Desmond Morris, all’età di 98 anni, ha abbandonato quel mondo che come pochi altri ha saputo scandagliare con occhio scientifico. Il suo lascito è enorme, e parte dal metodo e dal cinismo accademico con cui ha saputo collocare l’uomo all’interno di un vetrino da laboratorio. Il suo microscopio ha dimostrato, alla fine dei conti, che siamo molto meno evoluti di quanto pensiamo e che, ci piaccia o no, altro non siamo che scimmie senza peli, cronicamente a disagio perché collocati in un mondo che non riconosciamo. Se oggi sappiamo che le nostre nevrosi metropolitane sono semplici tic da “animali in cattività”, il merito – o la colpa – è interamente sua.

Morris, etologo, ha sconvolto la comunità antropologica con la sfacciataggine. Osservando le bestie, con pazienza, per decenni, ci ha spogliato dei paramenti sacri (autoimposti) della civiltà per rivelare ciò che siamo sempre stati: una specie di scimmia bizzarramente glabra, vittima di istinti paleolitici, collocata in un mondo di silicio.

Con la pubblicazione de La scimmia nuda nel 1967 (anno in cui i Beatles hanno pubblicato Sgt. Pepper’s), Morris ha compiuto un parricidio intellettuale: ha ucciso l’antropocentrismo umanistico. La sua ricerca ha avuto un’importanza sismica, anche se la biologia contemporanea ha ormai archiviato molte sue tesi come eccessivamente deterministiche. Eppure, il valore dei suoi studi è intrinseco, perché poggia non sulla precisione del dato, ma sullo spostamento del punto di vista. Ha reso l’etologia una lente pop, trasformando il corteggiamento in un rituale di accoppiamento e la politica in una lotta per la dominanza del maschio alfa.

Morris, osservando le scimmie, ci ha spiegato perché ci piace baciarci, perché salutiamo a mano aperta, perché il sesso per l’uomo (come per nessun’altra bestia) è così importante, perché abbiamo sentito il bisogno di inventare le divinità e, soprattutto, come mai l’amore è da considerarsi solo una parola ci cinque lettere.

Pochi ricordano che Morris ha vissuto una vita parallela come pittore surrealista, esponendo accanto a giganti come Joan Miró. Per lui, l’arte non è stata un vezzo, ma un imperativo biologico: ha dipinto “biomorfi” e creature oniriche per esplorare ciò che la scimmia sogna quando smette di cacciare. La sua pittura, di certo meno dirompente dei suoi saggi, ma visivamente interessante, è coerente con la sua missione: è stata il completamento visivo delle sue tesi: se la saggistica ha spiegato la nostra anatomia, i quadri hanno dato forma ai nostri impulsi primordiali.

L’impatto di Morris sulla cultura contemporanea è stato profondo e trasversale. Le sue teorie zoologiche sono state tradotte in estetica del disagio da molti artisti che ne sono stati scioccati. Tra questi, in Italia, il legame più colto è stato certamente quello con Franco Battiato. Il Maestro ha utilizzato le tesi di Morris come bussola per orientarsi nel “fango” degli istinti. La “scimmia nuda” è diventata per Battiato il simbolo della prigionia biologica, quel grado zero da cui l’ascesi mistica deve tentare la fuga. Non è un caso che la sua influenza sia arrivata, per via traverse, fino al testo provocatorio di Occidentali’s Karma (La scimmia nuda balla) di Francesco Gabbani, caso raro di cultura che vince (al Festival di Sanremo nel 2017, ndr).

Sul fronte cinematografico, l’ombra di Morris si è allungata sul genio di Stanley Kubrick. Legati da una frequentazione personale a Londra, i due hanno condiviso l’interesse per le basi animali del comportamento. In 2001: Odissea nello spazio, la sequenza dell’alba dell’uomo è stata la sintesi perfetta del pensiero morrisiano: l’intelligenza che nasce asservita all’istinto predatorio.

Questa eredità etologica sopravvive oggi anche nella narrativa più cruda: si pensi a “Il predatore di anime” di un certo Vito Franchini, del 2021. Il protagonista del thriller usa esplicitamente gli studi antropologici e le teorie sulla “scimmia nuda” per manipolare le sue vittime e, talvolta, disattivare i loro istinti criminali: la dimostrazione che l’antropologia criminale moderna non può fare a meno di studiare la bestia che ognuno di noi ha sottopelle. L’autore, nei crediti, si prostra allo scienziato, e lo ringrazia per avergli cambiato la vita.

Sebbene il suo nome resti legato al bestseller del ’67, la produzione di Morris è sterminata. Tra i suoi lavori più famosi urge ricordare Lo zoo umano (1969: un’analisi feroce delle città come gabbie che generano stress da sovraffollamento), L’uomo e i suoi gesti (1977: l’enciclopedia definitiva del linguaggio non verbale) e Il comportamento intimo (1971: un’indagine spietata sulla nostra necessità di contatto fisico).

Desmond Morris se n’è andato con l’eleganza di chi ha guardato l’abisso della nostra natura e, invece di inorridire, ha preso appunti. Noi, pieni di domande e assetati di risposte, non possiamo che inchinarci a chi ce ne ha fornite così tante.

The Arena – Desmond Morris, 1976

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