È appena passato il decimo anniversario della guerra in Siria, iniziata con le “primavere arabe” che nel 2011 coinvolsero molti paesi musulmani, con proteste popolari mirate a sovvertire lo status quo e ottenere maggiori diritti civili. La Siria era stata fino a quel momento un Paese politicamente stabile, retto da un neologismo creato ad hoc, quel “mamlukia” che fonde le due parole arabe per repubblica e monarchia; un governo fondato sull’alleanza tra due fazioni islamiche: gli alauiti del presidente Basher al-Assad e i ricchi mercanti sunniti cui appartiene la moglie Asma. Le proteste acuirono la “faida familiare” trasformandola prima in guerra civile interna e subito dopo in una crisi regionale, che coinvolse numerosi Paesi confinanti.

Una guerra lunga dieci anni che ha prodotto 6,2 milioni di profughi interni, persone che hanno lasciato le proprie case distrutte dalla guerra e sopravvivono in campi molto spesso informali, con limitato accesso alle cure mediche, ai servizi essenziali e all’istruzione. La grande maggioranza dei profughi interni è costituita da donne e naturalmente bambini, stimati in 2,5 milioni. Non si parla abbastanza di tutte queste famiglie depredate degli averi, che non hanno più notizie dei loro cari e tentano di sopravvivere grazie agli aiuti umanitari, una goccia nel mare di tanta desolazione. Più mediatici sono gli oltre 7 milioni di rifugiati scappati all’estero, quasi tutti rimasti in Medio Oriente grazie ai confini lasciati aperti dai Paesi “amici”.

Libano – crisi sovrapposte

In un Paese con circa 4 milioni di abitanti, riceverne quasi un milione in più in poco tempo è stato uno shock, in termini di assistenza e di convivenza. Il Libano si regge sulla divisione equa delle cariche istituzionali tra comunità con connotazioni etniche e religiose molto diverse, Cristiani e varie fazioni musulmane. Introdurre una quota pari al 20% di popolazione tutta sunnita rischia di modificare il peso di questo gruppo e di destabilizzare il sistema politico. Anche per questo, a partire dal 2015, il Libano ha introdotto un visto d’ingresso per i rifugiati: donne e bambini soli possono ancora entrare liberamente ma per gli uomini è ora necessario avere (e pagare) uno sponsor libanese. Ovviamente, le migrazioni sono continuate illegalmente, con la connivenza di attori formali e informali. Da quando al-Assad sembra aver ripreso il controllo, si assiste però a una incentivazione dei rimpatri volontari, sia attraverso programmi di assistenza al ricongiungimento familiare che, in modo indiretto, rendendo sempre più difficile per i Siriani lavorare o trovare una casa.

Sia l’UNHCR che la UE hanno condannato tale comportamento, visto che le condizioni in patria non garantiscono un rientro in sicurezza e dignità, ma non hanno autorità per un vero intervento. Non esiste un organismo indipendente che verifichi la volontarietà delle richieste di rimpatrio e sono invece numerose le denunce di metodi coercitivi per la firma dei documenti, mentre esistono almeno tre casi documentati di incarcerazione in seguito al ritorno in Siria. I rifugiati parlano inoltre di minacce alle famiglie rimaste in patria per indurre gli esuli a tornare, ma i deterrenti sono pesanti: sia per gli uomini, che rischiano il carcere o di essere arruolati nell’esercito, che per le donne sole, che perderebbero la custodia dei figli.

