Il Festivaletteratura ha sempre adottato uno schema abbastanza informale per gli incontri con autori e autrici e anche quest’anno non si è smentito. Chi coordina i vari appuntamenti non svela più di tanto la trama dei libri. In risalto sono invece i temi e su essi gli autori sono chiamati a esprimersi, così i libri diventano il pretesto per ragionare e riflettere sui problemi più vari. Talvolta si sviluppano degli scambi di opinione al limite del dissenso, a tutto vantaggio di un più vivace dibattito.

Murgia ed Evaristo, un dialogo a ostacoli

É stato proprio il caso dell’evento a Palazzo Ducale con Bernardine Evaristo, in collegamento streaming da Londra, in dialogo con Michela Murgia a partire dal suo libro Ragazza, donna, altro (SUR 2020). Sollecitata a esprimere un parere sulla famiglia, la scrittrice ha preso cautamente le distanze da un suo rifiuto netto, a differenza di Murgia che, partendo da un’affermazione di Roberto Saviano (il quale in un articolo su Il Corriere della Sera dedicato alla figura di Maria Licciardi scriveva «Quando mi chiedono quando finiranno le mafie rispondo quando finiranno le famiglie») sembrava ambire a delineare forme alternative.

Un momento dell’incontro con Bernardine Evaristo, in dialogo con Michela Murgia.

In Ragazza, donna, altro si ritrovano tante modalità di amare, ha fatto notare Evaristo: «Alcune funzionano altre meno, ma io voglio allargare il concetto di famiglia, non metterlo in discussione. Veniamo tutti da una famiglia che ci plasma, è una struttura endemica». Murgia ha fatto notare come il titolo dell’incontro, “Polifonia”, sia fuori luogo perché il libro non presuppone alcuna armonia, bensì una dissonanza di voci, nelle dodici che lo compongono, ed Evaristo ha sottolineato, senza raccogliere l’osservazione, che in questa coralità ha voluto rappresentare l’alterità dell’essere nera in Gran Bretagna, insieme ad altre diversità: LGBTQI+, Queer, migrante. Ha voluto mettere al centro quelle donne rimaste sempre alla periferia delle narrazioni.

Anche sul tema dell’appropriazione dei concetti e delle battaglie si è verificato un lieve sfasamento di vedute tra Murgia e la scrittrice Per Evaristo il problema così posto non sussiste e rivendica la possibilità di appropriarsi di tutte le storie e le testimonianze e scriverne liberamente. La scrittrice usa una sintassi destrutturata, in cui la punteggiatura non esiste, le parole si susseguono in un flusso ipnotico, ma dietro c’è un pensiero preciso legato alla sperimentazione sulla forma del romanzo. Senza un punto fermo il testo scorre senza interruzioni e anche la lettura diventa un’esperienza più lieve.

Assenze e sorprese

Nel corso del festival può capitare che non si presenti un autore o un’autrice, come è successo per la vincitrice del Premio Campiello, Lucia Caminito, attesa al Palazzo della Ragione. Tuttavia il pubblico non ha fatto in tempo a rammaricarsi della sua assenza perché la scena è stata completamente presa da Davide Reviati, con i suoi accattivanti graphic novel. L’autore, disegnatore, sceneggiatore ha confessato che scrive e disegna senza un metodo preciso ma sempre di argomenti a lui vicini ed è attratto dall’adolescenza, come periodo della vita in cui «le passioni sono forti, non edulcorate, un momento in cui tutto deve ancora succedere, è un foglio bianco». Ha presentato i suoi ultimi libri, tutti nella nuova edizione di Coconino Press, Morti di sonno (2020), Sputa tre volte (2019), Ho remato per un lord (2021), quest’ultimo da un racconto di Stig Dagerman.

Il suo tratto è deciso, intenso, pieno di energia, ha fatto osservare Marianna Albini che l’ha presentato, e sono tutte storie che si svolgono in confini precisi, c’è un limite che contiene e da sfondare. Reviati ha rivelato che c’è molto di sé e della sua infanzia in questi libri, e la dimensione spaziale in cui si svolgono le storie è limitante eppure attraente. Sono libri pieni di soprannomi, di gioco del calcio, lontanissimi ci sono anche gli adulti, ma tutte le diatribe e i conflitti si risolvono nel gruppo dei pari.

