A oltre cinque anni dalla pandemia e a poco più di un anno dalla scadenza fissata per il completamento degli interventi, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza continua a rappresentare uno dei più ambiziosi programmi di investimento pubblici mai realizzati in Italia. Nato all’interno del Next Generation EU, lo strumento con cui l’Unione europea ha scelto di reagire alla crisi economica provocata dal Covid facendo ricorso, per la prima volta, a un massiccio debito comune, il PNRR è oggi al centro di un acceso dibattito. Se da un lato ha contribuito a sostenere la crescita economica e a finanziare infrastrutture, innovazione e riforme, dall’altro restano aperti interrogativi sulla capacità del Paese di spendere efficacemente le risorse disponibili e di completare entro i tempi previsti i numerosi progetti avviati.

Di questi temi si è discusso alla Società Letteraria nel corso del convegno “Un’occasione mancata? Primo bilancio sui risultati per l’Italia del Next Generation EU”, promosso dal Centro di documentazione europea e dal Movimento Federalista Europeo con il patrocinio del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Verona. Un appuntamento seguito da un pubblico attento, con una trentina di persone collegate anche online, che ha offerto l’occasione per fare il punto sui risultati raggiunti, sui ritardi accumulati e sulle prospettive future del Piano.

Nel suo saluto introduttivo, Giacomo Cona, consigliere comunale delegato ai rapporti con l’Unione europea, ha richiamato l’attenzione sulle differenti strategie adottate dagli enti locali e regionali. Città vicine come Mantova e Padova, ha osservato, sono riuscite a ottenere risorse del PNRR significativamente superiori rispetto a quelle che Verona avrebbe potuto intercettare se alcuni interventi fossero stati in una fase progettuale più avanzata. L’attuale amministrazione comunale è comunque riuscita a ottenere ulteriori 14 milioni di euro per la filovia grazie alle successive ripartizioni delle risorse, che hanno favorito il Nord a causa delle difficoltà di progettazione e spesa registrate da molti enti del Sud. Un meccanismo che, secondo Cona, rischia tuttavia di ampliare ulteriormente il divario territoriale, mentre uno degli obiettivi del PNRR era proprio quello di ridurlo.

Prima di dare la parola ai relatori, il moderatore Giorgio Anselmi ha ricordato, a nome del Movimento Federalista Europeo, come l’esito del PNRR italiano abbia una rilevanza che va oltre i confini nazionali. Se il Paese che ha beneficiato maggiormente delle risorse del Next Generation EU si dimostrasse incapace di utilizzarle efficacemente, sarebbe difficile convincere gli altri Stati membri ad accettare nuove forme di debito pubblico europeo per sostenere il rilancio dell’economia continentale.

Il primo intervento è stato affidato ad Alberto Majocchi, docente dell’Università di Pavia ed ex presidente dell’ISAE, che ha evidenziato le profonde differenze tra la risposta dell’Unione europea alla crisi finanziaria del 2009-2011 e quella adottata durante la pandemia. Nel primo caso, ha ricordato, le decisioni arrivarono con grande lentezza e soltanto il celebre «whatever it takes» pronunciato nel 2012 da Mario Draghi, allora presidente della Banca centrale europea, riuscì a spegnere l’incendio. Inoltre, ogni Paese fu sostanzialmente lasciato ad affrontare la crisi da solo, alimentando sfiducia, instabilità politica e contrapposizioni tra Nord e Sud Europa.

Di fronte alla crisi generata dal Covid, invece, l’Unione europea reagì con rapidità, facendo ricorso a un debito comune da 750 miliardi di euro e destinando una quota rilevante delle risorse ai Paesi più colpiti. Secondo le stime richiamate da Majocchi, il contributo del PNRR alla crescita del Pil italiano ha superato l’1%, dato che suggerisce come senza il sostegno europeo l’Italia sarebbe probabilmente entrata in recessione.

Da sinistra a destra Majocchi, Fiorentini, Anselmi e Ricciuti

Guardando al futuro, il docente ha richiamato le indicazioni contenute nel Rapporto Draghi, secondo cui l’Unione europea avrebbe bisogno di circa mille miliardi di euro all’anno di investimenti pubblici e privati. Una cifra che appare irraggiungibile senza un significativo aumento del debito comune europeo. Poiché appare improbabile che tutti i Ventisette siano disposti a compiere un simile passo, Majocchi ha ipotizzato la nascita di una coalizione di Stati volenterosi, sul modello di quanto sta avvenendo nel settore della difesa, capace di creare nuove risorse al di fuori dei vincoli imposti dagli attuali Trattati. Per finanziare questo debito comune sarebbe necessario introdurre imposte europee sulle esternalità negative e una tassazione più incisiva sulle 500 persone più ricche del continente, che spesso versano contributi fiscali molto contenuti.

