C’è un modo particolare di tornare a casa: farlo con parole che non sono più le stesse, con accenti raccolti altrove, con storie che portano addosso il segno della marginalità e della fede. È questo il movimento che attraversa Hijos de Buddha – Studio 1, in scena sabato 27 dicembre alla Fucina Culturale Machiavelli, uno spazio che da anni intercetta e accompagna le traiettorie più vive della scena contemporanea.

Una radice imprescindibile

Il progetto nasce dall’incontro tra la scrittura di Nicolò Sordo e la regia di Alessandro Rossetto, due sguardi che scelgono di stare sul confine: tra teatro e cinema, tra reale e allucinato, tra racconto intimo e paesaggio sociale. Dopo il passaggio al Campania Teatro Festival, Hijos de Buddha approda in Veneto con il sapore di un ritorno che non è mai nostalgia, ma trasformazione. Sordo lo dice senza filtri: il Veneto è una radice che non si può negare, anche quando la lingua si contamina di spagnolo e francese, quando la storia si muove tra Roma, Pamplona e le Canarie. È proprio da qui che nasce la sua “lingua di scrittore”.

Al centro della scena c’è Maria Sanchez Misericordia, badante spagnola, buddista, cleptomane, quasi alcolizzata. Una donna che cerca l’amore ovunque, anche dove non c’è. Interpretata da Marina Romondia, Maria non è un personaggio da compatire né da giudicare: è un corpo esposto, un sistema che implode sotto il peso delle proprie contraddizioni. La fede come appiglio e come frattura, il bisogno d’amore che si intreccia al denaro, la solitudine che diventa habitat. Rossetto costruisce intorno a lei una regia che attraversa una zona instabile, dove i margini smettono di essere periferia e diventano centro, luogo di una possibile, laica spiritualità.

In questo senso Hijos de Buddha è un lavoro che parla dell’incapacità di amare, prima ancora che di marginalità. Quando l’amore irrompe e sconvolge, sembra dirci lo spettacolo, siamo tutti fragili, goffi, disarmati come Maria. Non c’è redenzione, non c’è salvezza facile. C’è però un’umanità che resiste, che si mostra senza retorica, attraversando la miseria del vivere con una tenerezza ruvida.

Una costellazione di collaborazioni

Il progetto vive anche grazie a una costellazione di presenze e collaborazioni che ne amplificano la dimensione transmediale: la co-protagonista in presenza sonora Fatou Malsert, il contributo di Roberto Latini, Alejandro Bruni e Giorgio Squilloni, un lavoro sul suono di forte impronta cinematografica curato da Andrea Giorgelli e Paolo Segat, il supporto di Angela Gorini e dell’associazione RARA. È un ecosistema creativo che nasce dal testo di Sordo e lo spinge oltre, in direzioni che non cercano una forma definitiva ma restano aperte, porose.

Alla Fucina Culturale Machiavelli, Hijos de Buddha – Studio 1 si inserisce così come un gesto coerente con la vocazione del luogo: un teatro che non rassicura, che accoglie storie scomode e necessarie, che prova a interrogare il presente senza addomesticarlo. Tornare a casa, in questo caso, significa esporsi. E accettare che la lingua, come le persone, sia sempre un territorio ibrido.

Sabato 27 dicembre, ore 21. Un appuntamento che non promette consolazione, ma uno sguardo lucido e profondamente umano su ciò che siamo quando l’amore ci mette alle strette.

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