La Turchia – tra rischio e opportunità

Qui i 4 milioni di rifugiati rappresentano solo il 5% della popolazione e si diluiscono molto bene in un ambiente che loro stessi definiscono poco ostile. Il fatto che molti Siriani abbiano le stesse idee politiche del presidente Erdoğan, in crisi di consensi, ha contribuito a migliorarne l’accoglienza. A differenza della situazione vista in Libano, sono pochi i rifugiati che ancora vivono nei campi: le famiglie si sono trasferite nelle città, dove forse non sono perfettamente integrate, ma vivono in uno spirito di tolleranza che permette loro di aprire attività e richiamare i familiari dispersi nel Paese. Nonostante il regolamento ONU introdotto nel 2016, sono ancora numerosi i casi di sfruttamento dei lavoratori rifugiati, specie se illegali, ma la Turchia si sta dimostrando una “casa lontano da casa” per moltissimi Siriani, tanto che un recente studio vede la maggioranza degli intervistati propenso a restare e ricostruire la propria vita in Turchia. Si stima che circa mezzo milione di bimbi siriani siano nati in Turchia e molte città hanno sviluppato quartieri di “Little Syria” dove i rifugiati possono vivere le proprie tradizioni, in molto simili a quelle dei Turchi, con cui da sempre intrattengono relazioni commerciali sulle grandi rotte est-ovest.

Basher al-Assad vince o perde?

Un paradosso davvero incredibile sulla guerra civile siriana è che il suo fautore e detonatore, Bashar al-Assad, con l’aiuto di partner strategici esteri, ha praticamente vinto la guerra. Ma molti segnali indicano che potrebbe perdere il potere.

La faida familiare non si è mai interrotta e torna alla ribalta il potente cugino Makhlouf, con una video denuncia contro il regime che vorrebbe minare il suo impero “accusandolo ingiustamente di corruzione, quando la corruzione è altrove”. Le confische all’enorme patrimonio di Makhlouf rendono insanabile la spaccatura tra i clan alauiti, che si aggiunge a quella con i sunniti di famiglia. La crisi interna a quello che è il cuore dell’alleanza alla base del regime potrebbe portare al sacrificio del suo primo rappresentante, anche a causa di mutate condizioni geopolitiche. In Russia gira un sondaggio secondo il quale al-Assad avrebbe solo il 32% dei futuri voti alle elezioni del 2022, mentre l’Iran, uno dei suoi sponsor più determinati, ha al momento priorità diverse (accordo sul nucleare e nuove alleanze con Cina e Russia).

Democrazia esportata, the American way

Molti dicono che l’approccio statunitense verso la Siria sia cambiato, dopo l’elezione di Joe Biden, ma a giudicare dai recenti bombardamenti, sembra un’analisi almeno affrettata. L’incursione sarebbe la risposta a un raid precedente in cui erano rimasti feriti militari USA e mercenari, o contractor per usare il nuovo nome più simpatico. Ma qualcosa è in effetti cambiato.

Le dichiarazioni del portavoce del Pentagono John Kirby parlano di “un messaggio inequivocabile: il presidente Biden agirà per proteggere la coalizione americana” ma introducono il concetto di “risposta militare proporzionata” presa “in consultazione con gli alleati”. Sembra voler dire che con Biden non si avranno attacchi unilaterali e non provocati (il riferimento è all’assassinio dell’iraniano Qassem Soleimani ordinato da Trump nel gennaio 2020) ma anche che l’Europa è attore protagonista in una regia che deve mediare gli interessi di molte parti in causa, richiamandola a far valere il suo peso negli accordi sul nucleare con l’Iran.

La crisi migratoria siriana è prova di quanto sia facile per gli esseri umani rimuovere e dimenticare i problemi di altri Paesi, dopo tanti anni si pensa che sia tornata la normalità ma le bombe continuano a cadere sulle teste di combattenti e civili. Le bombe non hanno occhi e i nostri si girano volentieri dall’altra parte, da quando i media hanno smesso di parlarne, di mostrare le immagini dei bimbi sotto la neve, degli alloggi di fortuna. È necessario invece continuare a raccontare, come si tenta di fare qui, i motivi dietro un esodo di massa, le condizioni di vita al limite del sostenibile, i lunghi e pericolosi viaggi e la paura come compagna inseparabile.

Ti ha interessato questo articolo? Leggi anche Padre Dall’Oglio, un compleanno vissuto nell’ombra

© RIPRODUZIONE RISERVATA