Il premio Lessinia d’Oro della 32ª edizione del Film Festival della Lessinia parla francese, irlandese e nepalese. È Goodbye sisters, del regista franco-irlandese Alexander Murphy, il film scelto dalla giuria internazionale come miglior opera in assoluto tra le 22 in concorso. Una storia di quattro sorelle, di una famiglia e di un ultimo viaggio, ambientata a oltre cinquemila metri di quota sulle montagne del Nepal, dove la raccolta dello yarsagumba, un parassita ricercatissimo dalla medicina tradizionale asiatica, rappresenta per molte famiglie una delle poche possibilità di sopravvivenza. La Lessinia d’Argento per il miglior lungometraggio è andata invece a Raději zešílet v divočině del documentarista slovacco Miro Remo, ritratto surreale e profondamente umano di due gemelli che vivono in una fattoria isolata della Selva Boema. Miglior cortometraggio è stato Inherited silence della georgiana Mariam Bakacho Khatchvani, mentre il Premio della Giuria è andato a La voix du troupeau, di Matthias Joulaud e Lucien Roux, storia di Didier, allevatore sordomuto dell’Alvernia che ha inventato una propria lingua dei segni e con quella comunica con gli uomini e con gli animali. La giuria ha assegnato inoltre una menzione speciale a Fačuk di Maida Srabović. Tra gli altri riconoscimenti, il Premio del Futuro è andato ancora a Joulaud e Roux; il Premio Montagne Italiane ad Andrea Mura per Il primo suono; il Green Planet Movie Award a Frost uten snø og is del norvegese Asgeir Helgestad, che ha seguito per dieci anni la vita di un’orsa polare alle Svalbard. Lo stesso film ha conquistato anche il Premio del pubblico. Biir gardi, di Bentley Brown e Tahir Ben Mahamat Zene, ha ricevuto la menzione speciale Green Planet, mentre Zweitland di Michael Kofler è stato scelto dalla Giuria dei detenuti della Casa Circondariale di Verona. Il Premio del Parco della Lessinia è andato ad Anguane, voci dell’acqua di Giovanni Pellegrini e quello dei bambini ad América di Javier Arias-Stella.

Sono numeri e titoli che raccontano una parte soltanto di ciò che è accaduto a Bosco Chiesanuova dal 21 al 30 agosto. Perché il Film Festival della Lessinia, arrivato alla sua trentaduesima edizione, non è soltanto una rassegna cinematografica. È diventato un luogo di incontro, discussione, ascolto e confronto. Un luogo nel quale il cinema è spesso il punto di partenza, non quello di arrivo. Alessandro Anderloni, direttore artistico e anima del festival, raccoglie il bilancio di dieci giorni nei quali la montagna è tornata a essere un osservatorio privilegiato sul mondo.

Alessandro Anderloni – Foto dal profilo Facebook del FFDL

Anderloni, siamo arrivati alla fine di un’altra edizione del Film Festival della Lessinia. Qual è il primo bilancio che fa?

«Avevo augurato al festival di essere una voce generatrice, riferendomi all’omaggio tematico di questa edizione, dedicato alla lingua madre. Credo che lo siamo stati. Abbiamo generato riflessioni e dibattiti, provocato e messo in discussione preconcetti, sfatato pregiudizi, aperto orizzonti di conoscenza, illuminato zone d’ombra e fatto ombra su zone che credevamo essere limpide. Tutto questo è accaduto in dieci giorni nei quali al centro c’è stato l’incontro. Il festival si conferma un luogo privilegiato di incontro dove, quasi per una congiuntura astrale favorevole, accade di vedere dialogare registi, ospiti, giornalisti, scrittori, spettatori, spettatrici, organizzatori e volontari come se fossero il cuore pulsante di un unico corpo, il polmone di un unico respiro. E poi ci sono i numeri, che anche quest’anno sono straordinari. Pensavamo di non riuscire a superare quelli dell’anno scorso e invece si profila un’ennesima crescita. La crescita più considerevole riguarda soprattutto Parole Alte. Gli incontri letterari hanno avuto una partecipazione sempre maggiore, fino a diventare un programma parallelo che non considero affatto secondario.»

Il cinema, quindi, non è più l’unico centro del festival?

«Il cinema resta il cuore, naturalmente, ma attorno al cinema si è sviluppato un organismo molto più grande. La piazza si è riempita, l’auditorium ha avuto oltre cinquecento persone per due volte in un mercoledì pomeriggio, in un giorno feriale e lavorativo. E poi ci sono state le mattine, le conferenze, le tavole rotonde e questo nuovo format che abbiamo chiamato Esplorazioni, nel quale abbiamo abbinato agli incontri la musica, il teatro e l’ascolto. È un segnale importante: significa che c’è fame di parole, di pensiero, di confronto. E che il pubblico non viene al festival soltanto per vedere un film.»

