Le Dolomiti sono, da sempre e universalmente, considerate le montagne più belle del mondo. Dal 2009 sono anche state riconosciute Patrimonio Naturale dell’Umanità per la bellezza del paesaggio e l’importanza scientifica delle caratteristiche geologiche e geomorfologiche.

L’UNESCO le ha definite delle “cattedrali di roccia”, non più “proprietà” di un singolo Stato, di una regione, provincia o comune, bensì ricchezza di tutto il genere umano e quindi da lasciare in eredità a chi verrà dopo di noi.

Eppure, proprio le Dolomiti sono diventate in questo periodo territorio di dibattito tra chi vorrebbe preservarne la purezza e la bellezza incontaminata e chi invece si sta dedicando alla realizzazione delle strutture necessarie ad ospitare i Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026.

La Fondazione

La Fondazione Milano Cortina 2026 è stata costituita nel 2019 e il suo presidente è Giovanni Malagò, anche presidente del CONI. Fin da subito la Fondazione si era espressa in modo molto preciso circa la sostenibilità dei giochi: i Giochi Olimpici dovevano essere completamente sostenibili sul piano economico, ambientale e sociale.

A rimarcare queste intenzioni, la Fondazione aveva dichiarato che l’Olimpiade invernale si sarebbe interamente ispirata all’Agenda 2020 e avrebbero usato per 90% degli impianti sportivi già esistenti.

“I Giochi si adattano al territorio che li ospita, e non viceversa. Non si costruisce ciò di cui non c’è bisogno e non costituisce una eredità durevole” si legge nel comunicato ufficiale.

A settembre, in occasione della settimana della Youth4Climate a Milano, la Fondazione aveva comunicato la sua adesione allo Sport for Climate Action Framework, iniziativa promossa dalle Nazioni Unite per raggiungere la neutralità delle emissioni di gas serra anche durante gli eventi sportivi.

Infine, il 1 ottobre 2021, una rappresentanza della Fondazione aveva in programma un incontro con le Associazioni Ambientaliste nazionali, per proseguire un dialogo iniziato lo scorso gennaio.

La denuncia delle Associazioni

Attivisti presenti il 24 ottobre a Cortina, foto autorizzata

Sono proprio alcune Associazioni Ambientaliste, invece, che denunciano nella realtà una totale mancanza di confronto tra loro e l’ente organizzatore.

A Cortina, domenica 24 ottobre si è realizzata la seconda marcia di protesta con lo slogan “Non nel mio nome”. La prima c’era stata a luglio.

Attualmente aderiscono a questo movimento ben 52 comitati e associazioni, tra cui Mountain Wilderness Italia, WWF, Italia Nostra Belluno, Comitato Peraltrestrade Dolomiti e CAI Veneto.

Oltre agli attivisti, si sono uniti alla protesta anche scrittori di montagna come Paolo Cognetti e il veneto Matteo Righetto.

Le accuse che il movimento muove alla Fondazione sono precise. “Non è accettabile che un evento come Milano-Cortina 2026, dichiarato sostenibile e a impatto zero, ad oggi non abbia portato a conoscenza dei cittadini l’entità dei progetti in corso, la loro qualità, i loro costi e il loro impatto sui territori interessati. La totale mancanza di trasparenza pregiudica le possibilità di confronto con gli organizzatori dell’evento e con le pubbliche amministrazioni interessate, comunali, provinciali e regionali” si legge nel comunicato finale della giornata di protesta.

foto di Mountain Wilderness

L’elenco delle opere non considerate idonee al contesto dolomitico è preciso. Si contestano i progetti di un mega albergo sul Passo Giau e due villaggi di lusso nei boschi di Cortina e di Auronzo. I collegamenti sciistici in quota alternativi alla mobilità automobilistica sono ritenutiti una farsa. Infine, unanime è il “no” delle associazioni e dei comitati scientifici, ai collegamenti Cortina – Badia, Cortina – Arabba e Cortina – Civetta.

In sostanza tutto il comitato afferma con decisione che:

“I grandi eventi sportivi internazionali, così come vengono gestiti, non sono compatibili con una corretta gestione del territorio fragile delle Alpi”.

A questo proposito abbiamo intervistato Giancarlo Gazzola, di Mountain Wilderness Italia.

