Alle sei e mezza del pomeriggio, al Teatro Camploy, il sipario non si sarà ancora alzato. Non ci saranno luci di scena, né attori pronti a pronunciare una battuta. Probabilmente ci saranno fogli, penne e persone che non si conoscono. E una domanda. Anzi, due: cosa vuol dire credere? E quanto costa? Da queste domande comincerà Underdogs, il laboratorio di drammaturgia che Nicolò Sordo condurrà lunedì 7 settembre nella Sala Totola del Camploy. Due ore durante le quali il drammaturgo veronese non salirà in cattedra per spiegare come si scrive un testo teatrale. Scriverà insieme ai partecipanti.

È questo, in fondo, il senso della giornata: arrivare a teatro prima che il teatro cominci. L’appuntamento fa parte dell’Estate Teatrale Veronese e ha una caratteristica non così frequente: il pubblico non è chiamato soltanto ad assistere, ma a entrare nel processo creativo. Sordo scriverà insieme alle persone presenti e ciascuno, alla fine del laboratorio, porterà con sé un testo. Non servono esperienza, preparazione o una particolare familiarità con il teatro. Il laboratorio è aperto a tutte le età e non pone barriere linguistiche. La partecipazione è gratuita, con prenotazione a underdogslaboratorio@gmail.com. Per chi prenderà parte al laboratorio è previsto anche un biglietto ridotto a 7 euro per lo spettacolo della sera.

Una donna che crede, o ci prova

Poi, alle 21, le domande cambieranno forma. Sul palco arriverà Hijos de Buddha – Episodio 1, primo capitolo di un progetto in tre episodi scritto da Nicolò Sordo, diretto da Alessandro Rossetto e interpretato da Marina Romondia. La protagonista si chiama Maria Sanchez Misericordia. È spagnola, lavora come badante, è buddista, cleptomane e ha problemi con l’alcol. Una biografia che sembra costruita apposta per stare lontana dalle definizioni ordinate e dalle categorie rassicuranti. Maria crede. O forse cerca disperatamente di farlo. La fede è diventata per lei l’unica moneta ancora spendibile. Ma credere, nel suo caso, non è un esercizio astratto. Ha un prezzo quotidiano e passa attraverso il corpo, le fragilità, le dipendenze, il lavoro, la solitudine. È da questa contraddizione che prende forma lo spettacolo.

Rossetto, regista e autore cinematografico conosciuto per Piccola Patria ed Effetto Domino, entrambi presentati alla Mostra del Cinema di Venezia, porta in scena una storia che ha debuttato al Campania Teatro Festival e che ha attirato l’attenzione di due figure importanti del teatro contemporaneo come Ermanna Montanari e Daria Deflorian. Ma il percorso che conduce allo spettacolo, a Verona, comincia qualche ora prima. E questa coincidenza non è soltanto una curiosità del programma. «Sono molto felice di questa possibilità datami dal direttore artistico Fabrizio Arcuri. Di esserci e di mettere in atto il mio modo di lavorare», racconta Sordo. «La cosa che continua a interessarmi del teatro è la possibilità di stare dentro a un processo».

È una parola importante: processo. Perché il teatro, nella sua idea, non è necessariamente il momento in cui tutto è arrivato a destinazione. È piuttosto quello in cui qualcosa continua a trasformarsi. «A teatro le cose non finiscono mai», dice. «Ma c’è forse almeno un momento in cui le cose iniziano. Desidero che il pubblico abbia questa volta la possibilità di condividere anche quel momento. Scriviamo dei nuovi inizi».

E allora il laboratorio delle 18.30 diventa qualcosa di più di un appuntamento collaterale allo spettacolo. È il primo pezzo della stessa storia. Prima il pubblico scrive. Poi guarda qualcun altro andare in scena. Alla fine torna a parlare con gli interpreti e con l’autore, in un incontro con Marina Romondia e Nicolò Sordo previsto al termine dello spettacolo. Il confine tra chi fa teatro e chi lo guarda, per una sera, si sposta qualche centimetro. È una distanza piccola, ma sufficiente per cambiare prospettiva.

Sordo, nato a Colà nel 1992, è una delle voci più riconoscibili della nuova drammaturgia italiana. Ha vinto il Premio Riccione Teatro Pier Vittorio Tondelli con Ok Boomer (Anch’io sono uno stronzo), uno dei principali riconoscimenti italiani dedicati alla scrittura teatrale contemporanea. I suoi testi sono stati messi in scena, tra gli altri, da Elio De Capitani, Davide Iodice, Alessandro Rossetto e Babilonia Teatri, e il suo lavoro lo ha portato anche in residenza al Teatro Nazionale di Atene.

Ma il suo teatro ha continuato a frequentare anche una dimensione più laterale e vicina alla città. A Verona ha lavorato negli spazi indipendenti, dal Malacarne di Loris Righetto al progetto Teatro Da Bar con Enrico Ferrari, e collabora con Il Nuovo Porto, associazione legata al regista Suranga D. Katugampala. È forse anche per questo che l’idea di portare il pubblico dentro il processo non appare come una parentesi, ma come una naturale prosecuzione di un modo di intendere la scena.

Il teatro non è soltanto quello che succede sotto le luci. Può cominciare in una sala con persone che non hanno mai scritto una battuta. In una domanda apparentemente semplice. In una pagina che prende forma senza sapere ancora dove andrà a finire. E può continuare sul palco, qualche ora dopo, con una donna che cerca nella fede l’ultima possibilità di tenere insieme la propria vita. Infine può tornare nella sala, quando attori, autore e spettatori si ritrovano a discutere di quello che hanno appena visto.

Lunedì 7 settembre, dunque, al Camploy il teatro avrà tre tempi: quello della scrittura, quello della scena e quello della conversazione. Il primo sarà probabilmente il più fragile. È quello in cui non sappiamo ancora cosa succederà. Ed è forse proprio per questo che vale la pena esserci.

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