Foto courtesy Camilla Capponi, Lara Facco P&C

L’altrove di Balzano e Melandri

Di cura ha parlato Marco Balzano, asserendo che questa parola può considerarsi simbolica per il suo romanzo Quando tornerò (Einaudi, 2021). A dialogare con lui Francesca Melandri per il suo ultimo libro Sangue giusto (Giunti, 2021) e tra loro, con il suo tocco gentile, la scrittrice Bianca Pitzorno.

Quando tornerò, che segue il grande successo riscosso da Resto qui (Einaudi, 2018) propone un tema di grande attualità: in questa società che ha trovato una risposta tecnologica per molti aspetti della vita, «l’ambito della cura dei nostri cari è affidato alle donne – afferma Balzano -. Donne che rappresentano il 70% dei migranti del mondo. Donne che sono madri e hanno lasciato i loro figli, i loro affetti per occuparsi dei nostri». Il libro indaga appunto la dimensione di sradicamento di una donna che cerca di tenere insieme due mondi.

Anche il romanzo di Melandri parla di sradicamento e «comincia con una deflagrazione: appartenenza o estraneità, estraneità o sangue condiviso? E il tema finale è: ma il sangue è importante?». In queste narrazioni emerge il problema della lingua imposta, ha fatto notare Pitzorno. Melandri ha dichiarato che il rapporto con la lingua imposta è un’operazione di tipo coloniale, anche se noi riferiamo il termine a Paesi con una storia di colonialismo più ampia, eppure «colonialismo è anche portare una lingua e svalutare la lingua locale, come è successo in Alto Adige, dove la storia è ambientata. La lingua diversa è il primo altrove». Per Balzano «la lingua madre è quella in cui posso indicare non solo le cose, ma il sentimento delle cose. Se non ho la parola non ho l’idea, non posso accedere al pensiero astratto, libero». Ed è il grande problema di Daniela, la sua protagonista.

I due autori hanno anche parlato di autobiografia e della necessità di dare voce a qualcuno. Per Melandri si tratta di un problema vasto che «trascende la singola opera e riguarda l’intero ecosistema dell’editoria, bisognerebbe leggere le altre letterature».

Etiopia e Italia secondo Maaza Mengiste

Carlo Lucarelli ha voluto toccare un argomento scomodo e rimosso di noi italiani cosiddetti “brava gente”, la guerra d’Etiopia, introducendo Maaza Mengiste, con il suo Il re ombra (Einaudi, 2021). L’autrice non ha tergiversato dichiarando che gli italiani sono brava gente ma hanno compiuto azioni crudeli in Etiopia. Il suo libro tenta di proporre voci diverse, da opposti fronti, per mettere in scena le ragioni di tutti, anche se il punto di partenza è l’indignazione, la rabbia, ma poi bisogna allontanarsene per rendere la complessità della storia, che non è lineare ma prismatica.  

Maaza Mengiste insieme a Carlo Lucarelli

Ne Il re ombra un coro di persone racconta la guerra da dentro, dalle emozioni, le paure, l’esaltazione. La storia, ha sottolineato Mengiste, non è fatta solo di guerre anche se da sempre la periodizziamo a partire dalle battaglie. Invece «è fatta di tante prospettive», è troppo facile semplificare tra buoni e cattivi, c’è sempre ambiguità e lei preferisce «la confusione alla certezza ideologica».

Maaza Mengiste, nata ad Addis Abeba, ora vive a New York ma per questo romanzo, disertando gli archivi ufficiali, sia italiani che etiopi, perché costruiti «in un clima di propaganda», è stata in Italia per fare ricerche su diari personali e fotografie. Il libro ha vinto il Premio The Bridge 2019 per la Narrativa ed è stato finalista al Booker Prize 2020. Nel nostro Paese era già stato pubblicato un altro suo romanzo, Lo sguardo del leone (Neri Pozza, 2010) che tratta dell’ascesa al potere di Ménghistu Hailé Mariam.

