L’Italia 2.0 di Roberto Mancini
Roberto Mancini torna sulla panchina dell'Italia, cambiandone inevitabilmente pelle. 4-3-3 è l'anthem da tatuarsi: un modulo volto a favorire il ricambio generazionale che finalmente riguarderà anche agli Azzurri.

Roberto Mancini torna sulla panchina dell'Italia, cambiandone inevitabilmente pelle. 4-3-3 è l'anthem da tatuarsi: un modulo volto a favorire il ricambio generazionale che finalmente riguarderà anche agli Azzurri.

Premessa doverosa: il tono speranzoso con cui Paolo Maldini e Leonardo avevano colorato i dibattiti attorno alla Nazionale maggiore si è inevitabilmente marchiato di risentimento alla (ri)firma di Mancini. E se così è stato, così dovrà giustamente rimanere. Sono passati ormai due mesi dalla conferenza stampa di presentazione del nuovo ct e rispettivo Direttore Tecnico (Claudio Ranieri), eppure sembra che un convincente avvio del campionato di Serie A sia bastato per discostare le attenzioni dalla tarantella Maldini-Pirlo-Malagò-Bonfiglio, con questi ultimi due al centro di un’altra enorme bomba sganciata direttamente dal Palazzo dello Sport qualche settimana fa. Ma questo, per il momento, è meglio lasciarlo da parte.
Qui su Heraldo, al momento della firma del Mancio – per il quale non nutro personalmente rancore, ma nemmeno il massimo rispetto – scrivevamo “La nuova, vecchia Italia di Mancini”. In cui “nuova” stava per “rimodellata” e “vecchia” per “ripetitiva”. La seconda più che una constatazione era una paura. Siccome che però le paure sono spesso soltanto lo spettro di proiezioni prive di fondamento, rimarcare ancora sulla ripetitività, ma soprattutto sul fallimento, del modello Nazionale Maggiore – per quanto implicito in ogni ricostruzione – risulterebbe solo ridondante e poco costruttivo.
Andiamo dunque a ritoccare i punti del precedente articolo. Quello in cui, oltre a commentare la scelta in sé di Mancini, si sono ripercorse le tappe dell’Italia più gloriosa dal post-2006: quella di Euro 2020. Abbiamo parlato di blocco Inter, dell’assenza di qualità sul play, di un’idea di calcio arrembante e dell’assenza di veri leader nello spogliatoio. E, ad essere sinceri, per tre di questi quattro punti sembrano essere state prese contromisure intelligenti – almeno sulla carta.
Non so quanto questa espressione possa risultare coerente, dato che negli ultimi dodici anni i risvegli tricolore non sono stati calcisticamente gloriosi. Se però con Maldini e Leonardo si è parlato – seppur per sedici giorni – di rivoluzione e ricambio, il ritorno di Mancini non deve fermare questo vento propositivo.
Infatti, alle quattro premesse citate poco fa, Mancini e Ranieri hanno risposto in maniera convincente. Almeno sulla carta. Partiamo da quella a cui purtroppo non si può trovare soluzione: la leadership in spogliatoio. Chiellini e Bonucci non ci sono più, così come Buffon, che ha abdicato il ruolo di Capo Delegazione. E per un gruppo di convocati dall’età media inferiore ai 23 anni di età, l’assenza di personalità di questo tipo può risultare determinante.
Non per sostenere l’obsoleta mentalità che ha dettato anche la scelta di Gattuso sulla panchina azzurra. Quindi quella del “gestore anziano”, di “colui che conosce e provvede”. Sia mai che si provi nuovamente ad allestire la nazionale con queste indicazioni. Però, provate a pensare alla situazione che i cadetti convocati si trovano a dover gestire: nove calciatori sui 34 totali sono alla prima chiamata in nazionale maggiore. La stessa nazionale che arrogantemente non aveva mai preso in considerazione la possibilità di fare affidamento su di loro.
Quella prima squadra le cui scelte del CT avevano portato ad affrontare le qualificazioni al Mondiale 2026 giocando un calcio in cui queste nuove leve – che militano per gran parte in campionati esteri – non si rivedono. 3-5-2, blocco basso, ripartenza, soffrire, mettersi l’elmetto. Arriva il fallimento di Zenica. E quindi che si fa? Si chiamano in massa tutti coloro che, con l’obsolescenza tattica di Gattuso, non si sarebbero mai potuti adattare. In massa. Dal giorno alla notte. Il sottotesto di questa decisione grida “Sì ragazzi, ci siamo resi conto che esistete anche voi, scusate per la scorsa volta”.
In tal senso una leadership interna e anziana risulta imprescindibile. Non per avanzare vecchie forme di nonnismo. Ma per non far pesare unilateralmente a loro la responsabilità di riaccendere l’animo azzurro. Per accompagnarli in un processo che normalmente dovrebbe essere graduale, non impulsivo. Per far capire loro che il salto nei grandi mai dovrebbe essere un balzo nel vuoto, bensì un tragitto controllato, continuo e accompagnato. I giovani, nel frattempo, ci sono. Chissà Mancini cosa farà.
Questo aveva detto Mancini in conferenza di presentazione. Questo è stato eseguito. Tanti ragazzi interessanti, affamati e strabordanti. Il primo, su tutti, Romano. Play del Cagliari.
