Delle immagini d’archivio degli anni Sessanta, in cui alcuni soldati israeliani imparano a utilizzare i sistemi di intercettazione delle comunicazioni dell’epoca, aprono Naza, documentario in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia. Poi uno stacco ci conduce nella Tel Aviv di oggi. Sul tetto di un edificio vengono intervistati alcuni membri dell’esercito israeliano, con il volto oscurato per impedirne il riconoscimento. La banalità del male non ha volto, ma possiede un pensiero: quello dell’annientamento totale. La cancellazione di un popolo appare come l’unica strada contemplata dall’esercito israeliano per vincere la guerra, attraverso una strategia che ricorda quella adottata dagli Stati Uniti in Vietnam: stanare il nemico bruciando la foresta.

Solo che, in questo caso, a essere rasi al suolo sono interi edifici. È durante una delle interviste che viene introdotto il concetto di “Naza”: il danno collaterale provocato dalle operazioni militari. Un costo in vite umane accettato come inevitabile conseguenza di un’azione ritenuta necessaria, al di là di ogni ragionevole dubbio. Per eliminare un solo membro di Hamas, racconta uno degli intervistati, si è arrivati a bombardare un edificio provocando la morte di quasi cinquecento persone. Ciò che conta è il risultato, ci viene spiegato. Come in un videogioco, come se la vita non si interrompesse definitivamente ma potesse ricominciare dal checkpoint successivo.

Com’è possibile che accada tutto questo?

L’operazione condotta dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor, tuttavia, evita qualsiasi retorica. Una scelta che sottrae il film a quel pietismo emotivo che sarebbe stato comprensibile, ma anche cinematograficamente facile e, in fondo, innocuo. Le testimonianze vengono invece sovrapposte a sequenze in cui Tel Aviv continua a vivere, mentre sessanta chilometri più a sud, lungo la stessa costa, si consuma un genocidio. La quotidianità della città non costituisce soltanto un contrasto visivo, ma diventa parte integrante del dispositivo del film: la vita prosegue accanto alla distruzione, protetta dalla distanza e dalla rimozione. Il pentimento dei soldati che hanno accettato di rispondere alle domande affiora soltanto in pochi istanti. La consapevolezza della natura criminale delle proprie azioni sembra essersi manifestata, ma non essere stata ancora pienamente elaborata.

I registi sono i medesimi di No other Land

Le loro parole oscillano così tra confessione e autoassoluzione, tra la necessità di raccontare e l’incapacità di misurarsi fino in fondo con ciò che raccontano. «Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile.

Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?», dichiarano i registi. Abraham e Szor riescono a dissezionare questo sistema prestando attenzione non soltanto alle parole degli intervistati, ma anche alla geografia del territorio sul quale la guerra si combatte. I soldati delle unità speciali dell’IDF si infiltrano nei telefoni della popolazione palestinese, occupandone anche lo spazio più intimo, fino a ricostruire attraverso messaggi e conversazioni se e quando un possibile membro di Hamas farà ritorno nella propria abitazione. L’occupazione militare diventa così anche sorveglianza digitale: il controllo del territorio passa attraverso quello delle comunicazioni, degli spostamenti e delle relazioni private.

Una sostituzione etnica alimentata da un lento indottrinamento iniziato decenni fa, facendoci ritornare dunque alla sequenza d’archivio messe a inizio film. Come se “Naza” contenesse già, anche linguisticamente, la negazione di Gaza. Lo rivelano le immagini finali di una città e di un popolo portati allo stremo: immagini che ammutoliscono la sala e lasciano, in chi le osserva, il vuoto dell’impotenza.

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