Intervista a Nunzia Messina, fondatrice della TrixTragos, prima compagnia amatoriale a rientrare nel teatro cittadino, dopo il passaggio del Clan Celentano.

Dopo il ciclone Adrian”, lo spettacolo di Adriano Celentano interrotto dopo sole quattro puntate (inizialmente dovevano essere undici) – ufficialmente per problemi di salute del Molleggiato, ma a detta di tutti per il grandissimo flop di ascolti che lo show aveva raccolto -, le compagnie veronesi di teatro amatoriale possono finalmente tornare al Teatro Camploy. Il loro dirottamento, per far spazio alla trasmissione di Mediaset, avevano suscitato un vespaio di polemiche, che si sono ulteriormente accese dopo il deludente comportamento del “ragazzo della via Gluck”.

A fare da apripista sarà, il prossimo weekend (sabato 9 alle 21 e domenica 10 alle 16), lo spettacolo Voilà les jeux sont faits della Compagnia TrixTragos. La pièce, che si avvale delle musiche di Pietro Messina e delle coreografie di Fabrice Dainelli della Tap4Season, è scritta, diretta e interpretata dalla fondatrice della compagnia, Nunzia Messina.

Nunzia Messina

Nunzia, a pochi giorni dal debutto dello spettacolo quali sono le tue sensazioni?

«Siamo ovviamente tutti molto contenti. D’altronde portiamo in scena una storia affascinante, che ci ha impegnato molto e non vediamo l’ora di proporla al pubblico. La storia ha uno sfondo politico, parla di lotta di classe e di fermenti rivoluzionari  e vuole essere un omaggio a Sartre. È certamente uno spettacolo complicato, ma sarà anche molto intenso,  teso, con una regia alla Pulp Fiction di Tarantino, per intenderci. Ci piacerebbe riuscire a creare insieme al pubblico un’atmosfera di tensione, dall’inizio alla fine.»

Sembra un’opera complessa. Cosa si deve aspettare il pubblico?

«Innanzitutto un utilizzo del palco del Camploy un po’ originale. Chi mi conosce sa che a me non piace la separazione con il pubblico, la cosiddetta quarta parete. Lo spettacolo prevede delle scene e controscene che hanno, fra loro, la stessa valenza all’interno del plot narrativo. L’intento è quello di mostrare alcune azioni contemporanee e altre che si svolgono in un’altra epoca. Gli spazi sono divisi, in luce c’è mezzo palcoscenico e in controluce c’è l’altra metà, anche se poi ci sono anche scene che prendono tutto il palcoscenico. Si tratta di trucchi scenici necessari. Al cinema questi passaggi si risolvono facilmente con la dissolvenza, qui ci proviamo in altro modo.»

Che tipo di scenografia avete immaginato?

«La scenografia è molto leggera, fatta di stracci, perché c’è già un’oggettistica pesante, con divani, chaise lounge, una panchina, un tavolo e via dicendo.»

Dal punto di vista dell’audio cosa succederà?

«Noi non microfoniamo mai gli attori, per evitare possibili problemi tecnici e i cosiddetti punti di buio. In questo caso utilizziamo il microfono eccezionalmente solo in occasione di una canzone, perché senza non si sentirebbe la voce di chi canta, coperta dalla musica. A proposito di musica, questa non ha il ruolo di semplice “cucitura”, ma fa parte del tessuto connettivo dello spettacolo. È come se fosse un altro personaggio dello spettacolo e ha un’importanza fondamentale. Avendo io la fortuna di avere un fratello compositore, Pietro, e una nipote, Maria, che compone e interpreta le sue canzoni, tendiamo ovviamente ad approfittarne.»

La TrixTragos all’opera

Qual è stata la scintilla che ti ha fatto scegliere di lavorare su questo testo?

«L’episodio è stato proprio quello di trovare i ragazzi entusiasti sull’argomento. Quando ho proposto loro l’idea si sono detti subito pronti ad affrontarla, pur consapevoli delle difficoltà. Quando, dopo molti mesi, il copione è stato completato, lo abbiamo letto tutti insieme ed è stato subito approvato. D’altronde ciascun ruolo calzava a pennello sui singoli attori della TrixTragos e quando l’hanno letto quasi tutti si sono riconosciuti. Sapevo perfettamente cosa far fare a ciascuno di loro.»

Ci presenti la compagnia?

«Oltre a me sono coinvolti 26 persone, fra attori, ballerini e cantanti: Mia Pozzi, Francesca Roncà, Daniele Vantini, Fabrice Dainelli, Olivia Bragantini, Sophie Dainelli, Dante Orlandi, Tristana Vitzizzai, Patrizia Guerzoni, Laura Dolcetta, Silvia Burro, Lucy Franchini, Andrea Sandrini, Luigi Turri, Andrea Consolaro, Stefania Fusaroli, Max Mondiani, Loredana Sembenini, Umberto Righi, Ilaria Raber, Emanuela Nardone, Andrea Bordoni, Tilde Corsi, Michela Bordini, Sara But, Lidia Spiller. Le coreografie sono di Fabrice Dainelli dei Tap4Season le scenografie, costumi e oggetti di scena di Renato Bozzeda, Nicola Viaro, Umberto Righi, Sara Bonfante, Loredana Sembenini , Olivia Bragantini. Poi ci sono i tecnici Luca Bordignon, Elena Burri, Alessio Mantovani, Francesco Bertolini e Neil Ceschi, che ha curato anche l’editing digitale.»

