Le elezioni di Midterm del 3 novembre ridisegnano gli equilibri politici negli Stati Uniti e consegnano a Donald Trump una sconfitta di dimensioni significative. I Democratici conquistano il controllo di entrambe le Camere del Congresso, interrompendo la maggioranza repubblicana e aprendo una nuova fase, potenzialmente conflittuale, negli ultimi due anni della presidenza Trump. Il voto restituisce l’immagine di un Paese insoddisfatto, nel quale il costo della vita, la gestione dell’economia e il coinvolgimento militare americano nella guerra in Iran hanno pesato sulle scelte degli elettori.

Ma che cosa raccontano davvero queste elezioni? Sono soltanto una bocciatura dell’amministrazione oppure segnalano un cambiamento più profondo nell’atteggiamento degli americani verso il ruolo internazionale degli Stati Uniti? E soprattutto, quanto potrà incidere il nuovo equilibrio parlamentare sulle decisioni di un presidente che resterà alla Casa Bianca fino al gennaio 2029?

Ne parliamo con Mattia Magrassi, avvocato del Foro di Verona, americanista, presidente di Limes Club Verona e analista geopolitico per Atlantico Quotidiano.

Magrassi, partiamo dal risultato. Come dobbiamo leggere la sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm? È una bocciatura personale di Donald Trump o qualcosa di più ampio?

«Siamo di fronte a una sconfitta brutale per i repubblicani, senza se e senza ma. Questo è il primo dato che emerge dalle elezioni del 3 novembre. Naturalmente nei prossimi giorni bisognerà analizzare nel dettaglio i flussi elettorali, la partecipazione al voto e il comportamento dei diversi gruppi demografici.

Soprattutto, sarà importante capire che cosa è successo all’elettorato che nel 2024 aveva riportato Trump alla Casa Bianca: quanti sono rimasti a casa, quanti sono andati a votare e come hanno votato. Ma un elemento appare già significativo: la guerra in Iran ha pesato, e parecchio».

Come si intreccia il tema della guerra in Iran con un’altra questione centrale per gli elettori americani, quella del costo della vita?

Mattia Magrassi

«Non dobbiamo contrapporre la guerra al costo della vita, perché per molti elettori le due questioni sono strettamente collegate. La guerra non è soltanto una questione di politica estera: arriva direttamente nelle tasche degli americani.

Qui c’è una prima lezione politica per Trump. Se vieni eletto promettendo di mettere fine alle guerre e poi ne cominci una nuova, rischi di pagarne il prezzo. Anche se ti chiami Donald Trump, non sei impermeabile ad alcune leggi fondamentali del consenso democratico».

C’è però un significato geopolitico che va oltre la bocciatura dell’intervento in Iran. Il voto potrebbe indicare una crescente insofferenza degli americani verso il ruolo internazionale degli Stati Uniti?

«È un’ipotesi che dobbiamo prendere molto seriamente. Potrebbe esserci una crescente insofferenza verso il coinvolgimento militare americano negli scenari internazionali, un sentimento che, per ragioni differenti, attraversa entrambi gli schieramenti. Nell’elettorato democratico può prevalere la contrarietà alla guerra in Iran e al sostegno militare americano a Israele. In quello repubblicano può invece riaffiorare la componente che, per semplificare, definiamo isolazionista, profondamente radicata nel movimento MAGA e nella promessa originaria di America First. Le motivazioni sono diverse, ma potrebbero convergere nella stessa direzione: meno guerre, meno coinvolgimento militare americano e minore disponibilità a sostenere i costi della leadership mondiale e delle alleanze».

Da gennaio Trump dovrà confrontarsi con un Congresso a maggioranza democratica in entrambe le camere. Quali strumenti avranno i democratici per contrastarne l’azione? Si può arrivare persino a un nuovo impeachment?

«Ci saranno probabilmente inchieste parlamentari e forse nuovi tentativi di impeachment. Ma sappiamo quanto sia difficile arrivare alla rimozione di un presidente: occorre una maggioranza dei due terzi del Senato. Trump è già stato sottoposto due volte a impeachment durante il primo mandato e in entrambe le occasioni è stato assolto. Sicuramente la sua agenda legislativa sarà fortemente compromessa, ma vale anche il contrario: i democratici non potranno semplicemente sostituirla con una propria. Il presidente dispone infatti del potere di veto sulle leggi approvate dal Congresso e per superarlo serve una maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le camere. È una soglia politicamente molto difficile da raggiungere. Il rischio concreto è quindi quello di una paralisi, di uno stallo istituzionale tra Congresso e Casa Bianca».

