In un Veneto che si avvicina al voto del 23 e 24 novembre con una miscela di rassegnazione e attese dissimulate, Alberto Benetti torna in campo. Ex assessore, consigliere comunale e dirigente d’azienda, si presenta nella lista di centrodestra “Noi Moderati – Civici per Stefani” che sostiene, naturalmente, Alberto Stefani.

Nel dialogo, spesso denso e a tratti amaro, Benetti mette in fila i nodi più urgenti della regione: il declino di fiducia nella politica, la sanità che fatica a reggere le sfide dell’oggi, la pressione sociale legata alle nuove povertà e al consumo di droghe, il consumo di suolo, la trasformazione dei centri storici in parchi tematici per turisti, fino al tema, antico ma irrisolto, della debole rappresentanza veronese in Regione. Con un linguaggio che intreccia visione morale e pragmatismo amministrativo, Benetti rivendica il ruolo dei cattolici in politica, critica i limiti della classe dirigente locale e delinea le sue priorità: credibilità, competenza e servizio.

Benetti, lei sta incontrando molte persone in questi ultimi giorni di campagna. Che percezione ha del territorio? Che cosa chiede oggi il corpo elettorale veneto?

«Vedo una vasta rassegnazione. Ci sono eccezioni, ma la sensazione diffusa è una sorta di assuefazione e, insieme, di rigetto verso la proposta politica. È comprensibile perché una politica senza senso ha fatto perdere il senso stesso della politica. Ma è anche incomprensibile: il corpo elettorale deve essere esigente nella selezione dei propri rappresentanti, che a loro volta devono restituire alla politica la sua finalità principale, quella di formare cultura per intere generazioni. La politica deve offrire risposte immediate, certo, ma sempre dentro una prospettiva ideale e di lungo periodo.»

La sanità è una delle competenze più delicate della Regione. Molti cittadini percepiscono un peggioramento del servizio negli ultimi anni. Dove intervenire?

Alberto Benetti con Maria Stella Gelmini

«Si riparte dall’educazione, quindi dal rispetto per gli operatori sanitari. Aggredire un infermiere o un medico è un atto inqualificabile. Poi bisogna dire le cose come stanno e ammettere che 10, 15, 20 anni fa qualcuno ha sbagliato la programmazione, e questo riguarda tutti, senza distinzioni politiche. Il sistema ha falle nella governance, nella ricerca, nell’università.

Oggi serve agire sulle criticità immediate e, insieme, utilizzare ciò che scienza e tecnica mettono a disposizione, dall’intelligenza artificiale alla medicina del futuro. Ma non cambierà mai il denominatore essenziale: la cura della persona. Umanità, scienza e coscienza. E poi meno burocrazia: ancora oggi chi richiede un ausilio deve inviare documenti cartacei che fanno un viaggio surreale fra uffici diversi. Serve velocizzare, digitalizzare, semplificare.»

Volontariato e nuove povertà: Verona e il Veneto reggono ancora, ma non possono delegare tutto ai volontari. Che cosa si può fare?

«Tagliare gli sprechi, prima di tutto. E applicare fino in fondo il principio di sussidiarietà, verticale e orizzontale. Poi serve una cultura che contrasti un modello basato solo sui diritti, che genera stili di vita impropri e una spesa sociale insostenibile. Faccio un esempio: il consumo di droghe a Verona e provincia. È un tema enorme, che produce povertà e disagio, oltre a quelle già note: abitativa, sanitaria, alimentare. Alla radice ci sono istruzione, formazione e cultura insufficienti. È inconcepibile che oggi si cada ancora in queste derive. E su tutte queste povertà dobbiamo intervenire.»

Il Veneto è fra le regioni che consumano più territorio. Come invertire la rotta?

«Con un coordinamento urbanistico regionale serio e vincolante. Bisogna incentivare il recupero dell’esistente: da un lato quello privato, premiando chi ristruttura; dall’altro quello pubblico, valorizzando gli immobili degli enti. Serve un’alleanza con gli operatori del settore che renda più conveniente recuperare piuttosto che costruire. È il cuore dell’ecologia integrale: mettere al centro la persona e il suo ambiente.»

Il turismo porta ricchezza, ma svuota i centri storici. Verona e Venezia ne sono esempi evidenti. È possibile invertire la tendenza?

