Venezia è uno dei più prestigiosi siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale e la preservazione del suo valore culturale è da anni a rischio. Nel 2016 l’UNESCO ha avviato una procedura per l’eventuale iscrizione del sito nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo, sollevando critiche alle politiche urbane e chiedendo misure di tutela rafforzate, aprendo così una fase di confronto con lo Stato Parte (Italia). La ricerca adotta una prospettiva dei management studies per analizzare il caso di “Venezia e la sua Laguna”, dal 1966 al 2023, con l’obiettivo di approfondire alcuni aspetti specifici della gestione del sito. In particolare, lo studio esamina la questione del sito in pericolo e le dinamiche delle procedure UNESCO, concentrandosi sul meccanismo decisionale dell’organizzazione. L’analisi si basa su un approccio qualitativo volto a ricostruire e interpretare tali processi.

Ad oggi, l’overtourism rappresenta una delle principali minacce alla sostenibilità del patrimonio mondiale e si manifesta con particolare intensità nei contesti iscritti nella World Heritage List (Pechlaner et al., 2019; Patuelli et al., 2013), dove il cosiddetto “UNESCO effect” contribuisce ad accrescere la pressione sui territori (Poria, Reichel & Cohen, 2013; Vecco, 2010). La letteratura mostra come l’iscrizione nella World Heritage List, piuttosto che supportare la protezione del sito possa paradossalmente generare un aumento dei flussi turistici oltre la capacità di carico (Bourdeau et al., 2017), producendo sovraffollamento (De la Calle-Vaquero & García-Hernández, 2024), degrado del patrimonio (García-Hernández et al., 2023), pressione sulle infrastrutture (Luo & García-Hernández, 2023) e perdita di autenticità dell’esperienza (Caust & Vecco, 2017).

Le stesse linee guida UNESCO prevedono la necessità di limitare lo sfruttamento del patrimonio (UNESCO World Heritage Committee, 2015). Tuttavia, tali strumenti risultano spesso formali e scarsamente applicati, subordinati a logiche economiche e pressioni politiche locali (Gravari-Barbas & Guinand, 2017). In questo quadro, il sistema UNESCO appare segnato da fragilità, con un ruolo di garanzia talvolta ridimensionato da pressioni politiche e negoziazioni diplomatiche (Meskell, 2013).

Venezia costituisce un caso emblematico di overtourism per la convergenza di fragilità ambientali, pressioni antropiche e valore simbolico internazionale (Seraphin et al., 2018). Qui il turismo si associa su più dimensioni della sostenibilità – ambientale, sociale, economica e culturale – generando effetti cumulativi e di lungo periodo.

Nel caso di Venezia, l’overtourism si manifesta come una pressione turistica strutturalmente sproporzionata rispetto alla capacità urbana: circa 34,5 milioni di visitatori annui a fronte di poco più di 50.000 residenti nel centro storico. A ciò si aggiungono oltre 8.000 locazioni turistiche, con una densità superiore a 3 ogni 100 abitanti e più di 38.000 posti letto (59% dell’offerta) (Mantengoli, 2025).  Questi dati evidenziano non solo l’intensità dei flussi, ma anche una trasformazione del tessuto urbano, con una crescente sottrazione di alloggi alla residenza stabile e un conseguente squilibrio tra popolazione, mercato immobiliare e funzioni urbane (Bertocchi & Visentin, 2019; Eberle, 2019). In questo contesto, l’overtourism si configura come una minaccia strutturale che contribuisce al degrado del patrimonio, all’espulsione della popolazione residente e alla progressiva monocultura turistica, aggravando al contempo i rischi legati al cambiamento climatico e all’innalzamento del livello del mare (De Giorgi, 2024).

In questo contesto, l’overtourism non è interpretato come semplice effetto automatico dell’iscrizione UNESCO, ma come manifestazione visibile di una contraddizione strutturale tra valorizzazione e sfruttamento del patrimonio. Tale contraddizione è alimentata da vested interests di attori pubblici e privati che condizionano le politiche di gestione, producendo uno scollamento tra gli obiettivi dichiarati di tutela e le pratiche effettive di governance (Russo, 2002; Gravari-Barbas & Guinand, 2017). Ne deriva un vero e proprio cortocircuito del sistema UNESCO, in cui il riconoscimento internazionale può trasformarsi da garanzia di protezione a fattore di vulnerabilità (Gravari-Barbas, 2021).

