Woke, woke ovunque. Woke woke woke.

Da qualche giorno in Italia sembra essere scoppiata un’epidemia di woke: Giuseppe Conte sostiene che alla sinistra non serva; Matteo Renzi gli dà ragione, anche se precisa di non voler arretrare sui diritti; Antonio Tajani, con una certa delicatezza botanica, lo paragona a una «gramigna da estirpare». Giornali, televisioni e social seguono diligentemente il corteo.

Bello, quasi commovente. Ma qualcuno ha per caso capito perché proprio ora? È successo qualcosa in Italia? È nato un partito woke? Il Parlamento ha approvato una legge woke? Qualcuno ha presentato un programma politico dichiaratamente woke?

La scintilla arriva ancora una volta dagli Stati Uniti. Il 9 agosto Alexandria Ocasio-Cortez, una delle figure più note della sinistra americana, ha ripreso scherzosamente la frase «Woke 1 was crazy», riferendosi ad alcune posizioni circolate nella sinistra statunitense intorno al 2020, soprattutto alla richiesta di ridurre i finanziamenti alla polizia. 

Il 21 agosto Giuseppe Conte ha trasferito la discussione in Italia con una lettera a Repubblica. Da lì sono arrivati Renzi, gli esponenti del Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, la destra e infine il resto della macchina mediatica. Pagella Politica ha ricostruito qui la sequenza del dibattito.

Insomma, non è emerso un nuovo problema italiano. È arrivato un nuovo argomento americano, che aveva già il vantaggio di essere breve, divisivo e molto cliccabile.

Prima di combattere il woke, magari decidiamo che cos’è

Quasi tutti parlano di woke, ma al solito non tutti intendono la stessa cosa. Forse anche perché, non essendo una parola che nasce qui in Italia, non si è ben capito come usarla e quindi daje come col prezzemolo: lo si sparge un po’ dappertutto.

La parola significa letteralmente “sveglio”, ma nasce nell’inglese afroamericano con un significato molto preciso: rimanere vigili davanti al razzismo e alle discriminazioni. L’espressione stay woke circolava già negli anni Venti. Nel 1938 il musicista Lead Belly la utilizzò parlando degli Scottsboro Boys, nove ragazzi neri falsamente accusati di stupro in Alabama. Nel 1962 lo scrittore afroamericano William Melvin Kelley la inserì nel titolo di un articolo dedicato al linguaggio nero. La parola venne rilanciata nel 2008 dalla canzone Master Teacher di Erykah Badu e, soprattutto, dal movimento Black Lives Matter dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel 2014. 

Essere woke significava essere consapevoli del fatto che il razzismo non consiste soltanto nelle offese o nelle azioni dei singoli, ma può entrare anche nel funzionamento delle istituzioni e della società. Merriam-Webster ne ricostruisce la storia linguistica.

Successivamente la parola si è allargata fino a comprendere sessismo, discriminazioni contro le persone LGBTQ+, disabilità, colonialismo, linguaggio inclusivo e rappresentazione delle minoranze. Poi, fattasi una certa, a usare woke sono rimaste le destre.

Da indicazione positiva, il termine si è trasformato in un’etichetta negativa. Oggi può indicare, a seconda di chi parla, il linguaggio inclusivo, la cancel culture, le quote nelle aziende, i personaggi neri nei film, le persone transgender, le proteste contro le statue coloniali, gli asterischi, le università americane e probabilmente qualche altra cosa che possiamo pure decidere ora a tavolino se vi va tipo… tipo la briscola.

Più che una definizione, è diventato un grande scatolone. Basta scriverci sopra “woke” e metterci dentro tutto ciò che si considera eccessivamente progressista. Perché comunque il progresso ci piace ma ehi, calma, non esageriamo.

E in Italia chi lo avrebbe portato?