Gazzola, come mai la Fondazione Milano-Cortina 2026 si proclama convinta sostenitrice di Giochi Olimpici rispettosi dell’ambiente, mentre al contrario voi contestate grandi opere che stanno mettendo in pericolo l’ecosistema della zona di Cortina?

Giancarlo Gazzola, foto autorizzata

«Semplicemente perché sono solo dichiarazioni di facciata che nella pratica non vengono rispettate. Già i Mondiali di Sci 2021 hanno devastato boschi, allargato piste e mangiato pezzi di montagna. Hanno sostituito un tratto di funivia nelle Tofane con un’opera a grande impatto, in una zona in cui vive il gallo cedrone. Hanno realizzato piazzali in quota per le tribune. Tutto vicino ad una frana esistente, che poi è di nuovo crollata costringendo a rifare gran parte dei lavori. Quando bastava parlare con gli anziani e le persone del luogo. Ora temiamo la nuova pista da Bob, un’opera che inizialmente anche il Comitato Olimpico riteneva superflua e ora invece approva, dopo grandi insistenze della Regione Veneto e l’assicurazione che saremo noi ad accollarci l’intera spesa di 60 milioni di euro

Però la Fondazione assicura che sta tenendo degli incontri regolari con le associazioni ambientaliste.

«Certo, è stato costituito l’Osservatorio delle Olimpiadi. Ma quegli incontri non servono a nulla. Noi non veniamo ascoltati. Anzi. La Fondazione si limita a ripeterci che lei è responsabile dello svolgimento dei giochi, e non delle opere che vengono realizzate. Queste sono di competenza del Governo e delle Regioni. Ciò significa respingere delle responsabilità, non assumerle».

foto di Mountain Wilderness

Le autorità locali come si stanno esprimendo in tal senso?

«La Regione Veneto vuole i Giochi Olimpici. Il sindaco di Cortina anche. Vedono solo i profitti immediati senza considerare l’impatto a lungo termine. Prendiamo come esempio proprio la famigerata pista di Bob. Per come si svolge oggi questa disciplina, servono piste enormi. Inizialmente erano state proposte delle alternative: si poteva usare quella dei giochi di Torino, realizzata appositamente per l’occasione e ora inutilizzata. Si poteva spostare gli atleti nella vicina Innsbruck, che sono pure pochi come numero e quindi sarebbe stato conveniente. Invece no, è passata l’idea di costruire un mostro nuovo che poi ci costerà 300 milioni di euro all’anno di manutenzione. Un delirio.

La montagna si sta spopolando perché mancano i servizi di base: sanitari, scolastici, sociali. Di questo hanno bisogno i giovani per decidere di rimanere qui.

Tutti quei soldi andavano investiti così. Di certo la gente non rimarrà perché ci sarà una nuova pista di bob. Al contrario. È ormai assodato che dove le grandi opere cambiano il paesaggio naturale delle montagne, i turisti poi non ritornano, si allontanano, vanno in altre località.»

Gli abitanti di Cortina si erano espressi a favore dei Giochi, in passato.

«È vero. Ma nemmeno il 27% era andato a votare. E di questo il 40% aveva detto no. Si figuri che i nostri politici avevano gioito tanto per la vittoria di Cortina, quando la realtà è stata che hanno vinto solo perché tutti gli altri concorrenti vi avevano rinunciato a seguito dell’opposizione dei cittadini delle aree interessate.»

Continuerete a protestare? Cosa prevedete per il prossimo futuro?

«Noi non molliamo. Vogliamo essere ascoltati. Puntiamo a far sì che non venga costruita la pista da Bob. Chiediamo che il Ministero della Transizione Ecologica approvi finalmente il VAS (Valutazione di Impatto Strategico) nazionale, perché finalmente si possano bloccare cantieri ad elevato impatto in ambienti delicati. Però temiamo che tutto questo non di fermerà. I lavori di costruzione sono già in ritardo. Se continueranno a ritardare, temiamo verrà incaricato un commissario, e di solito i commissari hanno il potere di non considerare note e vincoli, pur di terminare l’opera. Al che noi non avremo più nessuna voce. Bisogna fare di tutto per tenere accesi i riflettori. È necessario che l’Unesco intervenga a proteggere un territorio che ha dichiarato patrimonio dell’umanità. Deve essere preservato realmente, e non solo per finta. Non solo per aver un’etichetta. Altrimenti non lasceremo proprio nulla alle generazioni future.»

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