Il Parlamento italiano ha approvato lo scorso 24 settembre un disegno di legge delega al Governo per il ritorno del nucleare in Italia. Non si tratta dell’autorizzazione ad avviare i primi cantieri, ma della delega al Governo di definire, entro un anno, il quadro normativo e giuridico necessario per valutare i progetti delle eventuali future centrali.

L’energia nucleare è relativamente recente: gli studi scientifici fondamentali risalgono agli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Il nucleare porta con sé un peccato originale: la prima applicazione pratica fu militare, con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Anche nell’uso civile ha conosciuto incidenti gravi, i tre più rilevanti dei quali sono Three Mile Island (USA, 28 marzo 1979), Černobyl’ (Ucraina, 26 aprile 1986) e Fukushima (Giappone, 11 marzo 2011).

Lo stop dell’Italia al nucleare

Ad oggi nel mondo sono operativi, per uso commerciale, circa 440 reattori in 31 Paesi. Nell’Unione Europea l’energia nucleare è presente in 12 Paesi su 27. L’Italia era ben avviata verso la produzione di energia da fonte nucleare, ma due referendum – il primo nel 1987 e il secondo nel 2011 – hanno interrotto il programma. Il Governo tenta ora di superare quegli ostacoli e di riproporre un nuovo percorso.

È interessante notare che l’aumento della produzione di elettricità da nucleare nel mondo è stato intenso e continuo dagli anni Sessanta fino al picco del 2006, con 2.660 TWh. È seguita una lunga fase di assestamento e di stagnazione, con una più recente ripresa che ha portato la produzione a 2.702 TWh nel 2025. Questa dinamica ventennale ha diverse cause: il rallentamento nella costruzione di nuove centrali, le lunghe fermate di quelle più vecchie per manutenzioni e interventi di sicurezza, e la rinuncia al nucleare da parte della Germania, che nel 2023 ha spento anche l’ultima delle sue centrali.

Nel mondo sono attualmente in costruzione circa 80 reattori, quasi tutti in Cina ed in Paesi asiatici ed emergenti. La Cina, in particolare, per soddisfare il proprio crescente fabbisogno sta costruendo sia centrali nucleari sia impianti a carbone e rinnovabili. Nell’Unione Europea sono attualmente in costruzione due centrali nucleari in Ungheria e Slovacchia.

Fabbisogno energetico stagnante in Europa, ma ora cambia tutto

In Europa la domanda di energia elettrica è in calo da quasi vent’anni. Questo fatto, unito alla crescita delle energie rinnovabili, ha reso non necessario grandi investimenti per la produzione elettrica con nuove centrali, e tanto meno con quelle nucleari.

Se negli ultimi vent’anni la richiesta di energia elettrica nell’UE è addirittura scesa, tutto è destinato a cambiare nel prossimo futuro. L’ambizioso obiettivo europeo di emissioni nette zero di CO₂ entro il 2050 richiede una transizione energetica impegnativa. Da un lato occorre ridurre la quota di elettricità prodotta dalle centrali termoelettriche a combustibili fossili; dall’altro bisogna elettrificare molti consumi finali ancora legati al petrolio. Serve quindi nuova energia elettrica da fonti rinnovabili per la mobilità elettrica, per il riscaldamento civile e industriale con pompe di calore, per la produzione di idrogeno verde e per alimentare i data center legati all’intelligenza artificiale.

Il ruolo fondamentale delle rinnovabili

Per quanto riguarda l’Italia, secondo il PNIEC al 2050 è previsto un fabbisogno elettrico complessivo di 583 TWh, contro i circa 311 attuali. Il contributo di idroelettrico, fotovoltaico ed eolico dovrebbe passare dai 107 TWh del 2025 ai 474 TWh del 2050. Nell’eventualità di una produzione da centrali nucleari stimata in 69 TWh, le rinnovabili potrebbero fermarsi a 435 TWh.

Puntare sulla diversificazione delle fonti energetiche è corretto, e l’energia nucleare può dare anche un utile aiuto alla decarbonizzazione. Il ritorno del nucleare in Italia, però, rischia di creare più problemi di quanti ne risolva e richiede pertanto attente valutazioni. Occorre chiedersi se valga la pena, a quasi quarant’anni di distanza, riaprire la questione nucleare per un contributo tutto sommato modesto, pari a circa il 12% della produzione elettrica prevista nel 2050.

Dal punto di vista economico le rinnovabili presentano costi per kWh inferiori a quelli del nucleare e in ulteriore discesa, mentre i costi del nucleare tendono a salire, soprattutto nei Paesi occidentali. A questi si aggiungono i problemi di accettabilità sociale di una centrale nucleare e le questioni ancora irrisolte legate alla messa in sicurezza e allo stoccaggio a lungo termine delle scorie radioattive.

È sorprendente come, nel giro di pochi decenni, l’energia di origine fossile – che pure è stata il motore dell’economia globale per un paio di secoli – sia destinata a essere progressivamente smantellata. In modo analogo, anche l’energia nucleare, che nel settore elettrico ha avuto un ruolo significativo in alcuni Paesi, ma marginale nei consumi energetici globali complessivi, ne può seguire il destino, come una parentesi nella storia delle risorse energetiche.

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