Il nostro articolo si focalizza su due livelli analitici principali. Da un lato, esamina la contraddizione tra conservazione e sfruttamento del patrimonio, di cui l’overtourism rappresenta una delle espressioni più evidenti. Dall’altro, analizza le dinamiche di gestione del sito, con particolare attenzione alla questione del possibile inserimento di Venezia nella Lista dei Patrimoni Mondiali in Pericolo e alle logiche che regolano il processo decisionale dell’UNESCO. In linea con l’approccio critico di Meskell (2013; 2018), il Comitato per il Patrimonio Mondiale viene qui considerato come arena politica, in cui le decisioni sono influenzate da negoziazioni diplomatiche, equilibri geopolitici e interessi statuali, spesso in tensione con gli obiettivi di tutela.

La ricerca adotta un approccio qualitativo basato sull’analisi dei documenti ufficiali prodotti da UNESCO, dai comitati consultivi (ICOMOS e Ramsar) e dallo Stato Parte (Città di Venezia), integrati da fonti secondarie quali articoli di stampa, rapporti di organizzazioni civiche e letteratura scientifica sull’overtourism. I documenti selezionati coprono il periodo 1966-2023 e sono stati scelti per rilevanza rispetto alla gestione del sito, capacità di evidenziare dinamiche decisionali e momenti di crisi. Particolare attenzione è stata data al rapporto UNESCO 2016 e al report della Città di Venezia 2017, protagonisti del dibattito sulla conservazione del sito.

L’analisi si è svolta in due fasi principali. La prima, a livello aggregato, ha confrontato coerenza e divergenze tra i documenti principali, mappando raccomandazioni UNESCO e risposte dello Stato Parte. La seconda fase, più dettagliata, ha esaminato a livello di singolo tema tre questioni emblematiche: moto ondoso, spopolamento e grandi navi. Questi casi consentono di interpretare le strategie politiche e retoriche del Comune e di comprendere come le indicazioni tecniche siano state recepite o marginalizzate. Gli obiettivi dell’analisi consistono nel ricostruire il dialogo tra UNESCO e Stato Parte, identificare i fattori che hanno determinato divergenze tra valutazioni tecniche e politiche, e comprendere in che misura l’overtourism sia stato trattato come problema strutturale o marginalizzato nella pratica amministrativa, offrendo una lettura sistematica e coerente del caso veneziano.

Gli Antecedenti del caso (1966-2011)

A tre anni dall’alluvione del 1966 che devastò sia Firenze che Venezia, UNESCO pubblica il Rapporto su Venezia (1969). Strutturato in quattro sezioni, viene presentato un quadro critico della città di Venezia: da un lato si denuncia l’insufficienza delle conoscenze scientifiche sui processi ambientali; dall’altro lo studio è precursore nell’introdurre una lettura innovativa delle dinamiche socio-economiche, evidenziando il problema dello spopolamento ma sottovalutando l’impatto futuro del turismo. Le questioni conservative sono affrontate in modo circoscritto, prevalentemente attraverso ipotesi di restauro tecnico, mentre l’ultima parte si configura come una vasta agenda di ricerca sui principali nodi lagunari e ambientali. Nel complesso, l’opera si impone come un crogiolo di intuizioni e limiti, rivelatore tanto delle fragilità del contesto storico quanto delle premesse concettuali su cui si è costruita la riflessione contemporanea. Risulta peculiare il modo in cui viene impostata la questione dello sviluppo e della sostenibilità, sintetizzata nella formula “conciliare le esigenze economiche con quelle estetiche” (p. xiii). Per quanto concerne il primo versante, l’UNESCO non sembra cogliere la gravità dei problemi ambientali derivanti dal polo industriale di Marghera, né appare in grado di prefigurare il prossimo declino di tale insediamento produttivo. Che la preservazione del patrimonio si riduca a questione “estetica” la dice lunga sull’evoluzione del dibattito da allora a oggi.