«La Regione non ha competenza diretta, ma può farsi promotrice di una disciplina statale nuova. Occorre snellire le procedure per rientrare in possesso degli immobili in caso di occupazioni abusive o di locazioni che non finiscono mai. E poi bisogna agire fiscalmente: se alzi la cedolare per le locazioni turistiche e la abbassi per quelle abitative, il mercato cambia subito. Ma serve una strategia comune: se ognuno va per conto suo, non si risolve nulla.»

C’è un tema, quello delle infrastrutture, che le sta particolarmente a cuore…

«Sì. Si parla molto della Valdastico da Vicenza a Trento, ma nessuno rileva che Verona dovrebbe muoversi parallelamente sulla bretella Nogarole Rocca-Parma-La Spezia e quindi lo sbocco sul Tirreno. I Romani l’avevano già individuata. Mi sorprende che Confindustria Veneto, e lo dico pensando anche alla figura di Boscaini, non evidenzi queste lacune.»

Negli ultimi giorni sono riemerse questioni legate a infiltrazioni criminali nel centrodestra. È un tema delicato: vuole rispondere?

«È la prima volta dal 2013 che un giornalista mi fa questa domanda. A Verona il caso Giacino aleggia da anni, ma la città, divisa come sempre fra Montecchi e Capuleti, finge che il problema non esista. Io dico che Verona ha diritto a una risposta morale e politica. Nonostante una sentenza definitiva, non si è mai chiarito davvero che cosa sia accaduto. Nessuno ha controllato gli atti, nessuno ha chiesto conto ai responsabili tecnici, nessuno ha indagato l’apparato burocratico. Io non giudico i fatti recenti perché non ho letto nulla, ma una cosa è evidente: se si costruisce un edificio scolastico e non lo si può usare per quella funzione, qualcosa non ha funzionato. E bisogna accertarlo, senza se e senza ma.»

Alberto Benetti (a sinistra) con il candidato alla presidenza della Regione Veneto per il centrodestra Alberto Stefani

Lei sostiene Stefani: cosa l’ha convinta della proposta del centrodestra?

«Prima di tutto una premessa: per i cattolici non è un momento facile. Se ti candidi nel centrodestra vieni visto come insensibile alla povertà e all’immigrazione; se lo fai nel centrosinistra, come insensibile su famiglia, fine vita e aborto. È un’equazione assurda. L’irrilevanza dei fedeli laici in politica è preoccupante.

Serve tornare al corpus dottrinale cristiano come punto di riferimento, non per discriminare ma per dare coerenza e testimonianza. Oggi vedo, da una parte e dall’altra, un tentativo esasperato di giustificarsi invece di trovare punti di conciliazione. È un fallimento culturale. Io mi riconosco in un progetto che chiede responsabilità, identità e servizio.»

Quale contributo pensa di portare lei in Consiglio regionale?

«Spero la credibilità delle istituzioni. Passione, onestà e professionalità. La competenza si costruisce con l’esperienza, lo studio e la capacità di leggere la realtà. Politica oggi possono farla solo due tipi di persone: chi crede nel servizio e chi crede davvero nel bene comune. Concetti che appaiono arcaici, ma senza i quali tutto si riduce a gestione del potere. Bisogna andare controcorrente: capire la differenza tra essere nel mondo e non del mondo.»

Verona è spesso marginale nella politica regionale, pur essendo una delle città più importanti del Veneto. Perché e come si può invertire la rotta?

«Quando esplose la Democrazia Cristiana, scomparve anche una classe dirigente di livello. Gli assessori alla sanità di allora erano giganti rispetto a quelli successivi. Ma il popolo si fece sedurre dal “capo in Parlamento”, dal taglio delle liste d’attesa come slogan. La memoria è un bene che a Verona manca: abbiamo avuto personalità straordinarie, ricordo il senatore Luciano Dal Falco che contribuì alla riforma sanitaria, e oggi ci dividiamo come sempre in Montecchi e Capuleti. È una città ai confini dell’impero veneto, e spesso incapace di esprimere candidati autorevoli. Lo si vede anche a Palazzo Barbieri: maggioranza e opposizione non si migliorano a vicenda, e il risultato è una trasversalità confusa che non fa bene alla città. Non critico il sindaco come persona, ma la città, in tutte le sue componenti, dovrebbe aiutarlo a svolgere meglio il suo servizio. Cosa che non avviene.»

Alberto Benetti (a destra) con Maurizio Lupi

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