Quest’anno i film sono arrivati da 43 Paesi. Una geografia enorme. Eppure, il tema del festival resta quello della montagna. Non rischia di essere un recinto troppo stretto?

«Noi non cerchiamo film su temi precostituiti o su temi specifici. Anzi, ci piace quando la selezione ci sorprende su argomenti che non avevamo previsto. Il tema resta la montagna, la vita, la storia e le tradizioni in montagna. Può sembrare un recinto molto stretto, ma in realtà all’interno di questo tema si possono trovare film con soggetti diversissimi e provenienze planetarie. Quest’anno erano 83 i film rappresentati, provenienti da 43 Paesi. E i temi che abbiamo presentato non sono quelli che ci si aspetta. O almeno, anche quando sono temi comuni, vengono affrontati da punti di vista molto differenti.»

Qualche esempio?

«Il film che racconta le lotte per la dignità delle donne africane esce da tutti gli stereotipi che abbiamo dell’Africa nera. Guardando il film che parla del deserto che avanza in Ciad ci rendiamo conto che ciò che vediamo nei media è spesso sensazionalismo, mentre la fatica è un’altra cosa. Guardando il film che ha vinto in Nepal ci rendiamo conto che il Nepal non è soltanto la palestra delle nostre avventure e delle nostre imprese alpinistiche e sportive. È anche una terra di fatica. Questi film ce lo dimostrano: una terra dove uomini e donne combattono per la vita, non per una targa, non per un record. E proprio Goodbye sisters, il film vincitore, sembra racchiudere perfettamente questa idea. È una storia d’amore. L’amore familiare porta in primo piano il valore della famiglia e il legame fortissimo che queste quattro giovani donne hanno con i loro genitori. È un film straordinario perché il regista è riuscito a vivere il momento in cui una delle sorelle sa che lascerà per sempre quella terra, nell’altissimo Nepal dove non c’è traccia del turismo insulso di cui noi siamo responsabili. In quel momento quella donna sa che non vedrà più i suoi vecchi genitori e sa che la sua vita sarà catapultata in un altro modo. È un film che, sono sicuro, resterà nella storia e negli annali del festival.

Il pubblico che ha partecipato all’incontro con Luca Mercalli – Foto dal profilo Facebook del FFDL

Anche gli altri premi raccontano una montagna lontana dall’immagine da cartolina. Il secondo film premiato ci ha spiazzato per l’originalità: un regista ceco ha raccontato la vita di due gemelli, parlando della solitudine della gente di montagna e della malinconia del vivere da soli. È un film straordinario. Poi c’è il film francese, La voix du troupeau, dove un uomo sordo dalla nascita dialoga con i suoi animali e con i suoi compaesani attraverso una lingua che lui stesso ha inventato, una lingua dei segni internazionale che non ha bisogno di sottotitoli. E ancora il film sugli orsi polari, dove abbiamo visto la maternità di una mamma orso. Il film che coraggiosamente ha riportato all’attualità i conflitti ideologici e linguistici degli anni Sessanta in Alto Adige, riportandoci anche a una riflessione su quanto certi conflitti che credevamo sopiti siano invece ancora vivi. E poi l’importanza dell’acqua come bene fondamentale, che diventa canto, si trasfigura nell’arte e contemporaneamente diventa grido d’allarme se pensiamo alle condizioni dei fiumi veneti. E l’omaggio a Giancarlo Murranca, musicista sardo, che ha incantato la platea con il suono dei suoi strumenti. Questa è stata una delle selezioni cinematografiche più ricche e variegate degli ultimi anni.»

Ecologia, cambiamento climatico, animali, comunità, diritti. Temi che sembrano ormai essere ovunque. Come si evita di diventare ripetitivi?

«Parlare degli orsi polari, dei lupi, dei puma e della convivenza possibile con la specie umana non significa rinnovellare le grida con cui la politica locale fa campagna elettorale, etichettando il lupo come un problema oppure, dall’altra parte, difendendolo a spada tratta in modo preconcetto, senza guardare i bisogni e la fatica degli allevatori. Qui abbiamo sentito parlare le persone. Gli allevatori che dicono: noi con questi animali, così com’è, non possiamo convivere, è impossibile. E lo abbiamo sentito sulle Alpi come in Patagonia, parlando del puma. Allo stesso tempo abbiamo ascoltato proposte e riflessioni su questi temi. Ecco perché non è ripetersi. È trovare angolature diverse, punti di vista poliedrici, uscire dal consueto, da ciò che ci inonda attraverso un sistema mediatico che purtroppo è molto superficiale.»