L’iscrizione di Venezia e della sua laguna nella Lista del Patrimonio Mondiale arriva nel 1987, dopo quasi un decennio di consultazioni politiche che hanno coinvolto diverse istituzioni italiane – tra cui ministeri, amministrazioni comunali e provinciali – e sostenuto con particolare determinazione dalla stessa UNESCO.

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Al tempo in cui Venezia e la laguna sono stati iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale, alcuni elementi formali del processo di iscrizione di UNESCO hanno condizionato sostanzialmente la natura del sito. Innanzitutto, la definizione del sito come “Venezia e la sua Laguna” (V&L) ha incluso non soltanto il centro storico ma l’intero ambito lagunare, un ecosistema di straordinaria complessità, esteso per circa 700 km² e amministrato da ben 21 autorità differenti. Tuttavia, in assenza, all’epoca, della categoria dei siti misti (culturali e naturali), Venezia e la sua laguna furono iscritte esclusivamente come sito culturale. Questo “peccato originale”, mai successivamente sanato appare oggi particolarmente miope alla luce delle gravi e crescenti criticità ambientali che interessano il sito, e del mancato riconoscimento formale della sua dimensione naturalistica.

Va inoltre sottolineato che al momento dell’iscrizione non era ancora richiesto il master plan o piano di gestione come condizione necessaria per la candidatura; di conseguenza, questo strumento è rimasto a lungo assente, e il primo piano di gestione è stato adottato soltanto nel 2012, con validità per il periodo 2012-2018.

In questo quadro, i primi venticinque anni di permanenza del sito nella Lista del Patrimonio Mondiale si sono svolti senza particolari criticità nei rapporti tra Venezia e UNESCO, fatta eccezione per un documento del 1989 che esprimeva preoccupazione in merito all’ipotesi di ospitare l’Expo 2000 a Venezia, nonché per una breve nota del 1990 che ne accoglieva positivamente l’abbandono. Al di là di tali episodi, non emergono ulteriori prese di posizione o segnalazioni ufficiali da parte dell’organizzazione.

Risulta pertanto significativo come UNESCO sembri non aver registrato, in questa fase, la molteplicità e la complessità delle problematiche che già da tempo interessavano il contesto veneziano e sulle quali la società civile interveniva attivamente (come ampiamente ricostruito nel volume di Zan, Mancuso e Menichelli, 2024).

La minaccia di inserire Venezia nella Lista del Patrimonio dell’Umanità in Pericolo (2011-2023)

Dopo l’iniziale mancanza di tensioni rilevanti sulla conservazione di V&L, lo scenario cambia radicalmente a partire dal 2014, con la produzione di svariati documenti formali da parte di UNESCO e del Comune di Venezia. In seguito a diverse segnalazioni da parte di Italia Nostra all’UNESCO fra il 2011 e il 2014, circa il pessimo stato di conservazione e scarsa manutenzione della laguna e della città, il caso di V&L viene discusso nella 38a riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale (Comitato WH), dove si prendono due decisioni cruciali: a) eseguire una missione congiunta UNESCO/ICOMOS/RAMSAR nel sito nel 2015, per valutarne lo stato di conservazione; b) richiedere allo Stato Parte di produrre un rapporto sullo stato di conservazione del sito (Comitato del Patrimonio Mondiale, 2014) . Se il rapporto sullo stato di conservazione dell’Italia (Città di Venezia, 2015) si è risolto in un breve documento tecnico sui progetti in corso e sulle misure adottate, il risultato della missione di ICOMOS e Ramsar del 2015 è invece un rapporto ampio e dettagliato (UNESCO, 2016), che apre un periodo di duro confronto istituzionale fra le autorità Italiane nazionali e locali e l’organizzazione internazionale nella sua molteplicità di enti.

2016: Il Rapporto della Missione UNESCO

Il documento UNESCO del 2016 – elaborato dagli esperti del Centro del Patrimonio Mondiale/ICOMOS/Ramsar – evidenzia la persistente carenza di fondi destinati alla conservazione del sito e sollecita le autorità nazionali all’adozione di misure adeguate. Vengono inoltre criticati alcuni progetti di sviluppo promossi dal Comune di Venezia – tra cui il MOSE, il terminal di Fusina, l’espansione aeroportuale e il Palazzo Lumière di Pierre Cardin (cap. 4) – per i loro potenziali «effetti disastrosi sull’ecosistema e sui valori culturali» (p. 25).

