Continua l’interessante proposta dell’Estate Teatrale Veronese, a firma di Fabrizio Arcuri, nuovo direttore. Di nuovo uno Shakespeare “minore”: dopo lo scoppiettante, I due gentiluomini di Verona, sprofondiamo nel macabro e nel grottesco di Tito Andronico, con la regia di Davide Sacco, emblematicamente sottotitolato “Why don’t you stop the show?”.

Forse, più che parlare di uno Shakespeare minore, dovremmo parlare di uno Shakespeare giovanile, il quale non ancora trentenne mette in scena un dramma potentissimo, truculento fino alla saturazione, decisamente pulp. È il classico dramma della vendetta, dove in una Roma indefinita e archetipica, un generale tutto d’un pezzo – Tito appunto, il protagonista – torna vittorioso dopo aver sconfitto i Goti. Porta in patria, prigioniera, la regina Tamora, con figli e schiavo amante al seguito, e finirà in una spirale assurda di violenza e situazioni splatter, omaggio dichiarato alle tragedie di Seneca e ai passi più insostenibili e violenti dalle Metamorfosi di Ovidio.

Chiaro che un testo così è molto rischioso, per numerosi motivi. Il primo, perché la violenza è costantemente esibita in scena: abbiamo uccisioni, stupri, mutilazioni, cannibalismo. Come stare dentro una materia simile? Ma il testo non è un testo di Marlowe, è un testo di Shakespeare, fatto di iperboli, immaginazione, follia, su una linea sottile con il kitsch da non sottovalutare, anzi forse proprio da esaltare; come fece Julie Taymor nel bellissimo film del ’99, con un cast da brividi, capeggiato da Anthony Hopkins e Jessica Lange in stato di grazia. Il più bel adattamento cinematografico di un testo shakespeariano, a mio modesto parere.

Altro problema, grosso come una casa, nel 2026 soprattutto, è il personaggio di Aronne, che è lo schiavo della regina Tamora, un personaggio che incarna il male assoluto e senza senso, capace di dire frasi come queste: “Ed anche in questo momento io maledico i giorni (e credo siano pochi) in cui nella mia vita non ho fatto qualche gran male; in cui non ho ucciso un uomo, o non ne ho tramata la morte; in cui non ho violata una fanciulla o non ho accusato un innocente; nel quale non ho sparso un odio mortale fra due amici”. Primo villain nei drammi del Bardo. Ma il punto è che Aronne è africano, di pelle nera (“il nero è al disopra di ogni altro colore, perocchè ogni altro colore respinge da sé”), e di questa sua eccezionalità ne fa vanto (“Tale è dunque il privilegio del vostro bel colore? Sciagura a quella tinta traditrice che rivela col rossore i sensi più intimi dell’anima!”).

In seguito, Shakespeare trasporterà questa malvagità nel bianco Jago nei confronti di Otello, moro di Venezia. Ma appunto, sappiamo bene quanto possa essere rischioso un simile personaggio, sia in termini di politicamente corretto, sia in termini di black face (nel caso non si avesse a disposizione un attore afroamericano).

Come risolve tutto questo Davide Sacco? Il regista propone un’intelligente riflessione sulla guerra e sulla violenza, sulla sua inutilità e sulla sua ripetitività. In questo senso toglie tutti gli elementi grotteschi o più “lievi” a favore di una tragedia dark, cupa che più cupa non si può.

L’adattamento alleggerisce di molto la tortuosità della trama, sfronda il più possibile, semplifica e ottimizza quanto si possa ottimizzare. I numerosi figli di Tito vengono ridotti al solo Lucio (un Giuliano Bruzzese giusto nel fisico, ma acerbo forse nella dizione) e in parte travasati nel personaggio di Marco, fratello di Tito (l’ottimo e intenso Ivan Olivieri). Il che può essere un bene. Certo vengono sacrificati personaggi che hanno un certo rilievo (come il nipotino), snodi cruciali (come l’uccisione da parte di Tito del figlio Muzio che vuole rapire la sorella Lavinia per impedirle le nozze con il nuovo imperatore), scene celeberrime (come quella della mosca).

Ma l’intenzione di Sacco è chiara: spingere sull’attualità, su riferimenti che il pubblico può cogliere relativi alla nostra attualità dilaniata, menzionando persino un’allusiva “striscia” o “diecimila bambini uccisi”, a ribadire l’oscenità e la vacuità del male. E in questo la regia è coerente. Ha una sua linea precisa. E il tutto viene portato a termine con mano sicura.

Dicevamo che a livello di genere Tito è un revenge play, una tragedia di vendetta. Ma chi vendica chi? Tamora vendica il proprio popolo sterminato o il proprio figlio (che nell’adattamento di Sacco diventa una figlia); Tito vendica le violenze subite dalla propria figlia; ma è una spirale senza fine, un loop continuo, osceno e micidiale.

