Non è la prima volta che il nome “Reverse” trova spazio qui su Heraldo. L’impresa di design fondata nel 2013 da Nicola Gastaldo, Michele Pistaffa e Federica Collato spegne quest’anno tredici candeline all’insegna della sostenibilità progettuale, ma soprattutto territoriale. Proprio Federica interverrà sabato 21 marzo alla Cantina Sociale di Negrar in occasione dell’evento “Vivere il carcere per creare futuro”, prima delle quattro tappe dell’Extra Festival all’interno del programma del Festival del Giornalismo di Verona 2026.

Reverse gestisce, infatti, da dieci anni con la falegnameria del carcere di Montorio, cuore pulsante dell’azienda grazie al contributo dei detenuti che prendono parte al progetto. In occasione dell’evento abbiamo avuto modo di parlarne con Federica Collato, che dal 2016 gestisce con i soci la falegnameria.

Federica, come prima cosa vorrei che mi spiegassi a 360 gradi che cos’è Reverse

«Reverse è un progetto di impresa sociale nato addirittura nel 2010, costituitosi poi nel 2013. L’obiettivo è quello di utilizzare lo strumento del design, della progettazione di arredi e di allestimenti interni per andare a produrre in modo artigianale degli oggetti che facciano poi parte dei nostri spazi, sia di vita che di lavoro. Opere che abbiano però un senso sia ambientale che sociale poco impattante e che siano quindi degli oggetti del contemporaneo. Siamo partiti con l’idea di riprendere un po’ tutto il mondo artigianale tipico anche del nostro territorio, ovvero quello dell’arredo. Nel tempo questa cosa si è raffinata, ha preso varie strade. Una di queste è stata quella di scegliere il legno come materiale principe, e da lì è partita l’idea dell’impresa. Inizialmente era più una associazione culturale, poi da lì abbiamo costituito la nostra sede, poi il carcere che era la succursale e ci siamo infine certificati FSC per l’utilizzo di legname responsabili.»

Federica Collato

Reverse è infatti certificata FSC®, il che significa che il legno impiegato nella realizzazione dei progetti deriva da foreste gestite responsabilmente. Il rispetto del materiale trattato è un caposaldo fondamentale dell’impresa, che utilizza spesso legno di recupero attraverso pratiche di ripristino per allungarne il ciclo di vita.

«Sostenibilità non è solo la scelta del materiale meno impattante o le finiture ad acqua o olio che diamo sui nostri legni. Sostenibilità è proprio un approccio a 360 gradi. Questo significa non avere scorte e lavorare in un’ottica lean. Il 96% dei nostri fornitori sono entro i 45 chilometri. Questo significa non solo bassi impatti per il trasferimento dei materiali, ma condividere il medesimo territorio. Questo è senza dubbio il nostro valore aggiunto.»

Mentre il progetto all’interno del carcere come è nato e come si è sviluppato?

«Abbiamo sempre cercato di organizzare laboratori e workshop che permettevano di far capire alle persone che cosa vuol dire lavorare in modo artigianale. Inizialmente erano rivolti a persone diverse, poi sono diventati sempre più uno strumento sociale, quindi per categorie di persone definite “svantaggiate”. Ci è capitato appunto di curare un workshop in carcere. Si trattava di un’attività che noi facevamo inizialmente utilizzando i pallet di recupero e che abbiamo poi modulata all’interno del penitenziario. E ha funzionato. Ha funzionato perché inizialmente era volontario. Le persone non erano pagate ma era proprio uno stimolo culturale. Inoltre c’è stata un’alta frequenza di giovani adulti, quindi una fascia 18-21 che a volte so fatica a motivare. Siamo stati in carcere due anni, 2014 e 2015, poi dal 2016 abbiamo costituito un laboratorio permanente aperto tutti i giorni. Abbiamo attivato i primi tirocini a settembre 2016. poi dal 2017 questo laboratorio è sempre stato aperto tutti i giorni, tutte le mattine e a volte anche i pomeriggi. Oggi sono sempre attive delle iniziative di formazione, quindi persone in tirocinio che vengono formate e altre che invece sono assunte e lavorano regolarmente all’interno della falegnameria. Questo spazio è stato inoltre ampliato nel 2019, mentre alla fine del 2025 abbiamo cambiato laboratorio e dal 2026 ne stiamo attivando un altro ancora più grande, permettendoci così di attivare più lavorazioni, più postazioni di lavoro e quindi accogliere più persone tra i nostri dipendenti.»

Quali competenze si imparano lavorando nella falegnameria, soprattutto adesso che lo spazio è stato ampliato?