Il rapporto individua poi le principali minacce al sito: turismo incontrollato, attività portuali, ulteriore sviluppo dell’aeroporto, grandi navi, scavi di nuovi canali, limiti di velocità nei canali, carenze manutentive del patrimonio edilizio, riconversione degli alloggi ad uso turistico, spopolamento e perdita dell’artigianato locale (pp. 31–42). Tali dinamiche compromettono l’autenticità e l’integrità del sito, criteri fondanti per l’iscrizione e la permanenza nella Lista del Patrimonio Mondiale. Seguono 24 raccomandazioni articolate in 12 temi. La loro sintesi risulta complessa, sia per l’ampiezza e la profondità dell’analisi, sia per l’assenza di una codificazione univoca delle singole indicazioni. Per una rielaborazione sistematica si rimanda alla Tab. 1. Alcuni tratti distintivi del documento risiedono nella notevole profondità analitica, fondata su un approccio multidimensionale e multidisciplinare alla conservazione di Venezia e della sua laguna. A ciò si accompagna un richiamo costante al tema della sostenibilità (Fig. 1). Il concetto di sostenibilità viene articolato in modo puntuale lungo diverse dimensioni, spaziando dalle strategie di turismo sostenibile alle soluzioni integrate di sostenibilità ambientale, economica e sociale (p. 19), fino ai riferimenti allo sviluppo sostenibile (p. 27), eco-sostenibile (p. 30) e a una concezione estensiva della sostenibilità che include le componenti economica, ecologica e sociale (p. 35).

Nel suo complesso, il documento si configura come un quadro critico rigoroso e aggiornato, in cui la sostenibilità assume un ruolo centrale quale paradigma interpretativo e operativo per la tutela futura del sito.

Fig.1 Temi trattati dal Report di Missione divise per aree di sostenibilità

2016: La decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale (40 COM7B.52)

Nel 2017, la decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale recepisce formalmente l’analisi degli esperti (40 COM 7B.52) e invita conseguentemente lo Stato Parte a dare seguito alle raccomandazioni, secondo la prassi prevista dalle procedure UNESCO. Viene tuttavia introdotta un’importante precisazione: qualora entro febbraio 2017 lo Stato Parte non avesse compiuto progressi sostanziali, il Comitato avrebbe preso in considerazione l’iscrizione del bene nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo. Si tratta della prima volta in cui viene esplicitata la concreta possibilità di inserire il sito nella cosiddetta “lista nera” dell’UNESCO, configurando di fatto una chiara minaccia al suo status.

2017: La risposta del Comune di Venezia (Stato di Conservazione del Sito dello Stato Parte)

Nel report di risposta del Comune di Venezia (Città di Venezia, 2017), gli impatti ambientali e le relative raccomandazioni vengono ampiamente marginalizzati, a favore di una prospettiva fortemente orientata allo sfruttamento economico e distante dall’impostazione di UNESCO 2016. Il focus risulta spiccatamente politico, con contenuti che ricalcano il programma elettorale del neoeletto Sindaco di Venezia, attraverso espliciti richiami al cosiddetto “Documento del Sindaco” allegato al report. Il testo assume così i tratti di un vero e proprio manifesto programmatico, incentrato su progetti futuri, fondi che verranno stanziati e sulla rappresentazione di Venezia come futuro polo di sviluppo per l’Italia settentrionale.

Il documento si colloca al di fuori delle ordinarie prassi di relazione tra UNESCO e Stato Parte: invece di fornire una risposta alle raccomandazioni, ne contesta le premesse introduttive e non individua azioni programmatiche per affrontare né temi strutturali e centrali né questioni più circoscritte. In altra sede (Zan e Ferrarini, 2024) sono state esaminate, a titolo esemplificativo, tre questioni che mettono in luce la specifica retorica del documento del 2017: il moto ondoso, rispetto al quale si condivide l’analisi del problema ma, anziché proporre strategie di intervento, si sottolinea la frammentazione istituzionale; lo spopolamento, per il quale si accetta l’analisi ma si attenua il giudizio critico, sostenendo che il “fenomeno dello svuotamento dei centri storici, da tempo studiato, è elemento fisiologico, comune a molte metropoli e a tutte le città d’arte” (Città di Venezia 2017, p. 32); la questione delle grandi navi, infine, rispetto alle quali vengono sostanzialmente ignorati impatti e criticità per l’ecosistema lagunare, ribadendo invece la centralità del porto e del traffico crocieristico per lo sviluppo economico della città.

