È stata a lungo la “fiction del momento”. È stata ed è una delle fiction di più grande successo su Netflix. È sicuramente la fiction più vista al mondo.  Probabilmente avrete già intuito: parliamo di Squid Game, la serie tv sudcoreana di cui si sta parlando molto, anche a sproposito, sui social e sulle pagine dei giornali.

Alcune centinaia di persone – selezionate tra coloro che non hanno più niente da perdere e la cui vita è caratterizzata dal degrado, l’umiliazione, la povertà, la percezione di essere inutili – vengono coinvolte in un gioco molto particolare. I protagonisti vengono invitati da una non meglio precisata entità sadica a cimentarsi in giochi per bambini: 1, 2… 3 stella; il tiro alla fune; la preparazione di biscotti, ecc… .  In palio c’è il riscatto sociale ed economico. Il riscatto passa attraverso una grande vincita di denaro ma il rischio è quello di perdere la vita, perché essere eliminati dal gioco significa morire.

La serie è diventata un caso perché in Italia, e non solo, si sono ripetuti senza sosta preoccupanti casi di emulazione, come quello avvenuto tra alcuni adolescenti (anche se in alcuni casi si è trattato anche di bimbi più piccoli) di frustate e schiaffi a chi perde a “1, 2, 3 stella”.  

Qualcosa di simile è avvenuto anche dalle parti di Verona. A Montecchia di Crosara alcuni bambini hanno riproposto i giochi della serie coreana, simulando in caso di sconfitta la posizione della pistola con le mani e quindi l’eliminazione dal gioco. In alcune classi delle elementari, nel capoluogo scaligero, qualche alunno ha inconsapevolmente proposto alla maestra di far vedere la serie durante le lezioni. Una ragazzata, una bambinata, dirà qualcuno. In realtà non è il caso di sottovalutare la forza e gli effetti sociali che queste serie tv possono avere sui ragazzi.

Il problema è alla radice. Squid Game, lo vogliamo dire con forza, è una serie per adulti. Solo per adulti. Il gioco è l’elemento che lega lo sviluppo identitario della persona dalla sua fanciullezza alla vecchiaia. Il centro della riflessione è dell’uomo a fine vita che ricorda e ricuce, come ben ci racconta lo psicologo Erikson nelle varie fasi del ciclo di vita, i pezzi della propria esistenza che vanno a raccontare una vita spesa bene o meno. Dall’altro è una riflessione sulla radicalizzazione dell’importanza del denaro nella società postmoderna. “Quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi, in caso anche la vita, per il denaro?”, sembra la domanda proposta tra le righe della fiction. I bambini, insomma, non c’entrano niente, ma dobbiamo prendere atto che in questo caso c’è stato un vero e proprio “corto circuito”.

Squid Game è arrivato prima agli adolescenti e ai bambini che agli adulti, o meglio, i primi si sono trovati, in linea di massima, “costretti” a dare una propria interpretazione di quanto visto, senza il fondamentale filtro dei più grandi. Molti genitori e adulti si sono “svegliati” dopo che la serie era ormai diventata virale e alcuni fatti devianti erano stati già diffusi dai media tradizionali, giornali e telegiornali. Sui social, ovviamente, queste notizie e provocazioni giravano già da molto tempo.

Una scena tratta da Squid Game, Netflix

Senza pretesa di rigorosa scientificità, la riflessione è anche il frutto di alcuni focus group sostenuti nelle classi delle scuole superiori. I ragazzi hanno descritto l’interesse per la serie tv suscitato soprattutto dalla forte presenza sui social e dai giochi per bambini. L’altro elemento aggiuntivo è il grande carico di adrenalina, sempre molto ricercato dai ragazzi stessi. È l’immedesimazione nei personaggi, la paura e il coraggio che li contraddistingue nella loro lotta per la sopravvivenza. In altre parole Squid Game raggiunge senza barriere i giovanissimi, grandi consumatori di serie tv. Cosa pensate che facciano chiusi in camera loro, sul letto con lo smartphone in mano? Fanno bingewatching, guardano serie tv senza sosta, sedotti dal: “come andrà a finire?”.

Umberto Eco avrebbe quasi sicuramente parlato di decodifica aberrante. Un linguaggio, prevalentemente simbolico, rivolto a un’audience, quella degli adulti, viene interpretata male e con possibili distorsioni da un’altra audience, quella dei primi adolescenti o addirittura dei bambini. E gli adulti, a quel punto, risultano impreparati.

A conti fatti, come adulti dovremmo assumerci ulteriori responsabilità. Dovremmo farci aiutare da esperti in grado di fare comprendere meglio i fenomeni. Certo, è difficile stare dietro a tutto, alle richieste quotidiane che la vita impone in tutti gli ambiti nei quali agiamo, soprattutto se abbiamo dei figli adolescenti, oggi i nativi digitali. Quando diamo loro uno strumento come lo smartphone, però, non consegniamo loro un giocattolo. Stiamo affidando ai nostri figli un mezzo attraverso il quale conoscere e imparare il mondo, un mezzo attraverso il quale si relazionano con gli altri e scoprono anche cose che noi, che al digitale siamo arrivati da adulti, facciamo fisiologicamente fatica a comprendere. Purtroppo, però, non ci viene più concesso di rimanere indietro. Dobbiamo rischiare e per certi aspetti anticipare i tempi, anche nell’interpretazione di una serie tv, che a loro piace molto.

Nel caso contrario il rischio, grande, e che un giorno potremmo non capirli più.

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