È quindi intervenuto Riccardo Fiorentini dell’Università di Verona, che ha illustrato i principali dati relativi al Piano. Il PNRR italiano vale complessivamente 194,4 miliardi di euro, dei quali 71,8 miliardi costituiti da sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi da prestiti. Attraverso nove tranche, l’Italia ha finora ricevuto circa 165 miliardi di euro, pari all’85% delle risorse previste. I fondi sono destinati a sette missioni individuate nella revisione dell’8 dicembre 2023 concordata tra la Commissione europea e il Governo italiano. Il Piano comprende inoltre 66 riforme che interessano la pubblica amministrazione, la giustizia, la concorrenza, il federalismo fiscale, il contrasto all’evasione e le semplificazioni nei settori ambientale, edilizio, urbanistico e della rigenerazione urbana.

Passando alla valutazione degli effetti economici, Fiorentini ha osservato che il moltiplicatore della spesa del PNRR in Italia risulta inferiore a uno, mentre la Germania è il Paese che beneficia maggiormente degli effetti indiretti. In altre parole, una parte significativa degli impatti positivi generati dalla spesa italiana si è trasferita verso altre economie europee. Anche l’efficacia diretta del Piano, rapportata alle risorse ricevute, non colloca l’Italia ai primi posti. L’effetto sulla crescita economica c’è stato, ma è risultato inferiore alle aspettative e destinato a ridursi progressivamente nei prossimi anni.

Il docente ha inoltre evidenziato ritardi e mancati avvii di progetti in tutte le sette missioni. I progressi più significativi riguardano la digitalizzazione e l’innovazione della pubblica amministrazione, la competitività del sistema produttivo, gli investimenti ferroviari, il trasferimento tecnologico dalla ricerca alle imprese e la digitalizzazione del sistema sanitario. Le maggiori criticità emergono invece nell’efficienza energetica e nella riqualificazione degli edifici, nell’intermodalità e nella logistica integrata, nell’agricoltura sostenibile, nell’economia circolare e nella coesione territoriale. Fiorentini ha infine posto una domanda destinata a rimanere centrale nei prossimi mesi: quali risorse finanzieranno i numerosi progetti che non riusciranno a essere completati entro il 2026?

Da sinistra a destra Majocchi, Fiorentini, Anselmi e Ricciuti

A chiudere il convegno è stato Roberto Ricciuti, anch’egli docente dell’Università di Verona, che ha concentrato la sua analisi sugli aspetti nei quali il PNRR ha prodotto i risultati migliori. In cima alla lista figurano le infrastrutture. Tra gli esempi citati, il completamento della tratta Brescia-Verona dell’alta velocità ferroviaria, già passata alla fase di collaudo, ma anche l’ammodernamento del porto di Trieste e numerosi altri interventi realizzati nel Paese.

Risultati positivi sono stati registrati anche nella riduzione dei tempi della giustizia, altro obiettivo strategico del Piano. Un miglioramento ottenuto però facendo ampio ricorso a personale assunto con contratti temporanei. Un’eventuale stabilizzazione di queste figure comporterebbe un incremento della spesa corrente, con inevitabili ripercussioni sui conti pubblici.

Un aspetto negativo riguarda la limitata capacità amministrativa dello Stato, delle regioni e dei comuni, che ha evidenziato marcati squilibri territoriali. Questo problema è strettamente legato alle dimensioni dei comuni, che sono rimasti poco al di sotto degli 8.000, nonostante i forti incentivi per la loro aggregazione. Il professor Ricciuti ha concluso il suo intervento sottolineando come siano stati assegnati troppi fondi al nostro Paese, che purtroppo non dispone di un sistema in grado di gestirli in modo efficiente, rapido ed economico.

Nelle conclusioni, il docente ha sostenuto che all’Italia siano state assegnate risorse molto consistenti, ma che il Paese non disponga ancora di un sistema amministrativo capace di gestirle in modo sufficientemente efficiente, rapido ed economico.

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