Nel complesso, emergono con chiarezza la priorità attribuita agli interessi economici di breve periodo e la volontà di tutelare le attività produttive e terziarie del territorio, senza che venga affrontato in modo sistematico il tema della sostenibilità dello sviluppo nel medio-lungo periodo: “[emerge] la volontà congiunta dello Stato e della Città di collaborare al raggiungimento di obiettivi d’interesse comune [..] miranti alla realizzazione degli interventi necessari per l’infrastrutturazione del territorio, la realizzazione di nuovi investimenti industriali, la riqualificazione e reindustrializzazione delle aree produttive, la riconversione economica e funzionale dell’area industriale di Porto Marghera, e ogni azione funzionale allo sviluppo economico, produttivo e occupazionale del territorio metropolitano.” (Città di Venezia, 2017: 5)

2017-2020: Pressione internazionale e diplomazia istituzionale

Dopo la missione UNESCO del 2016 e la risposta del Comune di Venezia, in netto contrasto con le valutazioni degli Advisory Bodies dell’UNESCO, le successive decisioni del Comitato del Patrimonio Mondiale del 2017 (41 COM 7B.48) e del 2019 (43 COM 7B.86) mantengono una posizione sostanzialmente coercitiva nei confronti del sito, finalizzata a preservare un livello elevato di pressione sull’attuazione delle misure di conservazione. Pur riconoscendo alcuni segnali di miglioramento, permane la minaccia di inserire Venezia nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo qualora non si registrassero “significativi e misurabili progressi nello stato di conservazione del sito”.

Parallelamente, si osserva un rinnovato impegno del Comune di Venezia nel tentativo di ristabilire relazioni istituzionali costruttive con UNESCO. Le autorità locali e nazionali adottano un atteggiamento collaborativo, attenendosi con maggiore rigore agli obblighi procedurali previsti (invio dei rapporti periodici, partecipazione a incontri diplomatici, ecc.). Emblematica in tal senso è la visita del Sindaco di Venezia al Direttore Generale dell’UNESCO nel 2019 a Parigi, presentata dalla stampa come un “patto di riconciliazione” (Brugnaro in Padovan, 2019). In questo clima di rinnovata cooperazione, nel 2019 viene concordata una Missione Consultiva degli Advisory Bodies di UNESCO, richiesta volontariamente dallo Stato Parte con l’obiettivo di dimostrare i miglioramenti conseguiti. La missione si è svolta tra il 27 e il 31 gennaio 2020 (Centro del Patrimonio Mondiale, 2021).

2021: Il secondo Rapporto di Missione UNESCO

Nonostante il miglioramento delle relazioni complessive tra UNESCO e il Comune di Venezia (Conti, 2017), il rapporto della missione UNESCO 2020 si conclude con un documento che rafforza e approfondisce le critiche già formulate, articolando un sistema di 50 raccomandazioni, ora formalmente codificate e dunque più agevolmente gestibili sul piano del confronto e del monitoraggio (UNESCO, 2021, pp. 59–64).

Rispetto alla versione precedente, il rapporto risulta ancora più severo. Analizzando puntualmente ciascun ambito, i commissari evidenziano il peggioramento delle condizioni del sito, l’assenza di azioni efficaci da parte dell’amministrazione e la mancata attuazione delle raccomandazioni del 2016. Tale valutazione negativa riguarda quasi tutte le questioni trattate, con due sole eccezioni: l’installazione dei sensori automatici di velocità, già operativi nel 2020, accolta positivamente pur con la raccomandazione di accompagnarla a politiche sanzionatorie più rigorose verso i trasgressori⁴, e il completamento del MOSE, considerato, nonostante le sue criticità, una soluzione sperimentale temporanea al problema dell’acqua alta, rispetto alla quale viene comunque ribadita la necessità di un continuo monitoraggio e studio degli impatti ambientali.