«Il lavoro in carcere è uno strumento molto potente perché consente alle persone di rinnovarsi, di acquisire competenze nuove e porsi nei propri confronti e nei confronti del mondo in una posizione diversa. Consente di guadagnarsi una nuova possibilità. Il fatto di lavorare con altre persone, in gruppo, con lo stesso obiettivo, avere delle responsabilità, dover essere puntuali: è un allenamento che tu puoi portare avanti per poi misurarti con il lavoro vero, la vita vera una volta che esci. 

Nel lavoro abbiamo visto dei cambiamenti anche importanti dei nostri dipendenti. Alcuni di questi ci scrivono anche dopo anni che sono fuori, aggiornandoci un po’ del loro momento di vita che procede in modo diverso da quello precedente. Inoltre queste persone sono pagate, hanno un contratto collettivo, sono dipendenti a tutti gli effetti, sono dei lavoratori e quindi sottostanno a tutte le normative sul diritto del lavoro. Hanno un contratto collettivo di lavoro, vengono pagati, maturano la tredicesima, la quattordicesima e pure TFR. Il che vuol dire che si rendono sostanzialmente autonomi da, una volta che escono, qualche tentazione che può ricondurli per questioni economiche a delinquere.»

Come si fa a tenere insieme questa logica produttiva con quella educativa senza che una schiacci l’altra? 

«Allora, noi non abbiamo figure educative come invece possono avere altre realtà interne al carcere ora a Verona. Noi ci concentriamo effettivamente sul lavoro. Ovviamente lo facciamo con la consapevolezza di essere lì, per cui il nostro responsabile interno e i nostri tutor sanno cosa rappresenta il contesto carcerario. Sono attrezzati per questo nella relazione, negli obiettivi e in tutto il resto. Però ecco, ci tengo a precisare che non abbiamo delle figure educative in senso stretto, seppure quello che facciamo ce l’ha come risvolto.»

Nel 2021 parlavi di design come strumento di dignità. Quanto è importante fare cose belle oltre che utili in un contesto come quello del carcere, spesso associato invece a punizione e a pena?

«È fondamentale perché è uno sguardo verso l’alto e verso il futuro. Una delle chiavi di volta nel nostro progetto è infatti quello di seguire tutte le fasi di produzione che portano poi ad un oggetto finito. Un altro tema a cui io tengo molto è quello di aggiornare le persone che lavorano con noi su come è andata la consegna. La soddisfazione di un cliente deriva anche da come hanno lavorato loro. E questo è parte della bellezza di vedere un oggetto finito o un progetto concluso e consegnato. Questo è l’obiettivo: che quello che si fa porti benessere, apprezzamento nella vita di chi poi lo accoglie. E in questo contesto vale di più, perché appunto è un contesto dove il benessere tante volte non è proprio al centro delle attività quotidiane. Riuscire a trovarla nell’attività lavorativa è importante, proprio per una questione di motivazione personale, più che lavorativa.»

Dopo dieci anni di esperienza all’interno del carcere com’è cambiato il tuo sguardo sulla detenzione?

«La detenzione secondo me ha senso solo quando è rigenerativa e può trovare dei percorsi di abilitazione personale, perché in alternativa ha assolutamente poco senso. Il carcere, in questo senso, viene il più possibile allontanato dalla memoria quotidiana. Il punto è che queste persone, per la maggior parte, non hanno delle pene lunghe. Sono persone che torneranno nella comunità, e se ce li dimentichiamo il rischio è che montino rancori o pensieri che peggiorino addirittura la situazione.»

Il rapporto con i detenuti che hanno partecipato al progetto: quanto è cambiato nel corso del tempo?

«Inizialmente ci sono state delle difficoltà, poi con il tempo e con il lavoro si sono attutite. Questo è capitato con tutti. Quindi l’abbiamo sempre percepito questo percorso di crescita.»

Una parola in merito all’evento alla cantina sociale di Negrar?

«Intanto sono estremamente contenta di questo evento perché la Cantina è nostra cliente. A nche con lei, come capita spesso, è un rapporto che evolve in una vera e propria partnership. Nel senso che ha sposato e supportato da subito il senso del nostro progetto. E questo è un lato. Dall’altro c’é la testimonianza del lavoro, ad esempio, fatto in carcere. Infatti noi stiamo curando per la Cantina Valpolicella di Negrar un restyling interno dal 2024. È una cantina molto rinomata, con 90 anni di storia, 240 soci ed è molto riconosciuta nel territorio. A livello di spazi interni, però, in questi 90 anni, sono tante le storie diverse che raccontano momenti di ogni singola stanza che la compone. Ci hanno coinvolti proprio per riprogettarne gli interni, quindi stanza dopo stanza stiamo andando a sviluppare tutta questa nuova vesse. In alcune di queste realizzazioni è stato coinvolto anche il laboratorio interno al carcere.»

© RIPRODUZIONE RISERVATA