Notte della Taranta 2026: origini, tarantismo e storia
Melpignano si prepara al Concertone 2026, ma le origini della Taranta conducono al tarantismo salentino. Musica e danza erano strumenti rituali di cura, non semplice intrattenimento.

Melpignano si prepara al Concertone 2026, ma le origini della Taranta conducono al tarantismo salentino. Musica e danza erano strumenti rituali di cura, non semplice intrattenimento.

La ventinovesima edizione della Notte della Taranta 2026 si concluderà con il Concertone diretto da Ermal Meta, per la prima volta in Eurovisione sabato 22 agosto, nel piazzale dell’ex Convento degli Agostiniani di Melpignano. Il tema scelto quest’anno è il Mediterraneo come spazio d’incontro: venti tappe nelle piazze salentine e una tradizione locale messa in dialogo con musiche provenienti da altre sponde.
Oggi la taranta è un grande spettacolo capace di viaggiare ben oltre i confini del Salento. Ma da dove nasce davvero? E quanto resta, nella festa contemporanea, del rito che l’ha preceduta?
Molto prima di calcare i palchi, il tarantismo fu un fenomeno storico-religioso diffuso soprattutto nel Salento contadino. Secondo la credenza, una persona (solitamente una donna) poteva essere morsa dalla “taranta” durante il lavoro nei campi. Al morso seguivano dei veri e propri sintomi, che spaziavano da un malessere generico a delle vere e proprie convulsioni.
Il morso poteva essere reale o presunto, non importa. Il vero scopo del fenomeno era quello di dare un nome a sofferenze difficili da esprimere, si trattasse di un lutto o di un desiderio represso. Attraverso questa storia era consentito esprimere l’indicibile, e per questo l’antropologo Ernesto de Martino interpretò il tarantismo come un dispositivo culturale capace di sottrarre la persona alla crisi e di ricondurla, almeno temporaneamente, entro un ordine condiviso. È questo il nucleo del suo celeberrimo La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, pubblicato nel 1961.
La cura, che passava attraverso musica, colori e movimento, era veicolata dai suonatori . Questi provavano ritmi e melodie differenti finché la tarantata non reagiva; allora la pizzica-tarantata accompagnava una danza lunga, ripetitiva ed estenuante. Il corpo poteva imitare il ragno e assumerne le movenze, strisciare, inarcarsi, poi rialzarsi e contorcersi ancora. Familiari, musicisti e vicinato contribuivano a trasformare una sofferenza individuale in un’azione collettiva, esorcizzando così il dolore.
Si trattava di un rituale fondato sull’efficacia condivisa di simboli e gesti. La crisi veniva incanalata verso una conclusione catartica, spesso sotto la protezione di san Paolo. La guarigione non era sempre definitiva: il “rimorso” poteva tornare ogni estate e chiedere che il rituale fosse ripetuto, anno dopo anno.
Nel giugno 1959 de Martino arrivò in Salento con un’équipe interdisciplinare per osservare il tarantismo ancora in attività. Con lui c’erano, tra gli altri, lo psichiatra Giovanni Jervis, la psicologa Letizia Jervis-Comba, l’antropologa Amalia Signorelli, il fotografo Franco Pinna e l’etnomusicologo Diego Carpitella. Da quella ricerca nacque due anni dopo La terra del rimorso, diventato un testo centrale dell’antropologia italiana.
De Martino rifiutava sia la spiegazione puramente tossicologica sia il disprezzo verso una presunta superstizione meridionale. Il tarantismo era per lui una risposta storicamente determinata alla precarietà dell’esistenza: non eliminava le cause sociali della sofferenza (non avrebbe mai potuto farlo), ma offriva una forma per affrontarla senza esserne completamente travolti.
Per quanto riguarda la componente musicale, il lavoro di Carpitella fu essenziale per documentare le pratiche sonore. Le registrazioni realizzate nel 1959 e nel 1960 conservarono repertori e modalità esecutive che rischiavano di scomparire. Carpitella studiò la relazione tra strumenti, canto e movimento, definendo il rito un «esorcismo coreutico-musicale». Quelle tracce ci permettono di ascoltare quanta distanza ci sia tra una musica inserita in un rito terapeutico e la stessa musica trasferita sul palco. Le registrazioni sono oggi raccolte anche nell’edizione Musiche tradizionali del Salento, pubblicata dall’Accademia nazionale di Santa Cecilia e da Squilibri.
Con la dissoluzione del mondo contadino, il rito perse progressivamente la propria funzione. Negli anni Novanta, però, la pizzica fu al centro di un ampio recupero musicale e identitario. La Notte della Taranta nacque nel 1998 come evento concentrato in un’unica giornata tra le piazze della Grecìa Salentina e Melpignano; dal 2000 diventò un festival itinerante. Nel 2026 toccherà venti località, prima di un Concertone che negli ultimi anni ha ampiamente superato le centomila presenze: nel 2025, secondo il Corriere del Mezzogiorno, sarebbero state 160 mila.
Il successo ha restituito visibilità ai repertori e alle lingue locali, ma ha aperto un conflitto mai risolto: ogni scelta artistica riaccende la disputa tra fedeltà e sperimentazione. A ciò si sommano le accuse di mercificazione: la pizzica trasformata in marchio turistico, prodotto televisivo e format discografico rischierebbe di separarsi dalla storia sociale da cui proviene. È una tensione raccontata più volte dalla Gazzetta del Mezzogiorno e riemersa anche dopo il Concertone del 2025.
Nell’agosto 2025 infatti la contrapposizione diventò concreta a Corigliano d’Otranto. Durante l’esibizione del progetto Il canto della frontiera, una parte del pubblico avviò un contro-concerto di pizzica con tamburelli e balli, portando gli artisti a interrompere la performance.
La tradizione non è un oggetto immutabile, al contrario: è qualcosa che cambia continuamente nel tempo. D’altro canto, se il rischio è quello di perdere un’identità che chiede di essere salvata, allora concederle lo spazio necessario affinché possa continuare ad esistere sembra proprio doveroso.
A Verona esiste un’associazione culturale che porta il Salento al Nord, con lo scopo di favorire lo scambio di culture e tradizioni. Si chiama Gli Amici del Salento e porta avanti varie iniziative: organizzano serate aperte a tutte e tutti, in cui spesso si trovano cibo salentino e balli con musica dal vivo, e durante l’anno corsi di pizzica e molto altro ancora. Per maggiori informazioni si possono guardare i loro profili social, basterà cercarli come Gli Amici del Salento Verona.
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