Rinviando ad altra sede l’analisi dettagliata delle raccomandazioni, è fondamentale sottolineare che il documento, nella sua valutazione critica, porti alla proposta concreta di inserimento di Venezia e della Laguna nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo.

2021: La decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale (44COM 7B.50)

Nell’incontro del 2021 (44 COM 7B.50), sorprendentemente, il Comitato del Patrimonio Mondiale decise di escludere Venezia e la sua Laguna (V&L) dall’inserimento nella Lista dei siti in pericolo, nonostante la proposta iniziale avanzata in Comitato. Sul sito UNESCO sono tuttora consultabili sia la bozza originale sia il testo approvato, che presentano differenze significative: scompare l’inserimento nella Lista dei siti in pericolo e non viene nemmeno mantenuta la consueta minaccia di un futuro inserimento.

Il contesto di questa decisione va ricercato nella dimensione politica: durante la discussione in Comitato emerse che il Governo italiano aveva, nel 2021, disposto il divieto per le grandi navi di entrare nel centro storico di Venezia, con l’obiettivo di evitare l’inserimento del sito nella cosiddetta “lista nera” dell’UNESCO. La questione se questo intervento costituisse un segnale sufficiente per “assolvere” V&L rimane molto controversa, soprattutto alla luce delle successive interpretazioni volte a mitigare l’idea originaria dell’UNESCO, che resta quella di rimuovere del tutto le grandi navi dalla laguna. In ogni caso, tale intervento si rivelò decisivo per eludere la proposta iniziale di inserimento nella Lista in Pericolo, che fu emendata in sede di Comitato grazie al sostegno del delegato etiope (Comitato del Patrimonio Mondiale, 2021) e a una significativa attività di lobbying del governo italiano, motivata da questioni di prestigio nazionale (non documentabile ufficialmente, ma considerata attendibile).

2023: La rinnovata minaccia sul sito di Venezia e la Laguna

La decisione del 2021 non pose fine al dibattito sullo stato di Venezia e la sua Laguna nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo. Già nel 2022, il Centro del Patrimonio Mondiale e gli organismi consultivi raccomandarono nuovamente l’iscrizione del sito (Comitato del Patrimonio Mondiale, 2023a), sottolineando la necessità di una gestione dei rischi più efficace e di soluzioni sostenibili di lungo periodo. Tuttavia, durante la sessione del Comitato, il delegato del Giappone riuscì a far approvare un emendamento che scongiurò l’inserimento nella Lista dei siti in pericolo, facendo riferimento all’adozione, avvenuta il 12 settembre 2023 (giusto il giorno precedente alla riunione), di un sistema di bigliettazione volto a regolamentare l’accesso al centro storico (Comitato del Patrimonio Mondiale, 2023b). Ancora una volta, la decisione fu celebrata a livello nazionale: il Ministro della Cultura dichiarò che “È una vittoria per tutta l’Italia […] il buon senso ha prevalso […] Venezia non è in pericolo” (Franceschini, in Somers Cocks, 2023). Venezia è così salvata dall’essere inserita nella lista dei siti in pericoli, piuttosto che essere salvata dal pericolo di degrado.

Già nei mesi precedenti si era diffusa l’informazione che ICOMOS e Ramsar avrebbero riproposto la richiesta di inserire Venezia nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo, sulla base della risposta insoddisfacente alle raccomandazioni del 2020, provocando una forte polemica sulla stampa italiana (vedi Cacciari, 2023; Costa, 2023). Come nel 2021, la decisione finale ha nuovamente “assolto” Venezia, facendo leva sulla nuova misura del biglietto d’ingresso, ritenuta sufficiente a dimostrare la “buona volontà” agli occhi della sfera politica di UNESCO. Il caso ha ulteriormente esasperato le critiche verso l’agenzia, accentuando la frattura tra la valutazione tecnico-professionale e le dinamiche negoziali e politiche (Italia Nostra, 2023; Somers Cocks, 2023).

Alcune considerazioni conclusive

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Nonostante le serie criticità evidenziate, queste sono state a lungo sottovalutate o affrontate in modo discontinuo da media e istituzioni, generando una frattura tra riflessione scientifica e percezione pubblica (Milano & Mansour, 2019; Milano et al., 2019). La vasta letteratura sull’overtourism veneziano ha infatti faticato a tradursi in consapevolezza diffusa e in azione politica efficace, restando confinata in ambiti specialistici incapaci di incidere sui processi decisionali.