Ha parlato di sistema mediatico. Il festival sembra quasi voler fare esattamente il contrario.

«Sì. E ce ne siamo resi conto anche nella serata conclusiva, quando abbiamo visto le immagini che la Rai realizzava negli anni Sessanta sui dialetti e sulle lingue d’Italia. Di fronte a quelle immagini ci siamo resi conto dell’abisso in cui è sprofondato oggi il servizio pubblico televisivo: non c’è più ricerca, non c’è più approfondimento. Tutte le trasmissioni finiscono con la tavolata dei prodotti e con il cuoco o lo chef stellato che presenta l’“eccellenza del territorio”. Una parola che al festival è bandita. Non la troverete in nessun catalogo e in nessun programma. Perché noi vogliamo andare a raccontare cosa c’è dietro il piatto, cosa c’è dietro una danza tipica, cosa c’è dietro un rito della Quaresima o dietro un carnevale. Il festival ha questo ruolo: sfatare i luoghi comuni, scavare laddove sembra non esserci più niente da imparare o da approfondire.»

È anche questa la funzione di Parole Alte, la rassegna di incontri che sta diventando sempre più partecipata?

«Assolutamente. Il messaggio più importante emerso da Parole Alte è non accontentarsi di ciò che sembra già tutto detto, tutto scritto. La curiosità. Addirittura, la diffidenza. Il dubbio. Il valore del dubitare, del mettere in discussione, del pulire la mente dall’onda omologante del messaggio mediatico. Guardare dall’altra parte. Girare il retro della medaglia.»

I vincitori delle varie sezioni del FFDL 2026

In questi giorni avete ospitato anche interventi molto duri sul presente.

«Quando ci viene a dire che nessuna classe politica scrive nei programmi elettorali che farà armi e poi tutti fanno armi e vendono armi, è una riflessione che dobbiamo avere il coraggio di affrontare. E l’Italia lo abbiamo detto forte è responsabile delle guerre che stiamo facendo, perché in Iran, in Ucraina, in Palestina sparano le nostre armi, prodotte dalle nostre fabbriche, sulla base di leggi firmate dai nostri politici a Roma. Poi abbiamo avuto Vittorino Andreoli, con la sua saggezza e la sua autoironia, che ci ha smontato un mondo di diagnosi e un mondo medico che ha dimenticato di avere a che fare non con delle macchine, ma con delle persone. Le sue diagnosi in dialetto resteranno nella storia del festival. È stato un incontro tutto in dialetto: abbiamo riso per un’ora e mezza. E poi Mario Pirovano, che ha travolto la platea con i monologhi di Dario Fo, lui che li ha tradotti anche in inglese, ricordando Giorgio Bertani, che fu il primo a pubblicarlo. Anche questo significa fare cultura: non mettere una parola sopra l’altra, ma creare uno spazio nel quale le parole possano ancora sorprendere.»

Il festival, come da tradizione, anche quest’anno ha coinvolto anche realtà molto diverse: detenuti, giovani, scuole, persone con disabilità. Quanto pesa questo aspetto nella sua identità?

«Pesa moltissimo. Nel carcere ci sono persone, ci sono volontari. Nelle scuole ci sono persone. Ci sono persone con disabilità. C’è un mondo, c’è una famiglia, c’è un valore sociale enorme dietro il festival. Nella cucina del festival si è vissuta una condivisione totale. Ecco, vedere la soddisfazione, lo sguardo dei giovani, lo sguardo delle persone che escono dall’auditorium, addirittura i politici e i rappresentanti degli enti che si commuovono sul palcoscenico, mi dice: va bene, hai fatto la tua parte.»

Dopo trentadue edizioni, che cosa significa per lei continuare a fare questo festival?

«Significa continuare a fare il mio dovere. Il mio dovere è permettere. Permettere alle persone di incontrarsi, di ascoltare, di conoscere. E soprattutto leggere sul volto di chi ha frequentato il festival una certa serenità, vedere che si è commosso, che è stato felice di essere qui. La soddisfazione che leggo sul volto degli spettatori, delle spettatrici, dei volontari e delle volontarie è la cosa che conta davvero. Poi ci sono i numeri, naturalmente. E sono importanti perché ci dicono che il festival cresce. Ma il numero non è mai il fine. Il fine è quella persona che esce da una sala dopo un film e ha qualcosa in più dentro di sé rispetto a quando è entrata.»

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