Sabato 21 novembre Le Orme apriranno al Teatro Alcione di Verona la terza edizione di Magic Night’s, rassegna dedicata alla storia del rock progressivo italiano. Insieme al gruppo veneziano saliranno sul palco Seymour e Fiori nei Giardini Chiusi. La serata propone un incontro tra generazioni, lo stesso che attraversa la storia recente delle Orme: sessant’anni di musica, un repertorio che continua a essere ascoltato e nuovi progetti all’orizzonte. Ne abbiamo parlato con Luca Sparagna, cantante e bassista della formazione, nella quale troviamo lo storico Miki Dei Rossi, Michele Bon e Aligi Pasqualetto.

Collage, Uomo di pezza e Felona e Sorona sono tre album fondamentali nella storia delle Orme. Che cosa hanno ancora da dire, a più di cinquant’anni dalla loro uscita?

«Sono tre lavori fra i più rappresentativi non soltanto delle Orme, ma di tutto il rock italiano di quel periodo. Appartengono a un genere che, pur essendo nato in una precisa stagione, ha saputo andare oltre le mode. Non sono state meteore commerciali: sono dischi che si vendono ancora oggi. E non bisogna dimenticare che Le Orme, accanto ai lavori progressivi, hanno sempre proposto anche canzoni più popolari. È una parte della nostra storia che rivendichiamo».

Lei ha conosciuto Le Orme prima da ascoltatore, poi da musicista. Com’è cambiato il suo rapporto con quelle canzoni?

«Le ho scoperte alla fine degli anni Novanta, quando mi sono innamorato anche del progressive italiano in generale. Suonavo già i loro brani, andavo ai concerti, poi ho conosciuto i musicisti e siamo diventati amici. Quando è arrivata la proposta di entrare nel gruppo, è stato tutto molto naturale. Ho un grande rispetto per chi ha suonato prima di me, ma è inevitabile che, interpretando quelle canzoni, ci metta anche qualcosa di mio».

Negli anni Settanta questa musica arrivava a un pubblico molto ampio. Secondo lei, che cosa è cambiato?

«Soprattutto il modo di ascoltare. Allora c’era più curiosità: mettevi un disco sul piatto e lo ascoltavi per intero, con attenzione e pazienza. Oggi è già difficile arrivare alla fine di un album. Spesso la musica diventa qualcosa di usa e getta, anche perché è questo che il pubblico sembra chiedere».

Eppure Le Orme continuano anche a scrivere musica nuova. Che cosa spinge il gruppo a farlo?

«Sarebbe più facile vivere del repertorio storico: con quelle canzoni riempiamo le piazze. I nuovi brani non nascono da una necessità commerciale, ma dal bisogno di esprimere qualcosa, dalla voglia di creare. È questo che ci porta a continuare».

Il tour ha portato Le Orme anche all’estero. Ha riscontrato differenze nel modo in cui il pubblico vive i vostri concerti?

«Nei teatri l’attenzione è simile ovunque: chi acquista un biglietto sceglie di ascoltare, conosce ciò che viene a vedere. In piazza il pubblico è inevitabilmente più vario. In Italia avverto però una maggiore resistenza ai cambiamenti, una nostalgia che all’estero pesa meno. A Cracovia un signore è venuto da noi in lacrime con un disco originale degli anni Settanta da autografare. Non avrebbe mai immaginato di poter ascoltare Le Orme nella sua città».

A Verona la rassegna vedrà protagonisti anche Banco del Mutuo Soccorso e Of New Trolls, affiancati da gruppi di altre generazioni. Che valore attribuisce a questo incontro?

«È fondamentale per tenere viva questa musica. Io stesso sono nato alla fine degli anni Settanta e ne sono, in qualche modo, una testimonianza. Se una generazione trasmette la propria musica a quella successiva, si crea un’eredità. Anche i progetti che condividiamo con Banco e Of New Trolls vanno in questa direzione: far conoscere un linguaggio musicale che non dipende dalle mode del momento».

E per quanto riguarda il futuro delle Orme, quali sono i prossimi progetti?

«Stiamo pensando a un nuovo disco, con un parziale ritorno alla forma canzone. La matrice progressiva resterà, naturalmente, ma dopo un lavoro di ampio respiro come Il Leone e la Bandiera ci piacerebbe recuperare anche quella dimensione più popolare che ha sempre fatto parte della musica delle Orme. Vogliamo che si senta ancora il profumo degli anni Settanta, senza rinunciare a nuove idee e alla voglia di sperimentare».

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