Giovedì 25 giugno ha avuto inizio l’Estate Teatrale Veronese con la prima internazionale di un testo di Shakespeare tra i meno rappresentati: I due gentiluomini di Verona, anzi, Los dos hidalgos de Verona, essendo lo spettacolo in spagnolo con soprattitoli in italiano e in inglese.
Questo già mostra il forte imprinting della rassegna, voluta dal nuovo direttore artistico Fabrizio Arcuri, nel suo progetto (H)earth of glass.

L’apertura al nuovo è affidata al celebre regista Declan Donnellan, in coproduzione con Cheek by Jowl e Compañía Nacional de Teatro Clásico. Lo spettacolo ha avuto recensioni esaltanti nella sua tournée europea e le aspettative, almeno da parte mia, erano alte e alla fine pienamente soddisfatte.

Il testo di Shakespeare è un testo giovanile che per certi aspetti fa da DNA a diversi drammi prossimi venturi. Nel quadrilatero amicale e amoroso dei protagonisti scorgiamo il balcone di Giulietta, un piano di fuga che ritroveremo nel Mercante di Venezia, e poi riconosciamo i travestimenti della Dodicesima notte e di Come ti piace, il ducato di Milano che tornerà nella Tempesta, persino certe risonanze tra l’onesto Jago e i modi onesti di Proteo.

La Verona del titolo è il punto di partenza, all’interno di un’Italia molto esotica e favolistica, dove per raggiungere Milano è necessario un veliero, e dove – sempre a Milano – abbiamo una boscaglia con banditi e ladroni. Verona è la città dell’equilibrio, della bella amicizia tra Valentin e Proteo, dell’amore per Proteo verso Julia. Questo appunto è l’inizio. Valentin va a Milano, si innamora di Silvia. Proteo raggiunge l’amico. Si innamora anche lui di Silvia e da qui prende avvio il dramma e il relativo meccanismo comico.

Donnellan prende un testo minore e con onestà non cerca di renderlo il capolavoro che forse non è. Ne imprime dinamismo, vitalità, freschezza. In una scena vuota, dominata al centro da uno schermo/fondale/monolito, avvengono cambi di scena e cambi di situazione continui.

La regia è ben ritmata, ma non è affannata, come capita spesso di vedere. Attori e attrici sono pienamente a loro agio, sia nelle numerose gag comiche (tutte perfettamente riuscite), sia nella naturalezza dell’eloquio che mette nell’armadio ogni tipo di declamazione e di artificiosità.

Sarà la lingua spagnola, saranno certi stacchetti affidati agli archi, ma si respirava un’atmosfera alla Almodóvar, anche se nessuno dei protagonisti era “sull’orlo di una crisi di nervi”. Il testo di Shakespeare ha qualche venatura misogina, ma la regia riesce ad assorbirla lasciando perennemente in scena le due protagoniste femminili, ora come testimoni impotenti, ora come sorta di registe della vicenda. E così lo stesso Proteo (interpretato da un bravissimo Alfredo Noval) spesso appare in scena, mentre le donne parlano di lui, come immagine mentale, ossessione, “immoderata cogitatio”, come direbbero i trattati d’amore medievali.

E amore è l’altro protagonista occulto della vicenda: un amore visto in tutte le sue sfaccettature, l’amore non dichiarato tra Proteo e Valentin (reso da una fisicità gioiosa, complice e allusiva), l’amore tiranno che rende egoisti, al punto da denunciare un amico per i propri interessi, l’amore che spinge una donna ad avventurarsi in terra straniera travestita da uomo, l’amore di un servo per il proprio cane. Il cane, appunto.

Il dramma di Shakespeare è il dramma dove compare tra i personaggi un cane. La soluzione di Donnellan è esilarante; l’attrice che interpreta il servo Lanza è assolutamente spassosa e a lei vengono affidati due siparietti metateatrali di grande efficacia. Ma appunto, il cane è un cane alluso attraverso degli effetti sonori e presente come pupazzo, in una produzione teatrale scalcagnata. Eppure, nell’amore del servo per il proprio cane Grab (letteralmente “Granchio” o forse meglio “Canchero”), come sempre in Shakespeare, c’è una sorta di chiave, di indizio. Lanza che si assume tutte le colpe e si fa picchiare per salvare il proprio cane è un po’ come Julia che affronta i pericoli per il suo Proteo o come Valentin costretto all’esilio per la sua Silvia.

Il finale di Donnellan è meno amaro dell’amarissimo finale di Shakespeare e dona un po’ di speranza, dove forse tanta speranza non c’è; questo perché lo spettacolo è un inno alla leggerezza, all’energia primaverile dell’amore, forse anche alle idiozie che siamo capaci di combinare per amore.

Spettacolo tecnicamente perfetto, virtuosistico senza mai ostentare o mostrarsi compiaciuto, che culmina in un song sotto il balcone di Silvia (reso famoso da un lied di Schubert, An Sylvia, “Who is Silvia”), da parte di Proteo e di Thurio, altro pretendente e rivale, davvero strepitoso. E solo un regista geniale può trasformare un sonetto d’amore in un momento karaoke alla Julio Iglesias. Comprimari uno più bravo dell’altro. Da vedere!

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