È una regia in parte cinematografica, dinamica, ma al tempo stesso teatrale, nell’esibizione di corpi in fermo immagine, in una scena che avanza e pervade invadendo le prime file della platea (scenografia bellissima, funzionale e post moderna a cura di Fabiana Di Marco). È una regia in parte realistica che sa gestire bene i numerosi momenti di violenza (assistiamo a una decapitazione, varie mutilazioni di organi, uno stupro, numerosi omicidi), il tutto con grande efficacia, mescolando elementi anacronistici (già presenti comunque nel testo di Shakespeare) quali pistole, videogiochi, persino una moto al servizio di un’ambientazione senza tempo e comunque attuale.

Tra l’altro, finezza tra le finezze, la scenografia a più piani (almeno tre) richiama gli spazi a disposizione dei nuovi teatri a partire dal 1576, costituiti da palcoscenico, galleria e discovery place (il vano centrale destinato a nascondiglio per le apparizioni).

È una regia volutamente densa, “pesante”, dove è bandito ogni cambio di registro, ogni intenzione che non sia sempre intensa, grave, seriosa e noi pubblico ci troviamo come la povera Lavinia, senza lingua e senza mani, testimoni impotenti di questo Grand Guignol.

Ma appunto, perché non fermiamo questo spettacolo? Perché rimaniamo fissi e concentrati a osservare contenuti che continuamente dovrebbero richiamare un nostro agire, un nostro intervento? Siamo un pubblico borghese, che a teatro come davanti al televisore, osserva il male dilagare e si pulisce la coscienza con un po’ di sdegno. E questo è evidente fin dalle note di regia di Sacco stesso: “Quando un uomo diventa assassino? Dove finisce il bene e inizia il male? Perché oggi assistiamo all’orrore senza indignarci?”.

Fin qui le note positive, che sono molte. I problemi arrivano con Aronne. Il regista decide di trasformare lo schiavo moro, amante della regina, in una schiava lesbica (l’ottima Claudia Grassi). I monologhi di Aronne sono quelli meno fedeli al testo e più in linea con la visione del regista. Per certi aspetti, per bocca di Aronne (questa Aronne, portavoce simbolica di tutte le minoranze) parla il regista stesso. Il che va bene. Grassi è davvero brava e tutto rientra nella solida visione registica d’insieme. Manca però quell’aspetto mefistofelico e machiavellico che l’originale shakespeariano conservava (salvo poi l’inattesa tenerezza di fronte al proprio figlio neonato).

Ma qui le cose ancora funzionano. Non funziona a mio avviso Francesco Montanari come protagonista. O meglio, funziona, nei panni quadrati del generale, nel Tito tutto d’un pezzo, ma nei momenti di follia o nei momenti patetici, quando il generale si sgretola e diventa padre e poi assassino, a me pare che le cose non stiano in equilibrio e che la complessità del personaggio sia messa alle corde. Così come la malvagità di Marianella Bargilli, nei panni della regina Tamora, sia un po’ a senso unico, una sorta di dark lady, seducente e fatale, ma forse un po’ troppo ordinaria (quando invece è un personaggio che anticipa la grandezza di Lady Macbeth).

Nel testo di Shakespeare, Tamora e i figli vanno a casa di un Tito distrutto dal dolore, sotto le sembianze di Vendetta, Omicidio e Stupro. Una sorta di masque. Una macabra carnevalata allegorica volta a stravolgere ancora di più la mente insana del generale. Davide Sacco toglie questo elemento un po’ pazzo e rende la scena una scena forse un po’ troppo “moderna”, così che il rischio da sceneggiatura Netflix diventa tangibile. Non solo: nell’originale Tito uccide Tamora, durante un banchetto truculento, e viene a sua volta ammazzato dall’imperatore, dopo uno scambio rapidissimo di battute.

Nella messinscena vista, al primo attore viene offerto un monologo/dialogo finale, sulla pace, sull’inutilità della guerra, un momento forse troppo melodrammatico, aggiunto in onore del protagonista ma che immerge il tutto in un pathos eccessivo (pathos che è estraneo al testo di Shakespeare).

Forse il personaggio più stonato e meglio centrato di tutta questa produzione, è il Saturnino di Guglielmo Poggi. Qui regista e attore lavorano di concerto a rendere tutta la fragilità psicologica dell’imperatore. Un bamboccione viziato, isterico, una sorta di Nerone o Caligola, eccessivo e meschino a rendere tutta la volubilità del potere stesso. Ecco, forse Saturnino è l’elemento kitsch che mancava a questa produzione e che dona un po’ di linfa e vitalità, in uno spettacolo dove magari non tutto torna alla perfezione, ma sicuramente da vedere e apprezzare.

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