Il punto forte di quell’Italia campione d’Europa era stato il comparto di centrocampo con Jorginho, Verratti e Barella. I primi due, vista l’età, non sono più convocabili. Il terzo, con Mancini, potrebbe riacquisire una seconda gioventù. Il quadro tattico dell’Italia 2.0 del Mancio prevede una squadra aggressiva e che giochi a pallone in maniera ordinata. E i due maghi citati poco fa, in questo senso, sono stati tra i migliori della nostra generazione. Verratti più in sordina, seppur inspiegabilmente, Jorginho con ventate da pallone d’oro in quell’estate 2021. E quindi chi si siede lì, a tirare i fili della squadra?
Nessuno, alla vigilia del campionato di Serie A, avrebbe potuto scommettere su chi sarebbe stato il prescelto. E stiamo parlando dell’anello di giunzione tra due reparti, l’interprete che qualsiasi squadra che adotta un calcio propositivo necessita come l’ossigeno. In quel ruolo Jorginho concluse nel 2021 una stagione allucinante, vincendo Champions League ed Europeo. Nessuno, ripeto. Poi, al minuto ’79 dell’anticipo del sabato sera della prima giornata di Serie A, un ragazzo di 20 anni decide di spaccare la porta del Tardini e fare 1-0 Cagliari. Alessandro Romano.
Mancini ne ha parlato bene in conferenza stampa, definendolo il profilo adatto per il ruolo vacante richiesto. «Vede il gioco, lavora a un tocco e quindi sarà importante per il futuro. Anche Ranieri che lo ha avuto a Roma è stato importante.» Con un Locatelli infortunato, un Barella back in the days da mezz’ala box to box e un Fagioli sottotono vista la partenza tragica della Fiorentina, Alessandro Romano potrebbe essersi già garantito una maglia da titolare. Nello stesso ruolo e con le stesse caratteristiche tecniche che, dall’addio di Verratti e Jorginho, maggiormente sono venuti a mancare a questa nazionale.
C’é poi Momo Zoma. Mohamed Alì Zoma. Non è un soprannome, non è un meme. È il nome di quella che potrebbe essere l’ala d’attacco titolare della nazionale maggiore. Ripeto: ala d’attacco. Un termine che non conosciamo più in questo paese. Zoma cresce nell’Albinoleffe, dove debutta nei pro in Serie C nella stagione 21/22. Dopo quattro anni di netta crescita conclude l’annata 2024/25 con 14 goal e 5 assist, passando in 2.Bundesliga – Serie B tedesca – al Norimberga. Sotto la guida di Miroslav Klose.
4-3-3 è il modulo del Mancio. 4-3-3 è il modulo con cui gioca a Norimberga. Driblomane, con personalità, imprevedibile. Imprevedibile come le caratteristiche che lo contraddistinguono. Perché per un campionato in cui la squadra più forte in assoluto, l’Inter, è ultima per dribbling tentati, Zoma e Inacio, classe 2008 del BVD, sono la ventata di aria fresca in un modulo che è già di per sé una botta di elettroschock per chi, stufo della solita difesa a tre che lavora in catena laterale, non vede l’ora di vedere due giovani spavaldi con la maglia azzurra puntare l’uomo e superare la pressione avversaria.
La straziante passività di ritmo a cui abbiamo assistito contro la Bosnia rappresenta il punto più basso che una nazionale con quattro Coppe del Mondo in bacheca potesse interpretare. Noi ce l’abbiamo fatta, e che quindi funga da monito per evitare ulteriori esorcismi del caso. Fortunatamente, sembra che anche Mancini e Ranieri l’abbiano intuito, prendendo le dovute precauzioni.
Buona parte dei convocati arriva infatti da campionati esteri. Non voglio riprendere in mano la solita tiritera sulla noiosità del nostro campionato, specie perché in questo primo mese e mezzo di Serie A il divertimento è stato garantito. Ancora nessuno 0-0, una sola consultazione del var, tempo effettivo aumentato vertiginosamente, arbitraggio permissivo e ritmi visibilmente più elevati. Anche, e soprattutto, dalle neo-promosse. Quelle che non ti aspetti. Come l’Italia, insomma.
Inoltre, e qui arriva il punto focale del discorso, la correlazione tra giocatori militanti all’estero e modulo di riferimento con difesa a quattro è spaventoso. Zoma, citato prima, Coppola in difesa al Paris FC, così come Kayode al Brentford e Calafiori all’Arsenal. C’è poi Doumbia per il centrocampo: ex Venezia e strappato al Milan dai portoghesi dello Sporting nella finestra estiva, con i quali ha anche già esordito in Champions League da titolare. Davanti, oltre a Momo, anche Inacio del Dortmund. Entrambi in Bundeliga.
Qui non si parla di preferire un modulo ad un altro. Si discute del fatto che i moduli, in un calcio ormai relazionale e privo di vere e proprie prigioni tattiche, incarnano filosofie differenti. Con strappi alla regola, certamente. Ma sono più le situazioni in cui si resta ancorati a principi primi, piuttosto che fare la pecora nera del gruppo.
Mancini, dalla sua, sembra voglia dare una svolta. Resta il dubbio su chi giocherà come prima punta. C’é Kean, ma soprattutto c’é Pio Esposito. Il primo ricorda per caratteristiche Ciro Immobile, il secondo quello che a Ciro Immobile, nel 2021, è stato criticato di non saper fare: lavorare spalle alla porta.
Stasera l’Italia 2.0 di Mancini scenderà in campo contro il Belgio. Le risposte le avremo di fronte ai nostri occhi. Dirette, immediate. Perché non c’è più spazio per la volontà di prendere tempo, c’é soltanto la necessità di agire, di dare nuova spinta. E, viste le rivoluzioni in atto e l’età media della rosa, anche nuova vita.
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