Una porta che negli ultimi tempi è rimasta sempre più spesso aperta. Due vetrine sulla strada, il rapporto costruito con chi abita intorno e un quartiere che negli anni è diventato parte dell’identità stessa del Circolo. A inizio ottobre il Circolo Pink dovrà però lasciare la propria sede di Veronetta e cercare una nuova casa.

Non un luogo qualsiasi. Il desiderio è quello di rimanere a Veronetta e di trovare uno spazio proprio, autonomo, nel quale continuare l’attività politica del Circolo e quella di Pink Refugees, il progetto che dal 2017 accompagna persone migranti LGBT.

A raccontare perché questa ricerca non riguardi soltanto quattro mura è Giovanni Zardini, presidente del Circolo Pink, che parte proprio dal rapporto costruito con Veronetta. «Noi volevamo rimanere in Veronetta perché è un po’ il nostro quartiere», racconta ricordando anche il precedente trasferimento del Circolo in via Scrimiari. Una scelta che, con la nascita di Pink Refugees, ha assunto un significato ancora più concreto: «Per noi è assolutamente necessario rimanere qua, anche perché siamo serviti in maniera molto buona rispetto alla stazione, agli autobus, ai parcheggi, per favorire proprio l’accesso alla sede alle persone migranti LGBT».

Una storia iniziata nel 1985

La storia del Pink a Verona comincia oltre quarant’anni fa. «Il Pink è nato nel febbraio 1985. Nasce un po’ sulla spinta dei circoli Arcigay che nascevano allora», ricorda Zardini. La prima necessità era rendere visibili persone che nello spazio pubblico faticavano ancora a trovare riconoscimento: «La sua prima missione è stata quella di dare visibilità alle persone LGBT, chiaramente anche alle donne, anche alle lesbiche».

Poi arrivò l’HIV. «Ha fatto muro contro tutta l’epidemia dell’HIV, per cui abbiamo fatto tantissima prevenzione». E quindi l’arrivo nel 1995 delle mozioni omofobe approvate dal Consiglio comunale – ed eliminate solo nel novembre 2022 – hanno rappresentato uno dei momenti più difficili per la comunità LGBTQIA+: «Lì abbiamo capito che o diventavamo visibili tutte e tutti oppure per noi non c’era più storia».

Da quella storia il Circolo ha progressivamente allargato il proprio campo d’azione. Oggi Zardini lo definisce «un presidio antirazzista, antifascista e antisessista».

Pink Refugees: non soltanto documenti

Una parte fondamentale dell’attività attuale passa da Pink Refugees, nato nel febbraio 2017. Il progetto accompagna persone LGBT che hanno lasciato i propri Paesi durante il percorso per il riconoscimento della protezione, ma l’esperienza maturata negli anni ha mostrato quanto i bisogni non si esauriscano nelle procedure burocratiche.

«Dal febbraio 2017 noi ci occupiamo quasi esclusivamente di migranti LGBT che scappano dai loro Paesi, per cui assicuriamo un’assistenza in tutto il percorso di asilo. Però curiamo poi anche tutte le altre cose: il bisogno della casa e del lavoro, le grandi questioni come sex work, dipendenze, fame, cibo».

Zardini sintetizza la condizione incontrata quotidianamente in tre parole: «Casa, lavoro, documenti».

È anche per questo che una sede non è semplicemente il posto nel quale organizzare riunioni. È un punto riconoscibile e raggiungibile della città, uno spazio nel quale costruire relazioni e affrontare anche individualmente situazioni che possono richiedere riservatezza.

La posizione di Veronetta, da questo punto di vista, ha avuto un’importanza peculiare: la vicinanza ai collegamenti e alla stazione facilita l’accesso anche per chi arriva da fuori città. E negli anni è cambiato persino il modo in cui Pink Refugees vive fisicamente lo spazio.

«All’inizio eravamo super barricati, per cui sempre tutto chiuso, le tende. In realtà poi abbiamo notato che più andavamo avanti, e soprattutto in quest’ultimo anno, la porta sta aperta durante gi incontri del gruppo. Esclusi chiaramente nei momenti di colloqui individuali dove la sicurezza rimane sempre tutelata».

Un dettaglio apparentemente piccolo, che racconta però un cambiamento nel rapporto tra chi frequenta la sede e ciò che sta fuori: «La porta sta aperta e nessuno dei nostri utenti si è accorto che la porta sta aperta e loro non ci fanno più caso, tanto più che spesso si occupa anche la parte fuori».

Il rapporto con Veronetta

Il legame con il quartiere si è costruito anche nella quotidianità. «Abbiamo rapporti tranquilli con il vicinato, conosciamo tutti, loro conoscono noi», racconta Zardini.

Questo non significa ignorare le difficoltà di Veronetta. Al contrario, il presidente del Pink parla di un quartiere con problematiche che negli anni è stato anche «abbandonato a se stesso». Ma contesta l’idea che la risposta possa essere affidata esclusivamente alla sicurezza: «Non è di certo con le politiche sulla sicurezza che tu lo risolvi».

La prospettiva indicata è un’altra: «Bisogna cercare delle vie e delle strade che possono far convivere tutte le anime di questo quartiere, che è molto spesso un quartiere anche esplosivo». E dentro questa complessità l’esperienza del Circolo è stata positiva: «Noi come realtà LGBT ci siamo stati molto bene, molto tranquillamente e vorremmo continuare a restare qua».

Zardini invita, anzi, a conoscere Veronetta sottraendola alle rappresentazioni che spesso la precedono. La descrive come «un quartiere da scoprire, da girare», senza «farsi abbindolare dalle false leggende» e dalla retorica costruita intorno a questa parte della città. Un luogo da attraversare nelle sue diverse vie e nei suoi angoli, perché, dice, «il quartiere merita di essere calpestato, percorso, amato, bevuto, studiato».

Una sede come spazio politico

È qui che la necessità di trovare una nuova sede assume un significato che va oltre l’emergenza logistica. Per il Circolo Pink avere un luogo proprio significa poter mantenere visibile una presenza politica nella città e, allo stesso tempo, garantire gli spazi necessari alle persone che vengono accompagnate da Pink Refugees.

Anche le due vetrine affacciate sulla strada sono diventate parte di questa presenza: «Con due vetrine sulla strada tutti ci vedono». Una visibilità che, nella storia raccontata da Zardini, ritorna continuamente: dalla nascita del Pink negli anni Ottanta alla vita quotidiana della sede di oggi.

Perdere questo spazio significa dunque interrompere una consuetudine costruita nel tempo. La richiesta non è semplicemente trovare una stanza nella quale continuare le attività, ma individuare un luogo autonomo, nel quale attività politica, incontri collettivi e colloqui personali possano continuare a convivere.

E possibilmente senza lasciare Veronetta. Perché, dopo anni trascorsi nel quartiere e dopo la nascita di Pink Refugees, la geografia è diventata parte del progetto stesso.

«Vorremmo continuare a restare qua», dice Zardini. E forse il senso della ricerca di una nuova sede è già tutto in quel «qua»: non soltanto un indirizzo, ma un pezzo di città nel quale il Circolo Pink ha scelto di essere visibile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA