L’8 settembre 1943 rappresenta uno dei momenti più drammatici e tragici della storia d’Italia, con l’annuncio dell’armistizio firmato con gli Alleati, il Paese si ritrovò improvvisamente proiettato nel caos. All’alba del 9 settembre, re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il principe Umberto e il capo del governo Pietro Badoglio abbandonarono precipitosamente Roma per fuggire verso Pescara, da dove si imbarcarono per Brindisi (già sotto il controllo alleato), abbandonando il popolo italiano e lasciando i nostri soldati in Italia e all’estero senza comandi.

L’obiettivo dichiarato era salvare la continuità dello Stato, ma l’uscita di scena avvenne in modo del tutto clandestino e senza lasciare alcuna direttiva formale alle forze armate. I militari italiani, in patria e nei vari fronti occupati (Grecia, Jugoslavia, Francia), vennero lasciati completamente allo sbaraglio. L’unico ordine vago rilasciato da Badoglio fu quello di “cessare le ostilità contro le forze alleate” e di “reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

Senza un comando centrale e senza disposizioni chiare su come comportarsi nei confronti dell’ex alleato tedesco. Le conseguenze furono devastanti. Ci fu uno sbandamento generale, Intere divisioni si sciolsero in pochi giorni; centinaia di migliaia di soldati cercarono di abbandonare le armi e tornare a casa a piedi.

La Germania, che aveva già previsto il tradimento italiano, occupò rapidamente i centri nevralgici del centro-nord Italia e disarmò l’esercito regio incontrando scarsa resistenza organizzata. Oltre 600.000 soldati italiani vennero catturati e deportati nei campi di prigionia e lavoro in Germania, essendosi rifiutati di continuare a combattere a fianco dei nazisti o di aderire alla neonata Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

In assenza di direttive ufficiali, furono le scelte individuali di soldati, ufficiali e cittadini ordinari a dare vita alla Resistenza italiana. Molti reparti rifiutarono la resa alle forze tedesche, improvvisando la difesa del territorio o scegliendo la lotta di liberazione.

Il 9 e 10 settembre, militari dell’Esercito, tra cui i Granatieri di Sardegna e i Lancieri di Montebello, combatterono a fianco di civili armati per tentare di impedire l’occupazione della capitale. Nell’isola greca di Cefalonia i soldati della Divisione Acqui votarono a maggioranza per non consegnare le armi ai tedeschi.

Dopo giorni di combattimento, la resa fu seguita dalla fucilazione di massa di oltre 5.000 italiani. Circa 650.000 militari italiani rifiutarono di giurare fedeltà ad Adolf Hitler e alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Deportati nei campi di concentramento tedeschi come Internati Militari Italiani (IMI), la loro scelta di dire “no” al nazifascismo — pur affrontando lavoro forzato, fame e malattia — rappresentò una forma di resistenza passiva fondamentale.

Senza il sostegno del popolo, la guerriglia partigiana nelle montagne non avrebbe potuto sopravvivere. Famiglie contadine e cittadini nascosero migliaia di soldati italiani in fuga, prigionieri alleati evasi ed ebrei, rischiando la fucilazione o la deportazione. Nei giorni dal 27 al 30 settembre 1943, la popolazione napoletana insorse spontaneamente contro l’occupante tedesco, prima ancora dell’arrivo degli Alleati, liberando la città con combattimenti di strada.

Operando come “staffette”, le donne trasportarono armi, viveri, messaggi e medicinali tra le città e le formazioni partigiane in montagna, garantendo la rete logistica del movimento di Liberazione. Dalle ceneri del settembre 1943 nacquero le prime bande partigiane e il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), trasformando la tragedia dello sbandamento nell’inizio del riscatto nazionale.

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