Un affettuoso ricordo alla memoria di Emma Bonino apre l’incontro.

Ma quanto e cosa sappiamo di Gaza prima degli ultimi ottant’anni di sequestro da parte di Israele? Persino il mare le è stato precluso, eppure Gaza era una città-porto che dialogava con il mondo.

La narrazione cambia nell’Ottocento, quando viene inventato l’Occidente con le sue presunte radici greche, dimenticando tutti gli apporti culturali precedenti. Conoscere la storia diventa allora un antidoto al “presentismo”, che è negazione del futuro. Il futuro ha un cuore antico e nella storia si possono trovare risposte alle domande dei nostri giorni.

La narrazione del sionismo ha stravolto la storia. La Palestina non era un deserto: c’erano settecento ettari di agrumeti e Jaffa era il porto delle arance, poi rinominate israeliane.

Torniamo allora a studiare e smettiamo di ragionare per categorie. I rifugiati non sono una categoria, sono persone. A Gaza ci sono persone che hanno assistito alla distruzione sistematica della natura, della loro storia e del loro patrimonio artistico.

Di fronte c’è Cipro, c’è l’Europa, che non è stata in grado di costruire un corridoio umanitario con Gaza.

Una grande responsabilità riguarda tutti noi: non dobbiamo restare in silenzio di fronte all’ignavia dei decisori potenti. Le parole rompono anche le pietre.

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