La compagnia al completo

La TrixTragos nasce nel 1994. Si ricorda quanti spettacoli avete portato in scena in un quarto di secolo d’attività?

«In 25 anni circa una quarantina, fra spettacoli per bambini, di teatro e via dicendo. Sempre originali e quindi scritti da noi. Posso dire con orgoglio di essere “professionale”, non certamente una professionista, perché non vivo di questo lavoro. Io ho la fortuna di poter scegliere.»

Si spieghi meglio…

«L’amatoriale ha un lavoro di altra natura e usa il tempo libero per il teatro. Ci sono differenti priorità e se un attore non viene ad una prova metti “soltanto” a disagio tutti i suoi compagni di teatro, ma niente di più. Il professionista si mette davanti allo specchio e per otto ore lui si studia la parte; poi va in teatro e fa altre otto ore di prove con i propri compagni. Generalmente in un mese riesce a preparare uno spettacolo. L’amatoriale, quando va bene, fa due o tre ore di prove alla settimana e naturalmente per allestire uno spettacolo impiega anche quattro, cinque, sei mesi. Inoltre il regista si deve adattare, con le parti, alle persone che ha a disposizione, mentre i professionisti possono scegliere gli attori in base alle parti che devono assegnare. Anche se poi, va detto, nel teatro amatoriale ci sono fior fior di attori. L’amatoriale, insomma, non deve essere considerato il sottobosco del teatro professionista. Ci spendiamo moltissimo: ci aggiorniamo, seguiamo corsi, studiamo la dizione. Ecco, a proposito. Sulla dizione vorrei dire una cosa.»

Nunzia Messina

Prego…

«Ci vuole omogeneità di accenti negli spettacoli. Se fai Pirandello con l’accento siciliano ci può stare, ma se sento un accento siciliano mentre guardo una commedia di Goldoni allora no, è inaccettabile. E ovviamente vale anche il viceversa. Bisogna curare bene la dizione, sempre, e non solo a teatro, ma nella vita di tutti i giorni. E poi in generale, nella lettura della pièce si devono coltivare registri diversi, perché sono quelli che poi regalano le emozioni. C’è chi segue solo un tipo di metodo e non va bene. Non si può fare Shakespeare come lo farebbero gli americani o i russi e a volte c’è chi ritiene il proprio maestro di teatro come una sorta di guru indiscutibile, ma così facendo si crea inevitabilmente anche dei “gap”. Per colmarli, poi, è complicato.»

Veniamo ad un argomento più “spinoso”: cosa vi aspettate di trovare, al Camploy, dopo il passaggio della troupe di Adrian?

«Francamente non lo so. Potremo entrare al Camploy soltanto la mattina di sabato alle 8 per montare le luci e allestire il palco con tutta questa scenografia, che per noi, come ho detto, è complicatissima. L’amministrazione comunale aveva detto che la struttura sarebbe stata messa completamente a norma e quindi ci aspettiamo che certi problemi che il teatro ha sempre avuto, come quello dell’americana (la trave in metallo che permette l’aggancio di fari e luci al soffito, ndr) non a norma o di alcuni fari “segnapassi” fulminati, siano nel frattempo stati risolti. Speriamo che sia effettivamente così, perché altrimenti non potremo usufruire delle luci frontali. In quel caso dovremmo arretrare sul palco, per poter essere illuminati in maniera decente.»

Avete rischiato di non poter utilizzare, in queste date, il Camploy. Come vi sareste organizzati, in quel caso?

«Noi non ci siamo mai “tarati” su altri teatri di Verona. Io personalmente ho lottato perché non fosse smembrata la rassegna. E sarei stata disponibile a trovare una soluzione comune – rinunciando anche ad uno dei due giorni – affinché tutte le compagnie amatoriali veronesi avessero potuto esibirsi al Camploy o comunque tutti insieme in un unico luogo. Volevo omogeneità per tutti, perché c’è uno zoccolo duro di pubblico che viene a teatro da sempre, ma con lo smembramento lo abbiamo messo in difficoltà. Di solito noi partiamo con 100-150 spettatori di base, fra conoscenti, parenti, amici e ammiratori. Il fatto di essere stati smembrati è stato, a mio modo di vedere, drammatico per la rassegna. E Celentano, in questo senso, non c’entra nulla.»

A proposito: il Clan non si arrende e “minaccia” di tornare con il suo show Adrian a settembre. Che ne pensa?

«Non so, ma non credo che tornerà a Verona o al Camploy. Credo che si troverà un’altra soluzione, ma vedremo. Anche perché a suo tempo era stata promessa, se non addirittura sbandierata, una valorizzazione del quartiere di Veronetta, ma nessuno si è accorto di ciò e penso che i primi a essere delusi siano stati gli stessi amministratori della nostra città. Comunque a questo proposito avremmo enorme piacere che allo spettacolo venissero il Sindaco e gli Assessori e quanti del Comune e delle varie Circoscrizioni vorranno valutare con i propri occhi il coraggio e l’impegno delle compagnie amatoriali.»