare le persone non risolve il problema. Anzi, spesso lo peggiora. Il carcere raramente è una soluzione: molte persone escono nelle stesse condizioni, se non peggiori, senza un vero percorso di reinserimento.

Cosa manca oggi?

«Manca un approccio complessivo. Non abbiamo fatto abbastanza né per queste persone né per la città. Continuare solo con misure repressive significa non affrontare davvero il problema. Serve un cambio di prospettiva: più sociale, più strutturale, più umano.»

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