In Italia il passaggio più importante è stato nel 2020, dopo l’uccisione di George Floyd. In Italia si svolsero circa 150 iniziative collegate a Black Lives Matter e le proteste non si limitarono a copiare quelle americane: collegarono il razzismo negli Stati Uniti alla storia coloniale italiana, alle discriminazioni subite dalle persone nere in Italia e alle difficoltà delle seconde generazioni. Lo mostra la ricerca di Della Porta, Lavizzari, e Reiter (2022) pubblicata sulla rivista accademica Sociological Forum.

La parola woke, invece, entrò stabilmente nel giornalismo italiano soprattutto tra il 2020 e il 2021, spesso attraverso articoli dedicati alle polemiche americane, britanniche e francesi. Nel 2021 Treccani la inserì tra i neologismi, registrando già sia il significato originario sia quello ironico e negativo. Fino poi a rispuntare come un fungo dopo un temporale d’agosto, ed eccoci qui.

Il problema non è il woke. Il problema è il dibattito populista

Il dibattito sul woke è un ottimo esempio di narrazione populista: c’è un popolo dotato di buon senso e, dalla parte opposta, una misteriosa élite woke che vorrebbe cancellare la lingua, la famiglia, la storia, l’Occidente o qualunque altra cosa serva quel giorno. Non occorre dimostrare quanto sia grande questa élite, chi la rappresenti in Italia o quali leggi abbia effettivamente approvato. I dati? cosa sono questi sconosciuti? Come si leggono? 

Questa comunicazione non appartiene soltanto alla destra. Anche una parte della sinistra utilizza il woke come bersaglio comodo per presentarsi come la voce dei problemi “veri” contro una sinistra identitaria, privilegiata e lontana dalla vita quotidiana.

L’elettore non viene più trattato come un interlocutore al quale spiegare una situazione realistica, con dati, limiti e possibili soluzioni. Viene trattato come un follower al quale strappare un “segui”: meglio usare una parola riconoscibile, un nemico chiaro, una frase da condividere e possibilmente un po’ di rabbia. D’altronde è facile accanirsi su un fantoccio, e se non ce n’è uno a disposizione allora perché non crearlo su misura?

Ci vediamo tutti al prossimo argomento

Non possiamo dirlo con certezza, ma è probabile che fra qualche settimana questa discussione venga sostituita da una nuova parola o una nuova emergenza nazionale della durata di tre giorni.

Nel frattempo l’algoritmo sarà stato nutrito, la SEO sarà soddisfatta e anche questo articolo, con ammirevole coerenza, avrà fatto la propria parte. A questo punto possiamo almeno prenderci un caffè (ne approfitto anzi per incrementare ulteriormente: woke woke woke). 

Nel dibattito sull’immigrazione, comunque, esistono ovviamente questioni molto più concrete: c’è ancora una forte presenza di razzismo e discriminazione. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, tra le persone di origine africana intervistate in Italia il 49 per cento ha dichiarato di aver subito discriminazioni razziali cercando lavoro nei dodici mesi precedenti, il dato più alto tra i Paesi analizzati.

Si potrebbero nominare anche i problemi nel funzionamento dell’integrazione: accesso alla casa e al lavoro, apprendimento della lingua, documenti, scuola, servizi sociali e coordinamento fra Stato, Regioni e Comuni. Nel suo rapporto del 2024 sull’Italia, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza ha rilevato forti differenze territoriali nell’accesso ai servizi, ritardi nei permessi di soggiorno e responsabilità non sempre chiare nell’attuazione delle politiche di integrazione. Lo stesso rapporto descrive il discorso pubblico italiano come sempre più xenofobo e segnala che la comunicazione ostile sulla migrazione rende l’integrazione ancora più difficile.

Queste situazioni creano ogni giorno disagi a interi comuni italiani. Bisognerebbe parlare di come funzionano i centri di accoglienza, di quanto tempo serve per ottenere un documento, di formazione linguistica, sfruttamento lavorativo, cittadinanza, casa e scuola.

Ma meglio ridurre tutto a fantoccio ridicolo, al quale dare un nome abbastanza ridicolo da diventare virale. D’altronde risolvere i problemi è difficile; agitare uno specchietto brillantissimo davanti alle allodole è molto più semplice.

E, soprattutto, porta molti più “segui”.

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