Di Pietrantonio e Tuti, terre aspre e identità

E di guerra si è parlato anche nell’incontro con Donatella Di Pietrantonio e Ilaria Tuti dal suggestivo titolo “Intingere la penna nelle proprie radici”. Il libro di Tuti, Fiore di roccia (Longanesi, 2020) si riferisce alle vicende vissute dalle coraggiose contadine al confine della Carnia, durante la Grande Guerra. Furono per due anni e mezzo le portatrici di viveri ai soldati, trasportati in pesanti gerle che tagliavano le spalle, con gli zoccoli ai piedi, anche nella neve. Sono loro, le dimenticate dalla storia, ad avere risolto la sorte della guerra in quella zona, altrimenti irraggiungibile da qualunque veicolo.

Le due autrici hanno in comune l’asprezza del territorio in cui ambientano le loro storie – per Di Pietrantonio l’Abruzzo, per Tuti il Friuli -. Paesaggi di montagna che forgiano caratteri forti e altrettanto aspri. Di Pietrantonio ha raccontato la sua infanzia in un paesino che non era raggiunto da mezzi pubblici di trasporto. Nelle sue storie Mia madre è un fiume (Elliot, 2010), L’arminuta (Einaudi, 2017), e l’ultimo, Borgo Sud (Einaudi, 2020) emerge il carattere difficile di persone che non hanno tempo per soffermarsi sui sentimenti, prese come sono dal lavoro e dai problemi contingenti.

Donatella Di Pietrantonio, courtesy Camilla Capponi – Lara Facco P&C

Ilaria Tuti ha affermato di narrare il paesaggio «attraverso i concetti di memoria e identità. La mia è una terra di confine, e ogni confine è una frattura che o si lascia com’è o si colma, e c’è sempre contaminazione». E aggiunge: «Il plot è una scusa per parlare di memoria delle nostre comunità, una memoria antica che rischia di perdersi se non viene raccontata. Cerco di dare voce alle comunità che non l’hanno».

Di Pietrantonio ha parlato di emigrazione, un altro elemento che accomuna le due regioni, e dell’aspetto linguistico che ha portato gli emigranti poco scolarizzati in patria, che conoscevano poco l’italiano, a parlare parzialmente la lingua del nuovo Paese e dimenticare il loro dialetto, con il risultato di esprimersi «in una lingua ibrida, quasi comica».

C’ è poi un altro elemento tristemente comune alle due regioni, come ha osservato Di Pietrantonio: «Le nostre terre sono gemelle quanto a terremoti, la mia terra trema ancora, la ricostruzione è incompiuta». E Tuti: «Io avevo solo dieci giorni di vita alle prime scosse del maggio 1976. Si sono creati dei legami forti in quei giorni, rapporti di solidarietà mai più interrotti». L’autrice ha anche forgiato una personaggia sui generis che troviamo nei suoi libri, tra cui Ninfa dormiente (Longanesi, 2019) e l’ultimo Figlia della cenere (Longanesi, 2021). É una donna avanti con gli anni, Teresa Battaglia, e all’autrice è stato chiesto come mai ci siano tante donne anziane nei suoi romanzi. «Teresa ha una grande forza vitale rappresenta tante donne che ho conosciuto e che hanno fatto parte della mia vita, fuori dal canone distillato da pubblicità e cinematografia. In loro difficoltà e dolori hanno lasciato uno spazio di accoglienza che le giovani, in perenne competizione tra loro, non hanno. Teresa Battaglia non è vincente, è sola, piena di difetti, ma è capace di cambiare e rimettersi in gioco per andare avanti».

Il Festival ha distillato parole importanti, dense e ha chiuso i battenti comunicando le date del prossimo appuntamento, dal 7 all’11 settembre 2022. Si va avanti, sembra dirci la letteratura, la pandemia deve diventare solo un ricordo.

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