La Serbia ha cambiato pelle nella notte del 25 ottobre 2026. Con un’affluenza vicina al 69%, la più alta dal 2000, la Lista Studentesca — “Studenti vincono” — ha conquistato circa il 53% dei voti, traducibile in circa 140 seggi su 250, mentre la lista “Serbia Unita” di Aleksandar Vučić si è fermata al 39%. Per la prima volta in quattordici anni il Partito Progressista Serbo perde le elezioni, e lo stesso Vučić, presidente dal 2017, ha ammesso la sconfitta in serata: «È chiaro che abbiamo perso». Il movimento nato dalle proteste seguite al crollo della pensilina della stazione di Novi Sad — 16 morti il 1° novembre 2024 — ha compiuto ciò che nessuna opposizione tradizionale era riuscita a fare: battere un sistema che sembrava inamovibile.

Eppure, in questa campagna elettorale, c’è un assente vistoso: l’Europa.

Il programma della Lista Studentesca, sintetizzato in undici punti, riguarda quasi esclusivamente il Paese interno: lotta alla corruzione e al crimine organizzato, trasparenza negli appalti pubblici, Stato di diritto, libertà dei media, indipendenza delle istituzioni, salari e istruzione. La politica estera è rimasta volutamente sullo sfondo. Dove gli studenti si sono espressi, lo hanno fatto con grande cautela: la cooperazione con l’Unione Europea è “necessaria”, ma l’adesione dovrebbe essere decisa dai cittadini con un referendum; quanto alle sanzioni alla Russia, il rifiuto ereditato dall’era Vučić resta. Nessuna bandiera europea, dunque, sventolata com’era accaduto nel 2000, quando la caduta di Milošević prometteva democrazia e prosperità con l’ingresso nell’Ue come orizzonte.

Questa mutismo geopolitico non è un caso, ma una scelta calcolata. Il movimento studentesco è nato senza leader e ha voluto restare senza etichette: per vincere doveva aggregare tutto l’elettorato anti-regime, compresi gli elettori delle zone rurali, tradizionalmente legati a Vučić e diffidenti verso Bruxelles e Kiev. Alzare la bandiera europea avrebbe spezzato questa coalizione eterogenea. Come ha osservato un analista serbo, se gli studenti realizzano ciò che hanno annunciato, «compiono passi verso l’adesione all’Ue molto più significativi di quanti ne compirebbero avvolgendosi nel drappo stellato europeo»: anticorruzione, Stato di diritto e media liberi sono, di fatto, l’agenda europea.

Il paradosso è che chi l’agenda europea l’aveva fatta esplicitamente — la coalizione “Serbia Europea“, erede della piattaforma dei partiti filoeuropei — non ha raccolto che una frazione minima dei voti, restando fuori dal parlamento. In Serbia, oggi, l’Europa non è un tema che vince voti.

Il confronto con l’Ungheria, dove Viktor Orbán è stato sconfitto sei mesi prima, esalta la differenza. L’opposizione magiara ha costruito la vittoria proprio sull’Europa: restituire al Paese i fondi Ue congelati e riportare l’Ungheria nel cuore dell’Europa, prendendo le distanze da Mosca. Era una promessa concreta, monetizzabile, perché l’Ungheria è già uno Stato membro: i fondi sono un fatto di bilancio, la Russia un problema di sicurezza regionale avvertito dall’opinione pubblica.

La Serbia invece è un semplice candidato, con un orizzonte di adesione remoto, un’opinione pubblica divisa sulla Russia — il gas scontato, i legami storici, la memoria della NATO — e un’UE percepita come parziale sul Kosovo. In un contesto del genere, “europerizzare” la campagna non avrebbe premiato gli studenti.

Bruxelles ha accolto il risultato con entusiasmo: Ursula von der Leyen si è detta pronta a sostenere riforme su Stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione, «e a lavorare insieme per il futuro della Serbia nell’Unione europea»; il cancelliere tedesco Merz ha promesso un sostegno attivo al «percorso europeo» di Belgrado. Ma gli analisti dell’EUISS e dell’IAI invitano alla prudenza: non ci si devono aspettare svolte immediate su sanzioni a Mosca, Kosovo o legami con la Cina. Il nuovo governo erediterà l’equilibrio di Vučić, fatta di gas russo e prestiti europei. Dal Cremlino, Peskov ha già dichiarato di sperare che i nuovi leader serbi «capiscano che la cooperazione con la Russia è nell’interesse della Serbia».

Il mancato accento sui temi europei che colpisce i federalisti è dunque reale, ma va letto per ciò che è: la prudenza tattica di un movimento civico che ha dovuto vincere prima e decidere la geopolitica dopo. L’ironia della storia serba è che proprio tacendo sull’Europa, gli studenti hanno ottenuto la prima alternanza dal 2012 — e con essa, forse, la prima occasione seria perché l’agenda europea diventi, finalmente, politica di governo anziché retorica di campagna elettorale.

Marco Spazzini per MFE Valpolicella

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