Il nodo centrale risiede nella dinamica decisionale del Comitato del Patrimonio Mondiale: la mediazione politica, motivata da logiche di prestigio nazionale – secondo cui l’inserimento di Venezia nella Lista dei siti in pericolo sarebbe stato percepito come una vergogna piuttosto che come uno strumento di tutela – ha prevalso sulle valutazioni tecniche di UNESCO, ICOMOS e Ramsar (Europa Nostra, 2021). Questo allineamento tra governo centrale, ministero e amministrazione comunale ha compromesso il ruolo tecnico dell’UNESCO, indebolendone la credibilità come garante della salvaguardia del patrimonio.

Questo episodio evidenzia il processo di politicizzazione dell’UNESCO, fenomeno ormai generalizzato e preoccupante, in grado di compromettere il sistema stesso di iscrizione e le Operational Guidelines (Meskell, 2015; Francioni, 2008). Venezia rappresenta oggi il caso più eclatante di questa degenerazione politica del processo UNESCO (Somers Cocks, 2021). Sul piano tecnico-professionale, la vicenda può portare alla completa delegittimazione delle opinioni degli esperti (in questo caso di UNESCO, ICOMOS e Ramsar), mettendo in discussione la credibilità dell’agenzia stessa, largamente compromessa in questa circostanza. Restano comunque dati certi: il processo decisionale ha mostrato limiti strutturali di trasparenza e una scarsa volontà di collaborare con la società civile e con esperti indipendenti, osservabili nella gestione delle raccomandazioni UNESCO e nella conduzione delle missioni. Le seguenti interpretazioni mirano a spiegare il significato di tali comportamenti, senza presentarsi come dichiarazioni ufficiali.

Sotto il profilo operativo, ciò che emerge è un quadro di risposte politiche prevalentemente formali dello State Party, pensate per soddisfare le richieste UNESCO senza incidere realmente sulle cause strutturali dei problemi, così da non intaccare i vested interests che orientano le politiche locali di breve periodo.

Tre esempi risultano particolarmente significativi. In primo luogo, la questione delle Grandi Navi: esse non sono mai state realmente ‘cacciate’ dalla laguna, ma il loro passaggio è stato semplicemente deviato dal centro storico verso aree più periferiche e meno visibili. Tale scelta ha risolto solo il problema simbolico ed estetico, lasciando inalterato l’impatto strutturale sui fondali lagunari, tuttora soggetti a un processo di erosione e alterazione morfologica. In secondo luogo, la politica del ticket di ingresso, presentata come strumento di gestione dei flussi, si è configurata come una misura prevalentemente fiscale, in assenza di una più complessiva e coerente politica di gestione dell’overtourism (ad esempio con continue concessioni di trasformazioni d’uso di palazzi ed edifici).

Infine l’emergenza ‘spopolamento’ – cartina di tornasole finale della capacità a resistere ai processi di super sfruttamento urbano – cui non si è trovata soluzione. Se pur proprio con riferimento alla situazione veneziana è stata nel frattempo predisposta una normativa ad hoc che consentirebbe la regolamentazione degli affitti brevi (la cosiddetta Legge Pellicani), la città di Venezia non ha provveduto ad applicarla per una chiara volontà politica. Tuttavia, questa vicenda non è solo espressione di politicizzazione, ma una vera e propria sfida organizzativa: la complessità e particolarità della gestione coinvolgono 21 Autorità competenti e valutatori incaricati, che devono confrontarsi con esigenze di tutela del patrimonio e con problematiche complesse di governance urbana e territoriale. La necessità di bilanciare conservazione, flussi turistici, interessi economici e pressioni sociali rende il processo decisionale estremamente delicato e spesso soggetto a compromessi, evidenziando la difficoltà di coniugare obiettivi tecnici e strategie politiche.

In questo senso, il dibattito sull’overtourism e le raccomandazioni UNESCO sono stati neutralizzati da politiche locali orientate a preservare equilibri elettorali e interessi consolidati. L’UNESCO appare così imbrigliata nei propri equilibri politici, anche in ragione del peso dell’Italia all’interno dell’agenzia.

* Roberta Ferrarini

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