Alla fine, a trionfare all’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia è Woman Unknown di May el-Toukhy. Un verdetto che ha spiazzato gran parte degli addetti ai lavori, quello della giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal, che – tra il serio e il faceto – durante la conferenza stampa conclusiva ha spiegato di aver assegnato il massimo riconoscimento alla regista danese anche perché il suo era l’unico film diretto da una donna presente in concorso. Ci sarebbe anche Naza, verrebbe da obiettare, co-diretto da Rachel Szor. E se proprio si voleva attribuire un premio dal forte significato politico, il documentario sul genocidio in corso a Gaza avrebbe probabilmente avuto un impatto mediatico maggiore, contribuendo forse ad aprire qualche occhio in più su quanto sta avvenendo in Palestina.

Anche Woman Unknown, tuttavia, è figlio dei tempi di guerra che respiriamo. Il film racconta la storia di Marie, prossima a sposare Christian, il ricco vedovo per il quale lavora come domestica e bambinaia. Per lei quel matrimonio rappresenta la possibilità di cambiare condizione sociale e diventare finalmente la signora della casa. A minacciare il suo futuro è però un segreto che potrebbe mandare ogni cosa in frantumi: durante la guerra Marie ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Nel presentare il film, la regista ha posto l’accento sulla condizione del corpo femminile, trasformato in terreno di controllo e in moneta di scambio durante i conflitti: «Mentre il patriottismo si rafforzava e l’ipocrisia prosperava, il comportamento sessuale di quelle donne veniva considerato un’offesa all’identità nazionale.

La regista May el-Toukhy.

Per questo, individui e gruppi della società si sentirono autorizzati a punirle, giudicandole per le relazioni che avevano avuto. Furono perseguitate, umiliate pubblicamente e condannate a uno stigma destinato a segnarle per tutta la vita. Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato. Woman Unknown indaga questi meccanismi e invita a riflettere su come il corpo e il desiderio femminili vengano percepiti e giudicati, non solo in tempo di guerra».

Due film eccezionali

Più condivisibile appare il Gran Premio della Giuria assegnato a Possible Love di Lee Chang-dong, uno dei vertici del concorso. È un riconoscimento importante, ma lascia anche la sensazione di un premio di consolazione riservato a quello che, per profondità dello sguardo e controllo della forma, era probabilmente il film più compiuto dell’intero concorso. Lee Chang-dong costruisce un racconto intimo e insieme politico, capace di attraversare le fratture della società sudcoreana senza trasformarle in una tesi da dimostrare. Il conflitto di classe non viene dichiarato apertamente, ma emerge dalla disposizione dei corpi negli spazi, dai silenzi, dalle esitazioni e soprattutto dal diverso diritto che i personaggi rivendicano di guardare e raccontare gli altri. L’incontro fra una famiglia proletaria e una appartenente all’alta borghesia nasce dal progetto di realizzare un documentario sulla repressione di uno sciopero, ma l’apparente solidarietà rivela presto una forma più sottile di appropriazione. Lee Chang-dong osserva questa violenza senza mai esibirla, lasciandola sedimentare nei rapporti, nei silenzi e nei corpi, fino a uno dei finali più struggenti degli ultimi anni. 

Altrettanto meritato è il Leone d’argento per la regia attribuito a Ilya Khrzhanovsky per DAU, probabilmente il gesto cinematografico più radicale e totalizzante visto al Lido. Nei suoi 195 minuti, il film trasforma la biografia del fisico Lev Landau in un’opera-mondo nella quale la libertà del pensiero scientifico si scontra con la macchina repressiva dell’ideologia sovietica. Anche gli spazi partecipano a questa progressiva coercizione: dagli ambienti aperti si passa a luoghi sempre più chiusi e claustrofobici, fino a quando persino la dimensione domestica finisce per riprodurre la violenza e l’alienazione del sistema. Premiare la regia significa allora riconoscere non soltanto la potenza delle singole immagini, ma l’ambizione folle di un progetto capace di piegare la produzione cinematografica alle proprie esigenze. Resta però l’ambiguità più affascinante e problematica del film: nel tentativo di rappresentare un esperimento totalitario, Khrzhanovsky sembra averne riprodotto sul set alcune logiche, diventando egli stesso la divinità autoritaria dell’universo che aveva creato.

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