Una sala gremita oltre ogni aspettativa, anzi due sale. Sono state necessarie ben due sale del Polo Zanotto dell’Università di Verona per accogliere tutte le persone desiderose di ascoltare Greta Thunberg, la celebre attivista per uno sviluppo sostenibile, Simone Zambrin, attivista veronese e membro dell’equipaggio della Global Sumud Flotilla, e Maya Issa, studentessa italo-palestinese e attivista del Movimento degli Studenti Palestinesi.

Cominciamo dall’inizio: il Collettivo Tamr, collettivo studentesco veronese impegnato e solidale con la causa e il popolo palestinese, in collaborazione con il Collettivo Autorganizzato Universitario di Padova (CAU), ha organizzato un incontro all’Università di Verona con tre attivisti venerdì 21 novembre. L’evento ha affrontato temi legati alla Palestina, ma anche al Sudan, al Congo e ad altre aree dove i popoli subiscono oppressione, mettendo in luce l’intreccio delle lotte.

L’occupazione degli spazi di ateneo

Quando la notizia dell’incontro pubblico si è diffusa, la rettrice e la governance dell’Università hanno negato l’uso dell’aula T8 del Polo Zanotto, inizialmente prevista per l’evento. Gli studenti e le studentesse del Collettivo Tarm hanno però mantenuto la loro posizione, insistendo e dichiarando che la conferenza si sarebbe tenuta comunque, anche occupando un’aula o organizzandola nel chiostro dell’Università.

L’Aula T.8 è stata resa indisponibile per la conferenza, così gli studenti promotori dell’iniziativa si sono insediati nell’aula T2 durante una lezione in corso. Hanno preso posto e sono rimasti anche al termine della lezione, occupando di fatto l’aula. A quel punto hanno invitato chiunque volesse assistere al dibattito a unirsi a loro. Il numero di partecipanti è cresciuto rapidamente, consapevoli che si trattava di una vera e propria occupazione di uno spazio universitario, sostenendo e avallando così l’azione del collettivo Tamr.

Quando tutti i posti a sedere e in piedi sono stati occupati e il flusso di persone non si è arrestato, tutti i partecipanti, in uno dei primi momenti di una protesta che ormai coinvolgeva tutti i presenti, hanno chiesto a gran voce di aprire l’aula adiacente. Tuttavia, dopo il rifiuto di concedere la prima aula, la governance universitaria ha negato anche la seconda, causando il rinvio dell’inizio dell’incontro.

La sala gremita - Foto di Fabrizio Bellamoli
Foto di Fabrizio Bellamoli

Solo sotto la pressione degli organizzatori e a causa dell’enorme afflusso di persone, è stata messa a disposizione una seconda aula per la proiezione dell’incontro. Non è stato fornito alcun tecnico o informatico al collettivo, che ha dovuto chiedere supporto a un informatico fortunatamente presente in sala.

Una volta allestita la seconda sala per la videoproiezione, tutto sembrava pronto per avviare la conferenza, ma in quel momento è scoppiato un nuovo boicottaggio. I dirigenti dell’Università, dopo aver negato le aule e rifiutato l’autorizzazione all’incontro, hanno anche minacciato di interrompere la corrente elettrica, rendendo impossibile lo svolgimento dell’evento. Inoltre, i microfoni e l’impianto audio sono stati silenziati. Tuttavia, gli organizzatori si sono auto-organizzati con microfoni e impianto audio a batteria, in grado di sopperire a eventuali interruzioni. E così è stato.

Il dibattito con Greta Thunberg

Dopo numerosi tentativi di boicottaggio, il dibattito è finalmente iniziato con il primo intervento di Greta Thunberg, che ha ringraziato calorosamente gli organizzatori e tutte le persone presenti. Ha sottolineato quanto sia essenziale e vitale continuare a parlare della Palestina per il bene della stessa.

“È necessario continuare a parlare di Palestina perché il finto piano di pace proposto da Trump, non è altro che un silenziatore delle coscienze, una nuova forma di oppressione, una nuova formula di colonialismo”

Thumberg definisce il piano di pace voluto da Trump un falso piano di pace, elaborato a tavolino dall’Occidente e da Israele senza coinvolgere minimamente i palestinesi. Un popolo che da oltre un secolo aspira soltanto all’autodeterminazione, un diritto che proprio quell’Occidente, oggi promotore di questo falso piano di pace, ha sempre negato e continua a ostacolare con una farsa diplomatica.

Greta Thunberg durante l’incontro. Foto di Fabrizio Bellamoli

Nonostante l’assenza di autodeterminazione e di uno Stato palestinese riconosciuto e concreto, il suo popolo ha dimostrato una straordinaria capacità di resistenza, capace di mettere in seria difficoltà uno degli eserciti più tecnologicamente avanzati al mondo. Lo ha sottolineato con passione Maya Issa, la studentessa di origini palestinesi, i cui interventi intensi hanno acceso i cuori dei presenti.

“Hanno cercato di eliminare la Palestina e tutto il mondo è diventato Palestina”

Ha affermato l’attivista, sottolineando la forza della resistenza del popolo palestinese. Una resistenza che si è diffusa ben oltre quei territori, raggiungendo le piazze di tutto il mondo e mobilitando milioni di persone in numerosi Paesi, tutte unite nella lotta e nella resistenza palestinese.

“Mi domando dove vogliono costruirlo questo Stato Palestinese quando in Cisgiordania ci sono quasi un milione di coloni. Dove la Cisgiordania è stata separata fisicamente da Gaza”.

Uno spezzettamento intenzionale volto a frammentare e indebolire la capacità di resistenza e l’organizzazione di un popolo. Una divisione che ostacola concretamente la nascita e lo sviluppo di uno stato libero, laico e indipendente dall’Occidente, da Israele e da altre forme di dominio e controllo.