Questo stallo, però, non riguarda necessariamente la politica estera. Quanto è ancora autonomo il presidente americano nelle decisioni che riguardano gli equilibri internazionali?

«Qui la situazione è molto diversa. Il presidente conserva poteri vastissimi, soprattutto nelle materie che più interessano gli equilibri mondiali: politica estera, conduzione delle operazioni militari, rapporti commerciali e, nei limiti delle deleghe attribuite dal Congresso, anche politica dei dazi. Il Congresso mantiene prerogative fondamentali: può esercitare controlli, bloccare provvedimenti, intervenire sui finanziamenti e sull’esercizio dei poteri delegati al presidente. Ma non può semplicemente sostituirsi alla Casa Bianca nella direzione della politica estera americana. Per questo non è affatto scontato che la sconfitta elettorale determini un cambiamento di rotta. Potrebbe persino accadere il contrario».

Foto da Unsplash di MacKenzie Cruz

Trump resterà presidente fino al 20 gennaio 2029 e non potrà ricandidarsi. Come potrebbe reagire a questa sconfitta? Punterà a ricomporre il conflitto politico oppure potrebbe radicalizzare ulteriormente le proprie scelte?

«Trump non ha particolari incentivi elettorali personali a cercare compromessi con un Congresso democratico. Inoltre, è un leader che ha sempre trovato nello scontro e nella polarizzazione una delle principali fonti della propria forza politica. La domanda è se tornerà alla promessa originaria di porre fine alle guerre oppure se farà esattamente il contrario, premendo sull’acceleratore in Iran per cercare di concludere rapidamente il conflitto e poter proclamare una vittoria. Anche sull’Ucraina si apre un interrogativo importante: questa sconfitta lo spingerà a cercare una soluzione ancora più rapidamente? E soprattutto, a quali condizioni? Sono questioni enormi, che riguardano direttamente anche noi europei».

Negli Stati Uniti si usa l’espressione lame duck, anatra zoppa, per descrivere un presidente politicamente indebolito e ormai avviato verso la conclusione del mandato. Cosa comporterà questo scenario secondo lei?

«Mi domando se nei prossimi due anni non ci troveremo davanti, più che a una lame duck, a una angry duck, un’anatra arrabbiata. Un presidente indebolito sul piano interno, ostacolato dal Congresso, ma ancora dotato, come detto, di enormi poteri sul piano internazionale. Un presidente che potrebbe reagire alla sconfitta non moderando le proprie scelte, ma radicalizzandole. È questo il paradosso che dobbiamo tenere presente: Trump esce politicamente indebolito dalle elezioni, ma conserva strumenti molto potenti per incidere sugli equilibri internazionali. E questa è una questione che riguarda direttamente anche noi europei. Oggi sappiamo chi ha perso le elezioni americane, ma non sappiamo ancora quale Donald Trump governerà gli Stati Uniti per i prossimi due anni».

Per finire, all’interno del Partito democratico sembra esserci stato anche un significativo ricambio generazionale, con l’affermazione di candidati più radicali e vicini alle posizioni socialiste. Che cosa sta cambiando nella sinistra americana? E questa tendenza può ritrovarsi anche in Europa?

«Distinguerei tra ricambio generazionale e svolta socialista. Emergono leader progressisti più radicali e critici verso l’establishment, come Abdul El-Sayed in Michigan, la cui affermazione può rafforzare quest’ala anche in vista di una possibile candidatura di Alexandria Ocasio-Cortez alle presidenziali del 2028. Ma i risultati di moderati come il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro indicano un confronto aperto sull’identità del partito, non una conquista socialista.

La nuova sinistra americana torna a concentrarsi su costo della vita, salari, casa e disuguaglianze, ridimensionando alcune battaglie identitarie, come riconosciuto dalla stessa Ocasio-Cortez sulla questione woke. Nella critica agli equilibri economici e politici degli ultimi decenni emerge una convergenza con il movimento MAGA nella diagnosi dei problemi, ma non nelle soluzioni. Anche in Europa una parte dell’elettorato, soprattutto giovane, non trova risposte nei partiti tradizionali. È una crisi della rappresentanza che può favorire tanto la sinistra quanto i movimenti nazionalisti e populisti di destra. Per i democratici americani, dopo la vittoria su Trump, comincia ora la pars construens: costruire un’alternativa credibile e un progetto riconoscibile per le presidenziali del 2028».

Foto da Unsplash di Marek Studzinski

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