Nel suo primo intervento molto acceso, Maya Issa ha affermato che si sta attribuendo la responsabilità a Netanyahu per quanto sta accadendo a Gaza.

Ma la colpa è di tutti i presidenti e governi israeliani che si sono susseguiti in ottanta anni di occupazione, compreso il Presidente Rabin.

Ha sottolineato che la comunità internazionale non ha agito per prevenire gli eventi del 7 ottobre e che invece di limitarsi a chiedere condanne, sarebbe opportuno che le istituzioni internazionali istituissero un processo di Norimberga contro Israele per i numerosi crimini contro l’umanità commessi durante ottant’anni di occupazione.

La Palestina, con la sua straordinaria forza di resistenza, è diventata in questi due anni una lente d’ingrandimento sulle ingiustizie globali, mettendo in luce le sofferenze dei popoli oppressi e le guerre in corso dove si consumano genocidi e violenze contro le popolazioni, come le repressioni in Sudan, Congo, Afghanistan e in molte altre regioni del mondo che esigono l’attenzione urgente dell’opinione pubblica internazionale.

Maya Issa - Foto di Fabrizio Bellamoli
Foto di Fabrizio Bellamoli

Il terzo intervento, più misurato ma altrettanto incisivo, è stato quello di Simone Zambrin, attivista veronese che lo scorso settembre ha viaggiato verso Gaza a bordo di una delle navi della Global Sumud Flotilla.

“La missione della Flottila era una missione politica e di solidarietà”.

Una missione fondata su un attento calcolo del rischio, un rischio che attivisti e altri hanno scelto di correre, consapevoli del loro privilegio. Questo privilegio ha significativamente ridotto la probabilità che l’esercito israeliano adottasse misure eccessivamente violente contro di loro. Erano pienamente consapevoli che, in caso contrario, si sarebbe generato un incidente diplomatico complesso da gestire, coinvolgendo i vari Paesi di origine delle numerose persone a bordo delle navi della Flotilla.

Ognuno di noi dovrebbe essere consapevole del proprio privilegio come persona occidentale, bianca e non razzializzata, per schierarsi dalla parte degli oppressi. Il successo della Flotilla si è manifestato quando, dopo che l’esercito israeliano ha bloccato la missione, in Italia, tra il 3 e il 4 ottobre, milioni di persone sono scese in piazza.

“Vedere oltre diecimila persone in strada per protestare su quanto accaduto è stata la conferma che la Flotilla ha raggiunto il suo obiettivo. Ha unito i popoli in una lotta comune”.

L’obiettivo di risvegliare le coscienze e sensibilizzare sulle vicende di Gaza è stato raggiunto. Anche Simone Zambrin ha evidenziato come l’accordo di pace sia solo apparente, più simile a una resa, un meccanismo per mettere a tacere l’opinione pubblica e i media, sottolineando così l’importanza di iniziative come l’incontro di venerdì all’Università di Verona.

Simone Zambrin - Foto di Fabrizio Bellamoli
Foto di Fabrizio Bellamoli

La conclusione e lo sciopero del 28 novembre

Nella conclusione dell’incontro, durante il quale sono emerse molte domande su come contribuire alla solidarietà verso la Palestina oltre a manifestazioni e assemblee, i tre attivisti hanno sottolineato l’importanza di continuare a parlarne in momenti come questi, ma anche in famiglia, a scuola e nei luoghi di lavoro. Discutere della Palestina, del genocidio in Sudan, di quanto avviene in Congo e delle vicende di tutti i popoli oppressi è fondamentale per contrastare chi sfrutta la guerra come fonte di guadagno e usa la manipolazione mediatica come un’arma potente e pericolosa.

Quindi è importante discuterne apertamente, boicottare i prodotti israeliani e quelli provenienti da Paesi oppressivi e violenti, agendo con coscienza e consapevolezza, e continuare a scendere in piazza per manifestare la propria protesta.

Al termine dell’incontro è stata rilanciata la grande mobilitazione del 28 novembre, lo sciopero promosso dai sindacati di base, simile a quello del 22 settembre scorso che ha coinvolto blocchi di porti, stazioni, autostrade, tangenziali e aeroporti. Il 28 novembre si terrà quindi una nuova significativa mobilitazione nazionale che, in Veneto, si concentrerà presso la Sede della Leonardo di Tessera, azienda produttrice di armi utilizzate anche in guerre, genocidi e altre forme di oppressione da parte di poteri forti contro popoli vulnerabili e indifesi.

Un incontro prezioso e necessario

L’incontro tenutosi all’Università di Verona è stato dunque indispensabile, nonostante lo stesso ateneo avesse inizialmente tentato di ostacolarlo. Un momento autentico e profondo, ricco di testimonianze e racconti che hanno raccontato cosa significhi davvero una guerra, un genocidio, e le strategie occidentali spesso prive di umanità. Un confronto fondamentale per la democrazia e per accrescere la consapevolezza su ciò che accade nel mondo, offrendo una lente d’ingrandimento sulla Palestina, su Gaza, e stimolando a conoscere quanto avviene in Sudan, nel Congo e in altre aree dove ottenere informazioni è difficile, se non impossibile.

Un incontro pensato per risvegliare le coscienze attraverso un confronto indispensabile, un confronto che un’istituzione dedicata alla conoscenza aveva tentato di impedire. Questo evento si è svolto solo grazie alla determinazione e alla passione per il sapere di attivisti, attiviste, studenti e studentesse, offrendo alla comunità veronese un’occasione preziosa di riflessione e dialogo.

Foto di Fabrizio Bellamoli
Foto di Fabrizio Bellamoli

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